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approfondimento a cura di teodoro di giorgio

«Larval» è uno dei cortometraggi presentati al Lago Film Fest, giunto quest’anno alla sua 21ª edizione, nella suggestiva cornice lacustre di Revine Lago. Festival internazionale e indipendente, Lago Film Fest guarda da sempre al cinema di ricerca e alle voci emergenti, con particolare attenzione al formato breve come spazio di sperimentazione e sguardo sul futuro del linguaggio cinematografico.

Questa raccolta riunisce cortometraggi provenienti da diverse sezioni del concorso, accomunati da un tema trasversale: un focus sull’animazione come strumento per raccontare il cambiamento. Attraverso momenti di cura, crescita, perdita e metamorfosi, questi lavori esplorano la trasformazione del corpo e la ridefinizione della percezione di sé.

«Larval» di Alice Bloomfield (Credits: Lago Film Festival)

Dal vetro leggermente appannato di un treno in corsa si intravede il profilo sfocato di una metropoli indefinita. L’oscurità avvolge la città in un velo sottile, interrotto solo da luci rosse di torri e impianti industriali che ne punteggiano i contorni. All’interno, due poltrone vuote sono contrapposte da insegne pubblicitarie pop, vistose e colorate: “DIET” da una parte e “GLAM” dall’altra. Un contrasto parossistico, un cortocircuito che sembra suggerire fin dai primi minuti un dualismo netto, strutturato su una frattura tematica e ideologica profonda. Così apre Larval, anch’esso esordio, della regista e artista visiva britannica Alice Bloomfield, attiva tra illustrazione, videoclip e moda, con selezioni in festival come Raindance (UK), FEST (Portogallo) e Animator Poznań (Polonia), nel panorama dell’animazione sperimentale.

L’azione si sposta presto in una periferia spenta e silenziosa, dove la protagonista sembra essersi appena trasferita. Il suo monolocale è uno spazio spoglio, appena arredato, in cui si respira un senso profuso di transitorietà, di stasi. Intorno, immagini strappate da riviste rivestono l’ambiente: sul pavimento, sui muri, ritratti di una celebrità ritagliati da magazine di moda. Idolo, icona di perfezione, standard estetico al quale ambire, oppure proiezione idealizzata di sé stessa?

Larval
«Larval» di Alice Bloomfield (Credits: Lago Film Festival)

Fuori, poco distante, un piccolo ristorante d’asporto orientale: luogo abituale, quasi rituale, frequentato anche per la presenza di un giovane impiegato verso cui nutre una forma ambigua di attrazione. Nel silenzio del monolocale, un’intima, velata necessità di cambiamento, di “rinascita”; un filo sottile che si intreccia attorno a sentimenti di desiderio, trasformazione ed eros. In questo contesto così delineato, emerge la descrizione di un ambiente suburbano chiuso, angusto, che sembra quasi ispirarsi a quelle sensazioni di zone analoghe inglesi: strade silenziose, vuote, caratterizzate da una densa quiete sospesa. Scenari cupi di periferia circoscritta, attraversati da un alone di mistero, tensione e forte straniamento. Ricorda, per certi versi, la rappresentazione di questi spazi nel fumetto noir. Una città immaginaria, densa di atmosfere cupe e malsane, dove il degrado urbano si fa sensazione onnipresente e opprimente. Le giornate scorrono in una quieta iterazione, sempre uguale, in cui ogni gesto sembra rimandare al precedente. Il film adotta questa logica, trasformando la ripetizione in grammatica visiva dell’alienazione.

Larval
«Larval» di Alice Bloomfield (Credits: Lago Film Festival)

A incrinare questa routine, un’improvvisa intrusione: una letterale home invasion. Una falena irrompe nello spazio domestico, innescando un processo di metamorfosi irreversibile. Le inquadrature, finora rigorose e schematiche, si deformano, assumendo quasi un’aria grandangolare – da lente fisheye, amplificando la sua presenza di spalle mentre si estende come minaccia reale, cattivo presagio, sulla monocamera della protagonista, pronta a depositare furtivamente le proprie uova e compiere l’atto anticipato. Vero e proprio giro di boa, questo evento scatena una sequenza speculare al ciclo quotidiano precedentemente descritto e, da fragile costruzione di perfezione, il controllo vacilla e si rompe, svelando le crepe nascoste sotto la superficie. La magia dell’immagine idealizzata si dissolve, lasciando spazio alla complessità e alla vulnerabilità del sé reale.

Larval
«Larval» di Alice Bloomfield (Credits: Lago Film Festival)

È a partire da questo scarto che si può cogliere appieno il valore dell’elaborazione formale proposta dalla regista, in cui stile, linguaggio visivo e influenze culturali contribuiscono a delineare un’estetica personale e stratificata. L’elemento più visivamente anomalo è un espediente grafico, legato ai capelli dei personaggi, costantemente animati, in movimento, come se fossero vere e proprie entità senzienti, indipendenti. In netto contrasto con una regia tendenzialmente fissa e geometrica, fatta di inquadrature stabili, primi piani ravvicinati e soggettive creative — come un’inquadratura che si dischiude progressivamente come un occhio che si apre — questi capelli sembrano dotati di una propria volontà, come nervature vive che tradiscono uno stato psichico profondo. Una soluzione che rimanda tanto all’animazione giapponese quanto al perturbante: si pensi al ruolo che assumono nei manga di Junji Ito, dove i capelli crescono, si ribellano, si fanno corpo estraneo e veicolo di angoscia.

Allo stesso tempo, lo stile di rappresentazione richiama un certo tipo di illustrazione derivante dal fumetto alternativo americano (Charles Burns) e canadese  (Julie Doucet). In particolare, Doucet lavora sulla materia dei capelli come pattern visivo ipnotico, fitto e denso, mentre Burns — in opere come Black Hole — collega direttamente tematiche di mutazione fisica a crisi identitaria giovanile, da coming of age morboso, disturbante. In entrambi i casi, il corpo diventa campo di conflitto tra desiderio e repulsione, trasformazione e perdita di controllo.

Bloomfield attinge anche e soprattutto dall’animazione giapponese contemporanea, in particolare si potrebbe trovare una corrispondenza con lo stile di Takeshi Koike (RedlineThe Animatrix), in cui il tratto esasperato, la deformazione visiva e le zone d’ombra piene diventano mezzo per riflettere una tensione interiore. Tuttavia, se Koike tende a tradurre l’energia emotiva in esplosione grafica e velocità, Bloomfield si muove nella direzione opposta: il suo è un chiaroscuro contenuto, meditativo, che si concentra sull’alienazione e sul silenzio, su una metamorfosi lenta e introspettiva, mai mostrata ma suggerita. Una tensione latente, mai esplosa: un processo di idealizzazione progressiva che culmina in una frattura definitiva. Alla fine, la costruzione immaginaria di controllo e bellezza si dissolve, lasciando emergere un’identità fragile, meno definita ma forse più autentica.

Larval
«Larval» di Alice Bloomfield (Credits: Lago Film Festival)

Attingendo a un’estetica influenzata dai manga e anime giapponesi, illustrazione underground e animazione sperimentale, Bloomfield costruisce un mondo fatto di superfici irrigidite, linee tese, ambienti asfittici. Un’estetica glam, dell’eccesso, che si scontra con la fragilità dell’interiorità umana. Se nella cultura del concetto estetico-filosofico del wabi-sabi giapponese si celebra la bellezza nelle cose incompiute, imperfette, effimere e modeste (come, per esempio, in come in Ikiru di Akira Kurosawa o Perfect Days di Wenders), Bloomfield sembra partire dall’opposto: dalla tensione esasperata verso l’immagine ideale, dal controllo, dalla forma irrigidita. Eppure, è proprio nel momento in cui questa forma cede che si apre un possibile spiraglio: non una soluzione, ma una sospensione. Non una rinascita evidente, ma l’inizio di un lento sgretolamento, in cui la resa alla propria imperfezione diventa forse il primo passo verso qualcosa di più vero, di autenticità nell’incompleto.

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