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recensione a cura di marco meneghin

Dear Ajayi è un film costruito sui contrasti. Le sue protagoniste, le sorelle Ade (Bimbo Akintola) e Titi (Tosin Adeyemi), incarnano due aspirazioni contrapposte: reprimere i propri bisogni per sostenere la famiglia o inseguire i propri sogni, anche a costo di correre dei rischi. Su questi contrasti, il regista Daminola Orimogunje costruisce un melodramma potente, che è al contempo una lettera d’amore alle donne nigeriane e una critica sottile ma tagliente alla storia travagliata e alle attuali dinamiche di genere del suo Paese.

«Dear Ajayi» di Daminola Orimogunje (Credits: Biennale)

La storia di Dear Ajayi ruota attorno a due sorelle. Ade è un’infermiera che sostiene la famiglia — il marito pittore, i due figli e la madre malata — sia emotivamente che economicamente. Si assicura sempre che i figli abbiano da mangiare e siano pronti per la scuola in orario; è presente quando la madre, costretta a letto, deve andare in bagno o piange per il dolore; ascolta le lamentele del marito, frustrato perché i suoi quadri non si vendono a abbastanza bene e non riesce a mantenere la famiglia come vorrebbe. L’unico conforto di Ade è la religione: Dio è l’unica entità con cui sente di potersi mostrare vulnerabile; lo implora di prendersi cura della sua famiglia e di alleviare le loro sofferenze, offrendo in cambio, come sacrificio, i propri sogni e la propria vita.

«Dear Ajayi» di Daminola Orimogunje
«Dear Ajayi» di Daminola Orimogunje (Credits: Biennale)

Sua sorella Titi è l’esatto opposto. È una cantante bella e di talento, a proprio agio nel suo corpo e consapevole delle sue capacità. Il suo obiettivo è sfondare nell’industria musicale alle proprie condizioni, lasciando che siano la sua splendida voce e la sua presenza scenica a parlare per lei. Vive le relazioni con intensità e pretende dai partner una reciprocità che non sempre sono disposti a offrire. La sua libertà è incrollabile e questo crea conflitti con la sorella, che la considera egoista e infantile; tuttavia, Titi appartiene a una generazione più giovane di nigeriani, una generazione che guarda al futuro come a un tempo in cui i desideri potranno realizzarsi e i sacrifici dovranno essere rinegoziati.

«Dear Ajayi» di Daminola Orimogunje
«Dear Ajayi» di Daminola Orimogunje (Credits: Biennale)

Attraverso la storia di queste due donne, Orimogunje dipinge un quadro complesso della società nigeriana, in cui sia il conformarsi ai ruoli di genere sia la loro trasgressione possono portare entrambi all’infelicità. Ade affronta il dolore legato al sogno infranto del marito: un uomo che aspirava a diventare un grande artista e a garantire il sostentamento della famiglia, ma che si ritrova costretto a svendere i propri quadri e a occuparsi prevalentemente delle faccende domestiche. Anche le relazioni di Titi sono problematiche: il fidanzato la considera poco più di un oggetto sessuale senza valorizzarne il talento; i promotori musicali ne apprezzano la voce, ma subordinano la firma di un contratto alla concessione di favori sessuali; e persino i rapporti nati all’insegna dell’amicizia – come quello con un benestante musulmano – possono rivelarsi più oppressivi di quanto sembrino in apparenza. È solo nell’amicizia femminile che Ade e Titi trovano un po’ di conforto. Ade impara lentamente a fidarsi della sorella, mentre Titi riceve sostegno dall’amica Lizzy (Uzoamaka Power), la quale, proprio come lei, sogna un futuro più radioso, ma altrove. Il talento di Orimogunje risiede nella capacità di delineare con chiarezza queste molteplici relazioni, conferendo al contempo a ogni personaggio una personalità complessa. Lo spettatore non si trova mai di fronte ad archetipi o comportamenti stereotipati: Ade, Titi e le persone che le circondano possiedono una vasta gamma di qualità, sentimenti e atteggiamenti, rendendo impossibile liquidare o giudicare con superficialità le loro azioni.Questa complessa rete di sentimenti si colloca in uno spazio e in un tempo ben precisi.

«Dear Ajayi» di Daminola Orimogunje
«Dear Ajayi» di Daminola Orimogunje (Credits: Biennale)

Dear Ajayi è ambientato principalmente a Ibadan, città situata poco a nord di Lagos ma che vive all’ombra della capitale economica e culturale della Nigeria. Qui la vita scorre più lentamente; mancano gli eccessi – ma anche le opportunità – tipici di Lagos, e si respira un’atmosfera di tranquillità inquieta. La vicenda si svolge inoltre alla fine degli anni Novanta, un periodo di transizione tra la dittatura militare che aveva oppresso il Paese per decenni e il ritorno alla democrazia e al governo civile. Sebbene facciano da sfondo, questi eventi epocali influenzano profondamente la quotidianità dei personaggi. Gli squilibri di potere tipici del regime militare rischiano di insinuarsi nella libertà appena riconquistata dallo Stato democratico, perpetuando dinamiche oppressive che un tempo si manifestavano in ambito politico e che ora rischiano di radicarsi nei rapporti interpersonali. Alcuni di questi temi emergono chiaramente nel rapporto che Ade e Titi intrattengono con gli uomini della loro vita: legami sempre in bilico tra la deriva violenta e la prospettiva di restare sole con i propri dolori e rimpianti.

Dear Ajayi è un film denso e di grande impatto, caratterizzato da personaggi straordinari, immagini splendide (grazie alla fotografia eccezionale di KC Obiajulu) e dalle eccellenti interpretazioni musicali di Tosin Adeyemi. È un’opera che intreccia con naturalezza le questioni di genere alla storia e alla politica, configurandosi nel complesso come un importante traguardo artistico e cinematografico.

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