approfondimento a cura di marianna peperna
Anni Ottanta, pieno reaganismo. Gli Stati Uniti affrontano un periodo di puro neoliberismo, deregolazione economica e taglio alla spesa pubblica affiancati dall’avanzata di un conservatorismo cristiano. Nel 1983 al Forum internazionale del giovane cinema della Berlinale viene presentato Born in Flames di Lizzie Borden, un film punk che dipinge un’America in totale fermento rivoluzionario.
Ambientato a New York dieci anni dopo la Guerra social-democratica di liberazione, Born in Flames può essere considerato un mockumentary utopico dove la Women’s army, milizia non violenta, ha instaurato un governo socialista con l’obiettivo di dare libertà e uguaglianza a tutti i cittadini. Il grande sogno, però, sembra ben presto sfumato: la disoccupazione dilaga, le molestie pubbliche sono all’ordine del giorno e le ronde in bicicletta dei gruppi femministi non sembrano riuscire ad arginare il ritorno del patriarcato. Bisogna trovare altri modi di agire per cambiare le cose.

L’opera di Borden è un patchwork di punti di vista che ci presenta progressivamente tutte le donne protagoniste della lotta, a partire da Adelaide Norris (Jean Satterfield), donna nera e lesbica che insieme alla più anziana veterana femminista Zella Wylie (Flo Kennedy) costituiscono la colonna portante e attiva del movimento, ma anche le varie donne che lavorano alle radio pirata come Honey, le operaie, le segretarie, le madri e anche le redattrici del giornale del partito, borghesi bianche che condividono la lotta ma non i suoi aspetti più militari. Questa molteplicità di sguardi è il cuore del film, esso stesso atto politico nel dare voce e rappresentazione agli strati più marginali della popolazione e alle lotte di tutte le donne. Alle voci delle protagoniste della lotta si contrappone poi il punto di vista degli agenti dell’FBI, che tramano nell’ombra per smantellare il movimento con metodi per nulla ortodossi, operando così il film una critica quantomai attuale ai media, al sistema carcerario, ai servizi segreti americani e alla violenza indiscriminata dello stato.

In linea con il cinema femminista indipendente di quegli anni, Born in Flames è un film che parte dal basso, di guerriglia. Con budget praticamente inesistente e camera a mano, Borden e le amiche, colleghe e collaboratrici attiviste girano quando trovano un po’ di soldi nei vari quartieri di New York, organizzandosi con pochissimi mezzi, riprendendo a volte vere proteste e veri attacchi della polizia, mischiando archivio a filmati inediti e frammenti da fonti varie, in uno sperimentalismo di rottura totale. È interessante collocare l’opera anche nella sua relazione con la ricerca cinematografica accademica: se gli anni Settanta erano stati la culla della Feminist Film Theory, col tempo molte studiose hanno iniziato a vedere i limiti di una critica bianca ed eterosessuale, una lente solo parziale sulla reale molteplicità dei conflitti nella società. Sono questi gli anni in cui lavorano Toni Morrison e bell hooks, ma anche Vito Russo e Adrienne Rich e inizia a esserci uno spostamento di paradigma dall’eterocisnormatività di un certo tipo di accademia a un’apertura alle questioni di race, classe, orientamento sessuale e identità di genere.

In questo senso il film dialoga in modo emblematico con il contesto storico, affrontando la questione dell’intersezionalità che diventerà poi il cuore delle discussioni femministe degli anni Novanta e Duemila, risultando attualissimo. Le conversazioni tra le redattrici della rivista (tra cui figura una giovanissima Kathryn Bigelow) e le esponenti della Women’s army ci rendono consapevoli dei limiti di un femminismo che non riesce a comprendere le lotte delle donne non bianche e non eterosessuali, considerando l’intersezionalità come un disgregarsi controproducente piuttosto che una lotta necessaria. Ciò che insegna Born in Flames è che o siamo libere tutte o non lo è nessuna, auspicando a un’azione concreta dal basso, possibile soltanto con l’alleanza e la lotta comune, ma anche che un cinema libero e militante è esistito ed esisterà sempre finché c’è il coraggio di cambiare le cose rompendo le architetture capitaliste e patriarcali.
Born in Flames è in questi giorni in programma al Festival di Villa Medici a Roma nella sezione dedicata a Lili Hinstin, programmatrice talentuosa e battagliera scomparsa prematuramente quest’anno.



