recensioni a cura di marco meneghin
Ogni volta che un grande festival cinematografico, come la Biennale di Venezia, propone una rassegna di cortometraggi, si sa già che la selezione sarà… diciamo interessante. Sembrano mancare la scelta tematica e di genere, gli abbinamenti non sempre hanno senso e ciò che si vede è un’accozzaglia disomogenea di opere, ognuna con le proprie peculiarità e idiosincrasie che raramente si armonizzano tra loro. La selezione di cortometraggi presentata nella sezione Orizzonti di Venezia 83 presenta tutti questi problemi, quindi discuterli tutti sarebbe un disservizio nei confronti di quelli che meriterebbero una migliore esposizione (o nessuna esposizione). Di seguito ho deciso di scegliere il meglio, il peggio e i più “strani” tra i cortometraggi presentati alla Biennale.
1. sogni e potere
I migliori corti in assoluto della sezione Orizzonti sono stati Man Made Lake di Annie Ning e Quelques Instants de Bonheur di Shaden Safieddine Tazi. Il primo è un film di finzione sapientemente costruito, ambientato nel 2008 in una gated community di Shanghai. Questo quartiere è abitato da professionisti provenienti sia dalla Cina che dall’estero, e simboleggia la crescente influenza globale e la capacità di attrarre capitali dell’economia cinese all’inizio del XXI secolo. Tra gli stranieri c’è Marie, una parigino-americana che si è trasferita a Shanghai con la sua famiglia e che inizia a rendere la vita all’amministratore del quartiere un inferno quando sua figlia viene presumibilmente morsa da una creatura nascosta nello stagno artificiale al centro del quartiere. La sua determinazione a scoprire la creatura responsabile del danno arrecato alla figlia la mette in conflitto con l’amministrazione del complesso residenziale e con i suoi vicini cinesi, che vedono nella sua ostinazione la presunzione delle élite occidentali. Queste élite occidentali, tuttavia, non detengono più il potere di un tempo: siamo infatti nell’anno delle Olimpiadi estive di Pechino del 2008, un evento che ha mostrato al mondo intero la potenza della Cina e ha inaugurato quello che molti definiscono il secolo cinese. Annie Ning dimostra una padronanza sicura di entrambi i livelli narrativi: la storia di Marie e il mistero della creature del lago sono ben ritmati e il suo commento sociale è di un’ironia pungente e spesso esilarante.

Quelques Instants de Bonheur (Premio Orizzonti per Miglior Cortometraggio) è completamente diverso sia per tono che per genere. In questo documentario, Shaden Safieddine Tazi raccoglie immagini, video, testi e messaggi audio riguardanti la guerra in Libano, che lei, trovandosi in Francia, può vivere solo attraverso Instagram e WhatsApp. Il risultato è quello che molti di noi potrebbero riconoscere come lo strano mix di orrore e distrazione offerto dai numerosi algoritmi che sono diventati ultimamente la nostra principale fonte di notizie, con l’ulteriore livello emotivo di veder tutto ciò che accade dal punto di vista della regista, che vive tutto questo mentre la sua famiglia è sotto la costante minaccia dei bombardamenti israeliani. Ma Quelques Instants de Bonheur non è una semplice raccolta di post, è una profonda meditazione sulla guerra eterna che affligge il Medio Oriente e un dialogo generazionale sui sogni di ricostruire il Libano e un’identità stabile. Questo è il tema principale delle sezioni del film dedicate alle telefonate tra la regista e suo padre. Su uno schermo nero, lontani dalla frenesia dei social media, i due discutono di ciò che sta accadendo, della distanza che li separa, delleloro paure e, soprattutto, della loro idea di casa. È straziante ascoltare come il padre di Shaden abbia perso ogni speranza riguardo al Libano, come l’innocenza della sua infanzia sia stata distrutta dalla guerra e come sua figlia, nonostante il dolore, continui a chiedere e a sperare che il loro sogno si realizzi.

2. ma perché?
Dalle stelle alle stalle. Probabilmente il cortometraggio peggiore della rassegna è stato Sounds from Home di Nathan Silver. Si tratta di una serie di inquadrature del regista e di sua moglie che vivono a Parigi e dei suoi genitori che si godono la pensione e una nuova passione per il birdwatching. Niente di tutto ciò è minimamente interessante e rasenta il ridicolo: mi viene ancora in mente una scena in cui il regista e sua moglie mangiano una zuppa in ciotole di design mentre ammirano il centro storico di Parigi dal loro appartamento minimalista ma lussuosissimo, e quello che mi viene in mente è: perché mai qualcuno dovrebbe essere interessato a una cosa del genere? Questo “film” si riduce essenzialmente a una serie di aggiornamenti da un membro della famiglia all’altro, il tipo di video che manderesti a tua madre per farle sapere cosa succede nella tua vita. Beh, questo genere di contenuti sarebbe dovuto rimanere nel telefono di tua madre e non far perdere tempo al pubblico del festival.

Un’altra grande delusione è stata Tropic of the Mourning Gecko di Stavros Markoulakis. Questa orgia di eccessi queer e mascolinità tossica maschera, con il suo stile roboante, una profonda mancanza di originalità. In sostanza, la storia segue le ultime ore di libertà di un giovane cretese prima di essere arruolato nell’esercito. Tra foreste lussureggianti e pozze smeraldine, il giovane si diverte nella natura con un twink francese, litiga come in una telenovela con la sua ragazza e gli viene rasata la testa in un rituale collettivo oppressivo e violento. E, quasi dimenticavo, si trasforma in una creatura squamosa simile al suo pitone domestico. Non c’è niente di nuovo sotto il sole: un’estetica camp che ricorda Pink Narcissus, sesso orale non simulato, buffonate melodrammatiche e una colonna sonora così forte e stridula da ottudere i sensi e annullare ogni benevolenza nel valutare il film.

3. animazioni inquietanti
Probabilmente il gruppo più interessante tra i cortometraggi di Orizzonti è quello delle animazioni. Il Senso della Terra di Simone Massi e Alessandro Ingaria presenta un’impressionante sequenza di zoom out, realizzata con schizzi naturalistici disegnati a mano, che ripercorre la vita di un migrante morto in mare. Dal suo villaggio fino all’annegamento, vediamo la sua famiglia, la sua comunità, il suo viaggio e i suoi sogni, con ogni immagine che emerge da un dettaglio di quella precedente, in un ciclo continuo fino alla sua morte. Peccato che questa impressionante animazione sia incorniciata da una banale narrazione di white guilt, forse a causa del patrocinio della ONG Emergency e della sua necessità che questo film facesse parte di una campagna di beneficenza.

Simile per tema, ma diverso per tono e tecnica, è Le Bleu au Loin, del regista iraniano residente in Francia Amir Houshang Moein. Questo bellissimo cortometraggio, dall’aspetto pittorico, descrive il senso di nostalgia per una casa distrutta da parte di un migrante naufragato su coste più sicure. Qui il mare diventa una culla di ricordi e speranze, nonostante la casa sia in rovina e la guerra continui. Lo stile acquerello dell’animazione, con i suoi contorni sfuocati e i colori pastello, cattura perfettamente la sensazione di spaesamento e nostalgia provata dal protagonista, e sebbene il contesto sia un po’ vago (le immagini di guerra potrebbero provenire da qualsiasi luogo e il protagonista è una vittima generica della violenza globale), il sentimento al centro di questo cortometraggio è sincero e viene trasmesso magnificamente attraverso la sua notevole tecnica.

Infine, il premio per il cortometraggio più deliziosamente inquietante va a Sasso, Carta, Forbici di Virginia Mori. Non so esattamente cosa pensare di questi bambini simili a bambole di porcellana, mai sorridenti, che popolano questo parco divertimenti color zucchero filato, ma c’è qualcosa di strano, in senso positivo. Nulla di ciò che accade è particolarmente violento, ma si avverte sempre la sensazione che qualcosa non vada. Il contrasto tra l’estetica graziosa e immacolata dell’animazione e le atmosfere lynchiane dà vita a un cortometraggio davvero interessante, che mi ha lasciato incerto su cosa avessi visto, ma certo di essermi divertito.

Nel complesso, l’Orizzonti Short Competition propone una selezione molto eterogenea. Alcuni film sono magnifici, ma una selezione basata almeno su criteri più precisi avrebbe contribuito a rendere questa rassegna di proiezioni molto più gradevole.



