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intervista a cura di pavel belli micati

Il prossimo appuntamento di Indocili, la rassegna organizzata da Tafano e ospitata dal Cinema Beltrade, si terrà martedì prossimo 19 maggio, dove avremo modo di gettare uno sguardo sui nuovi orizzonti italiani. Tra i lavori selezionati figura Lily, Lily, Lily, l’ultima opera di Mounir Derbal, autore e regista con una spiccata predilezione per la sperimentazione di tecniche cinematografiche e tecnologie audiovisive.

Ciao Mounir, non avevo mai visto prima d’ora la commistione di tante tecniche, alcune consolidate e altre più sperimentali, per dare vita alla scrittura confessionale sotto questa forma—perché la voce che parla, quella di Lily, sembra confessarci tutto quello che l’avvicina e al contempo l’allontana dall’esperienza umana. Ci racconti chi è Lily?

Mounir: «Lily è un sistema gestionale di una fabbrica che non esiste. È nat* come un* amic* di un altro sistema del lungometraggio che sto sviluppando. La fabbrica di Lily è ormai vuota, inefficiente. È sol* e con un sacco di tempo a disposizione, questo tempo lo passa a guardarsi attorno, a provare a fare il salto, se non fuori perlomeno dentro se stess*.»

«Lily, Lily, Lily» di Mounir Derbal

Archivio, fotografie, animazioni: il viaggio nei meandri della computerizzazione, più che prendere forma, sembra perdersi nella descrizione stessa della sua destinazione. Tu hai diretto e montato il film, Alice Sagrati invece ha scritto il copione. Vorremmo sapere da voi quali sono stati i computi e i calcoli, ma anche le sviste e gli spostamenti, che vi hanno portato fin qui. Immagino che realizzare un film come Lily, Lily, Lily sia un po’ diverso dal dirigere attori in carne e ossa sulla scena.

Mounir: «La lavorazione di questo tipo di film è sicuramente non convenzionale. È un workflow diverso, orizzontale. Si può passare dal montaggio alla scrittura al sound design, poi tornare indietro e riaprire il tutto. In questo modo si ha una grande libertà nel plasmare la narrazione. In questo film abbiamo lavorato in questo modo, la scrittura è stata costruita a partire da un premontato che poi ci ha guidato verso la finalizzazione. Le varie fasi della lavorazione si sono parlate e supportate tra loro. Questo è sicuramente un fattore unico di questo tipo di progetti, ci aiuta molto a slegarsi dalla verticalità del cinema tradizionale ed è un’ottima palestra per il futuro.»

Attraverso l’archivio mobile, tu elabori un linguaggio particolare, per poi applicarlo a un contesto tanto invisibile quanto concreto e anche oggetto del dibattito contemporaneo: quello dell’intelligenza artificiale, possiamo definirlo, un meta-contesto—una sorta di etere situato nella soglia tra hardware e software; non proprio l’iperuranio, piuttosto un piano altro dove la coscienza umana digitalizza se stessa. Trovi che ci siano punti di contatto tra la matericità della produzione industriale e la metafisica del processo artistico?

Mounir: «Penso che questi linguaggi siano frutto del contesto industriale contemporaneo. In un momento precario come questo il cinema sperimentale non è esercizio di stile decontestualizzato ma desiderio di raccontare la realtà attraverso un filtro diverso, precario appunto. È un linguaggio che ha molte fragilità, di realizzazione e di visione, ma riflette un mio momento di transizione verso l’industria e la produzione strutturata. Penso che i modelli produttivi stiano cambiando e c’è sempre più spazio per nuove forme di interpretazione della realtà. Mi lego molto a questa parola perché alla fine anche un film come Lily, Lily, Lily è profondamente ancorato al reale, mescolando punti di vista diversi si costruisce una narrazione unica.»

Mounir Derbal
«Lily, Lily, Lily» di Mounir Derbal

“Loro calcolano, noi speriamo” è una frase che riassume perfettamente tutte le contraddizioni che qui porti in esame; “Le persone alte hanno sciarpe grandi. Le persone piccole tossiscono sempre” mi ha fatto sorridere, perché mi sembra perori proprio il paradosso. Essere il contesto, dopotutto, significa anche essere coscienti della differenza, sia propria che altrui. Come pensi che la tecnologia ci aiuti, oppure ostacoli, in questo ambito?

Mounir: «Sono contento tiri fuori questa frase. Siamo coscienti delle differenze quando siamo in relazione, Lily è sol*, non ha contezza di ciò che è intorno. La tecnologia è comunque una relazione, ci mette davanti a differenze e cose in comune. La distanza tra di noi e i tentativi di raggiungerci ci costringono a esplorare l’alterità, questo avvicinamento avviene attraverso l’esercizio immaginifico. La tecnologia ci aiuta in questo, sempre se posta come relazione.»

Mounir Derbal
«Lily, Lily, Lily» di Mounir Derbal

Sembra che con Lily, Lily, Lily, tu usi una commistione di linguaggi post-umani per raccontare ciò che di umano rimane su questa terra—e cioè la nostra unicità. È vero che la coscienza umana acquisisce nuove forme di continuo, e oggi più che mai i canali della tecnologia abbondano. Ma per te, è vero anche il contrario? Può la tecnologia comunicare la sua umanità, e dunque, la sua stessa fallibilità?

Mounir: «Non so bene come rispondere, trovo complicato dare un’ontologia alla tecnologia. Risponderei seguendo il ragionamento di Madame “Secondo Dio io sarei nata da una costola / Ma lui non sa che è nato dalla mia paura” allo stesso modo la tecnologia (immagino ti riferisca all’IA in questo contesto) ci viene servita come risolutrice ancora non si sa bene di cosa. Siamo tutti in attesa di scoprire quali vuoti colmerà.»

È scontata, eppure d’obbligo, la domanda sul ruolo dell’artista visuale in questa epoca iper-digitale. E perciò non ti chiederò come deve muoversi un regista in questa caotica, miscellanea di tecniche che partecipa oggi alla sperimentazione audiovisiva. Ti chiedo, piuttosto, cosa non deve fare un regista, rispetto alla propria arte e all’offerta dei canali che è disposto a usare.

Mounir: «Anche qui non ho risposte chiare, per ora procedo a tentativi. Ogni passo mi porta in relazione con altr* autor* e mi fa scoprire una comunità che esprime necessità, proposte e visioni. La tecnica e i linguaggi vengono dopo questi incontri.»

Mounir Derbal

Un’ultima domanda, e poi ti lasciamo andare! Una delle possibilità coltivate e raccolte dalla sensibilità di quest’epoca è quella, come dice Lily, di poterci immaginarci nuove, da capo: forse non possiamo resettare la coscienza; possiamo comunque ripristinare i dispositivi attraverso cui la esprimiamo, consolidiamo, e archiviamo. C’è qualcosa che le macchine, in questo breve tempo che hanno convissuto insieme a noi umani, hanno imparato a fare meglio, oltre al ricordarci chi siamo?

Mounir: «Di nuovo, preferisco non “animare”, forse siamo noi che cerchiamo di umanizzare per trovare risposte che non abbiamo. Se ci chiediamo tra noi chi siamo, sappiamo rispondere?»

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