intervista a cura di pavel belli micati
Martedì 19 maggio torna Indocili, la rassegna organizzata da Tafano e ospitata dal Cinema Beltrade. In occasione del suo quinto e ultimo appuntamento dedicato ai nuovi orizzonti italiani, abbiamo intervistato Valentina Pietrarca, filmmaker, producer e anche regista de L’Ornitologa.

Ciao Valentina, grazie per averci dedicato il tuo tempo. Comincio col chiederti, a proposito de L’Ornitologa, da dove nasce il desiderio di raccontare questo atipico rapporto madre – figlia e di ambientarlo nelle tue terre d’origine, il Molise. Si tratta di un copione che tenevi nel cassetto da tempo, o di un’opportunità che hai colto “al volo”?
Valentina: «Ciao Pavel, grazie a te per l’intervista! Mi fa piacere che mi chiedi del luogo, perché è da lì che il film è effettivamente partito. Ero in auto insieme a un amico in visita in Molise, stavamo attraversando una strada che spezza due montagne e tutto intorno avevamo questo paesaggio pietroso ed estremamente affascinante; mi ricordo di aver pensato in quel momento: “Sembra proprio un altro pianeta!”, e invece era solo a mezz’ora da casa mia. Mi sono domandata come sarebbe stato l’incontro tra un’umana e un’aliena in quel luogo “di mezzo”, come avrebbero comunicato dal momento in cui il rapporto tra specie diverse esclude la parola. Poi, in corso di sviluppo, l’aliena è diventata una donna-uccello e, di conseguenza, il luogo “di mezzo” un bosco. Ho girato nella stessa zona del viaggio in auto con il mio amico, l’Alto Molise.
Il rapporto madre-figlia è arrivato come “contrappeso” a quello tra l’umana e la non umana, un rapporto intra-specie, ma che in qualche modo esplicita la fallacia del linguaggio umano: madre e figlia si parlano sempre senza mai capirsi, fatta eccezione per i momenti in cui queste parole esprimono l’irrazionale, come quando Adele racconta il sogno che ha fatto la notte precedente.
Mi sono resa conto, alla fine, quanto questo rapporto fosse centrale nel film. Mi affascinano estremamente le figure materne, soprattutto quando sono esplorate attraverso lo sguardo delle figlie.»

Upupe, merli, cornacchie, cuculi, chi più ne ha più ne metta… L’ornitologa, nomen omen, è una figura professionale che studia il comportamento e l’habitat dei volatili, giusto? Degli uccelli, nella tua di Ornitologa, noi sentiamo il suono, il rumore, il canto oppure la voce?
Valentina: «Mi piace molto questa domanda, perché è una questione su cui ho riflettuto molto insieme a Paolo Simonetti, che ha sia curato il sound design – come il verso della Liria, la donna-uccello – sia realizzato la bellissima colonna sonora del film. A me interessava restituire, attraverso il verso, questa duplice natura al contempo umana e non-umana. Volevo che il canto partisse da una traccia audio di voce umana (per cui ho usato la mia voce!), ma che fosse di fatti impossibile per una persona da riprodurre. Che, quindi, nonostante l’ornitologa trascorra le sue notti ad ascoltare e ripetere il verso, questo non potesse essere in alcun modo riprodotto. Mi sembra che questo restituisca, insieme all’aspetto mitologico della Liria, il carattere “impossibile” della sua ricerca ossessiva.
Come partire, dunque, dalla voce di una persona, per poi renderla irriproducibile? La risposta che ci siamo datə è stata: moltiplicandola. Sovrapponendo nella traccia audio un’altra voce con una diversa intonazione (quella di Paolo), abbiamo creato una voce multipla, che da un lato mi trasmetteva perfettamente l’idea di una creatura mitologica, spettrale e ambigua, mentre dall’altro rendeva materialmente impossibile per Giovanna Mori (l’attrice che interpreta l’ornitologa) riuscire a riprodurre quel suono con la sua stessa voce.»

Trovo interessante il trattamento, diciamo ‘antispecista’, che riceve questa categoria di animali nel tuo film. L’analogia tra libertà e solitudine che segna la ricerca della creatura rara sembra anche riflettersi nel binomio cura – abbandono che regola il rapporto tra madre e figlia. Puoi dirci qualcosa di più a tal proposito?
Valentina: «La figura della Liria si inserisce come “terzo elemento” nel rapporto madre – figlia. Come dicevo, per me lo è diventato quasi inconsapevolmente, perché ero partita invece dall’idea centrale di un rapporto umano / non-umano. Una figlia che cerca lo sguardo di sua madre, che invece guarda a qualcos’altro, è centrale anche nel nuovo progetto a cui sto lavorando; forse è questa la mia piccola ossessione!
Il rapporto tra l’ornitologa e la Liria, ad ogni modo, non è un rapporto di cura, ma di specismo e dominazione; questo anche perché la sua ricerca, col tempo, si è fatta ossessione e questa ossessione è alimentata dalla solitudine. L’arrivo della figlia giunge come un nuovo elemento di imprevedibilità e spezza il ciclo ossessivo della sua routine. Adele arriva da sua madre per provare a “salvarla”, ma lei ha lo sguardo rivolto da un’altra parte, tra le fronde dei faggi che popolano il bosco in cui vive. Ritengo che parte dell’atto di cura sia mostrarsi reciprocamente all’altrə e mostrare le proprie vulnerabilità, e madre e figlia non riescono mai pienamente a farlo.»

Parlando di ricerca, per l’appunto, quanto è valido per te il motto “chi cerca trova”? Mi sembra che con L’Ornitologa tu voglia esplorare anche le possibilità, sia tematiche che narrative, del suo esatto contrario: chi non cerca trova, eccome. O sbaglio?
Valentina: «Assolutamente sì. Per me era fondamentale che l’approccio scientifico e razionale della madre, che in qualche modo rispecchia l’arroganza antropocentrica di una “conoscenza assoluta”, si scontrasse con la “spinta sensibile” che muove il corpo di Adele quando si perde nel bosco e lo guida immediatamente verso quello della Liria. Perdendosi, quindi, lei trova. E, come dici tu, trova senza cercare e forse proprio in virtù di questo. Volevo che ne L’Ornitologa fossero i desideri dei corpi a determinare gli snodi narrativi, piuttosto che le intenzionalità dei personaggi in carne e ossa. La metamorfosi finale suggerisce che il corpo di Adele è abitato da un desiderio talmente forte di trovare una connessione reale, che questo stesso desiderio agisce plasticamente sulla carne mutandone la forma.
Nell’incontro tra Adele e la Liria volevo rompere il meccanismo teleologico dell’agire per un fine, così come quello della comunicazione ordinata e razionale della parola addomesticata. Come se questo fosse effettivamente l’unico approdo possibile della sua ricerca. Insieme al DoP, Matteo Magnano, abbiamo deciso di filmare un bosco senza coordinate spaziali, un luogo dove i personaggi appaiono di colpo, come una sorta di evocazione.»

L’elemento ‘ornitologico’, se così possiamo definirlo, è solo parte del meccanismo che muove L’Ornitologa; volando un po’ più in su, scorgo una tensione verso un’irriducibilità ontologica che tu rendi attraverso questo elaborato lavoro di suoni. Artaud sosteneva che ciò che è intelligibile deve per forza restare oscuro, ed essere assimilato piuttosto come sonorità. Quanto ti trovi d’accordo con questa affermazione?
Valentina: «Mi affascina moltissimo l’idea di “assimilazione” percettiva del mondo e sento che, in un senso più ampio, rispecchia il mio modo di pensare rispetto all’essenza del reale—che ciò che sento è ciò che è “vero”. L’assimilazione sonora come criterio di intelligibilità è ancor più affascinante! Come spesso accade, la scelta di non mostrare uccelli è nata prima di tutto da una contingenza produttiva: per un film davvero indipendente come questo, trovare un uccello che recitasse era impossibile. Questo impedimento si è trasformato però in una bellissima occasione per trovare un modo di “occultare per mostrare”, cosa che fa gran parte del cinema che amo (penso ad esempio ad Apichatpong Wheerasethakul, uno dei miei cineasti preferiti e per me fonte d’ispirazione). Gli uccelli che abitano il bosco, dunque, diventano solo il loro canto. L’immagine della metamorfosi di Adele nella Liria resta solo negli occhi di sua madre. Trovavo in qualche modo coerente chiudere il film con lo sguardo dell’ornitologa sull’oggetto della sua ricerca (che a quel punto corrisponde con uno sguardo su sua figlia), senza la necessità di controcampi. Il lavoro sul suono degli ambienti di Giovanni Sideri mi ha aiutata moltissimo e da questa esperienza ho capito davvero quanto sia importante, nel nostro lavoro di cineaste e cineasti, non sottovalutare mai la potenza espressiva del suono rispetto a quella dell’immagine.»

Così, nel mondo de L’Ornitologa, il pianto e il canto si equivalgono; e anche la ricerca sembra essere al contempo lontano da e verso di sé. Cercare significa cercarsi, ma perdere non per forza è sinonimo di perdersi. Credi che l’orizzonte cinematografico italiano sia disposto ad accogliere voci, proprio come la tua, che rifiutano di semplificare l’esperienza, sia artistica che di vita, per le classiche opposizioni binarie?
Valentina: «Sono appena tornata dall’ultima edizione del festival di Bellaria, dove abbiamo parlato a lungo dello stato del cinema italiano, anche indipendente. In termini di guadagno, farsi produrre un lungo che non dia nell’immediato una qualche forma di “certezza” è certamente più difficile rispetto alla popolarità del corto. Per poter fare le cose a modo proprio bisogna trovare delle metodologie altre e, nel mio caso, questo non sarebbe stato possibile senza il mio collettivo, Onirica, con cui ho prodotto L’Ornitologa. Grazie a Onirica e anche a Tafano ho avuto modo di conoscere persone stupende, con cui condivido desideri e una certa idea di cinema, che non mi fanno mai sentire sola in questa situazione. Immaginare nuovi metodi e processualità, però, è fondamentale. E in questo senso il festival di Bellaria (come altre bellissime realtà), è a tutti gli effetti un piccolo spazio utopico e di resistenza. Chiaramente la situazione non è rosea, ma spazi come questi sono fondamentali per immaginare e mettere in pratica, insieme, futuri possibili che assomiglino il più possibile a ciò che desideriamo come comunità. Mi convincono sempre che un altro cinema è possibile.»

Tra utopie a cui aspirare e realtà ancora da scoprire… Arriviamo all’ultima domanda. Secondo te, esiste una differenza tra ciò che è insondabile e ciò che invece è insondato? E, in caso affermativo, quale dei due aggettivi attribuiresti al mistero della vita, e quale a quello della natura? L’Ornitologa sembra chiudersi (se “chiudersi” è il termine più adatto) in uno spazio a metà tra questi due piani.
Valentina: «Come ti dicevo, non mi piace molto l’idea di una conoscenza assoluta. Allo stesso modo non credo che tutto ciò che è sondabile debba poi essere sondato. Mi affascina molto tutto quello che trovo inspiegabile e misterioso e così provo a metterlo in scena attraverso il mio cinema, mantenendo questi spazi di opacità e incomprensione. Forse una differenza c’è, ma trovo che ci siano grandi potenzialità nella ricerca continua, senza che questa debba necessariamente culminare nel trovare o comprendere un qualcosa. Mi piace che ne L’Ornitologa non tutto sia immediatamente comprensibile, che lo stesso finale sia stato interpretato diversamente dalle persone che hanno visto il film e me ne hanno parlato.
Rispetto ai misteri della vita e della natura, entrambi restano per me insondati, forse perché la nostra stessa forma, come creature umane, ci preclude forme altre di esplorazione. E a me va benissimo così.»



