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approfondimento a cura di emma marinoni

Not all of us can say, with any degree of certainty, that we have always been human, or that we are only that. Some of us are not even considered fully human now, let alone at previous moments of Western social, political and scientific history. 

— Rosi Braidotti, The Posthuman

Nel presentare il concorso ufficiale di Lago Film Fest 2025, le direttrici artistiche Silvia Carobbio e Federica Pugliese hanno parlato di come le opere selezionate invitino ad accogliere un altrǝ – umano o non umano – e a provare a immaginare futuri possibili in un mondo che va in fiamme.

«Hun Tun» di Magdalena Hejzlarová (Credits: Lago Film Festival)

Nel 2013, la filosofa Rosi Braidotti pubblica «Il Postumano», primo testo di una successiva trilogia dedicata al postumanesimo. Il concetto del postumano fa riferimento ad un approccio filosofico che si pone in antitesi all’antropocentrismo illuminista (che, nel sistema degli esseri viventi, pone l’uomo in cima, in una struttura fortemente gerarchica). Braidotti sottolinea come non solo la categoria di umano sia tutt’altro che garantita a tutti gli homo sapiens – qualunque forma di discriminazione si basa in primo luogo sulla negazione dell’umanità del soggetto interessato, negazione che passa dalla privazione totale di diritti “umani” ma anche dalle parole che vengono usate per indicare un soggetto subalterno (come gli “illegal aliens” di Trump). Decentralizzare la propria posizione umana è alla base per un approccio empatico nei confronti dell’universo circostante: gli esseri viventi, per Rosi Braidotti, sono prima di tutto soggettività specifiche con un corpo, “embedded and embodied”. Esplicitare questo aspetto dell’esistenza è fondamentale in un mondo in cui il sistema capitalistico ha da tempo pretese biogenetiche sugli individui. Una prospettiva post-umana è una prospettiva comunitaria, che denuncia la presunzione delle prospettive universalistiche antropocentriche: i grandi universali non hanno mai fatto riferimento a tuttǝ.

«Stone of Destiny» di Julie Černá (Credits: Lago Film Festival)

Spesso sogno di abbandonare la mia forma umana, complice un’identità di genere che non mi sta addosso o il dover leggere libri come “Il Postumano” per il mio corso di laurea. Tuttavia, certe volte le ragioni dietro questo desiderio sono molto più semplici, come l’incapacità di eseguire tutto ciò che essere un essere umano “normale” rappresenta. In Hun Tun, la regista Magdalena Hejzlarová ricorre a una leggenda per raccontare la sua esperienza di insonnia. Hun Tun è il re del caos, dotato di energia a non finire, che può fare tutto senza mai fermarsi.  Tuttavia, la superficie del corpo di Hun Tun è completamente uniforme, senza buchi, come quella di un uovo: un guscio che lo protegge dal resto del mondo – ma che anche lo rende incapace di relazionarsi con esso. Anche la protagonista del film si rinchiude sempre di più dentro sé stessa, in un’armatura di lenzuola e sonniferi, in modo da preservare la sua energia per continuare la sua routine di tutti i giorni. Tra animazione e live action, oggetti comuni come tappi di bottiglie o blister di pastiglie acquistano un significato narrativo e compongono un immaginario visivo sempre più astratto ma al tempo stesso incredibilmente tattile. 

Lago Film Festival
«Hun Tun» di Magdalena Hejzlarová (Credits: Lago Film Festival)

Le crisi esistenziali però non si limitano agli esseri umani: in Stone of Destiny, corto di animazione della regista Julie Černá, una pietra con sembianze antropomorfe si trova a fare i conti con l’incertezza dell’esistenza. Canticchiando, abbandona il divano davanti al televisore per andare a cercare il suo nuovo posto nel mondo, spinta da un nuovo senso di libertà. In una sorta di parodia del mito di Sisifo, è la pietra a scalare con le proprie gambe una montagna: tuttavia, neanche l’essere dotata di arti le impedisce di rotolare rovinosamente fino alle pendici. La ricerca compiuta dalla pietra è fatta di alti e bassi e popolata da strani simboli e personaggi. Definita dalla regista come la sua “autobiografia astratta”, Stone of Destiny è una piccola avventura tra immagini surreali e sentimenti contrastanti.

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«Stone of Destiny» di Julie Černá (Credits: Lago Film Festival)

In Koki, Ciao di Quenton Miller, il decentramento del ruolo umano è non solo alla base della produzione stessa del corto ma è anche un atto di denuncia dell’influenza umana sulle vite non-umane. Koki, Ciao narra vita e imprese del pappagallo Koki, precedentemente animale domestico del dittatore iugoslavo Tito e ad oggi residente in uno zoo delle isole Brioni. Alternando immagini di archivio rappresentanti il passato di Koki, i suoi incontri con numerose personalità di spicco (tra cui persino Sophia Loren) e il suo rapporto con Tito, a riprese del suo presente in gabbia di fronte ai visitatori dello zoo. A narrare il tutto è proprio Koki, che nei titoli di coda è infatti segnato come narratore, co-autore e responsabile degli effetti sonori, e le cui parole acquisiscono un significato ulteriore quando accostate all’archivio di immagini che lo ritraggono. In gabbia, Koki si ritrova a performare per un pubblico per cui è simbolo di un passato difficile, che per Koki è tuttavia sicuramente meglio del presente: ma che cosa può fare un pappagallo se non ripetere all’infinito l’unica cosa che davvero conosce? O meglio, ripetersi in continuazione è per Koki uno dei pochi modi per continuare a sopravvivere: a renderlo una celebrità è di fatto stato il pubblico – implicazione che diventa sorprendentemente esplicita alla fine del corto, quando una email ricevuta dal regista rivela che il pappagallo che abbiamo osservato per tutto il corto probabilmente non è neanche il vero Koki, ma un altro che, abituato alle richieste degli spettatori, si è messo a imitare quello che faceva Koki fino a sostituirsi a lui. 

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«Koki, Ciao» di Quenton Miller (Credits: Lago Film Festival)

In tutti questi corti c’è una sorta di malinconia di fondo – che acquisice una centralità definitiva con l’ultimo film della selezione, Someone to Steal Horses With. Girato durante la residenza Nouvelle Bug, il film di Dylan Pailes-Friedman combina la machinima, la fotogrammetria e la ripresa in pellicola. L’espressione che dà il titolo al corto è intraducibile in italiano e indica una persona affidabile (che può essere conosciuta o sconosciuta) soprattutto in circostanze pericolose – come, appunto, il furto di un cavallo. 

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«Someone to Steal Horses With» di Dylan Pailes-Friedman (Credits: Lago Film Festival)

Durante una giornata piovosa, una voce proveniente dalla radio di una macchina di Grand Theft Auto racconta un passato americano ormai lontano, in cui i cavalli avevano molto più valore di oggi e rubarli aveva un significato completamente diverso. Il proprietario della voce, che si rivela appunto essere un cavallo, è intervistato da un giornalista scettico in uno spazio digitale deserto e all’apparenza infinito. Spiegando il contenuto del suo libro, l’autore-cavallo narra un desiderio di tornare indietro del tempo, di essere “rubato” di nuovo, guidando lo spettatore (e ascoltatore) in una meditazione evocante sensazioni di libertà e pericolo al tempo stesso. La grana artificialmente applicata al panorama digitale viene sostituita da quella vera e propria della pellicola analogica, creando una dimensione fuori dal tempo in cui la prospettiva di scappare dal ranch in cui si è vissuto per tutta la vita diventa improvvisamente molto allettante. 

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