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approfondimento a cura di teodoro di giorgio

«Mother’s Child» è uno dei cortometraggi presentati al Lago Film Fest, giunto quest’anno alla sua 21ª edizione, nella suggestiva cornice lacustre di Revine Lago. Festival internazionale e indipendente, Lago Film Fest guarda da sempre al cinema di ricerca e alle voci emergenti, con particolare attenzione al formato breve come spazio di sperimentazione e sguardo sul futuro del linguaggio cinematografico.

Questa raccolta riunisce cortometraggi provenienti da diverse sezioni del concorso, accomunati da un tema trasversale: un focus sull’animazione come strumento per raccontare il cambiamento. Attraverso momenti di cura, crescita, perdita e metamorfosi, questi lavori esplorano la trasformazione del corpo e la ridefinizione della percezione di sé.

«mother’s child» (2025) di naomi noir

Presentato in anteprima internazionale alla 75ª edizione del Festival di Berlino e selezionato nel concorso PRINCÌPÎ AWARD — sezione competitiva e formativa dedicata alle nuove voci del cinema indipendente — Mother’s Child segna l’esordio di Naomi Noir, realizzato come progetto di laurea presso la Utrecht University of the Arts.

«Mother’s Child» di Naomi Noir (Credits: Lago Film Festival)

L’opera nasce da un’urgenza profondamente personale e si sviluppa attorno a un tema delicato ancora poco rappresentato: il caregiving familiare; l’assistenza quotidiana a persone care non autosufficienti. Pur ispirandosi a elementi biografici, il film evita riferimenti autobiografici espliciti, concentrandosi sulla vicenda di Mary, madre e caregiver a tempo pieno di Murphy, suo figlio adulto di 25 anni affetto da paralisi cerebrale. Coniugando maternità e cura a tempo pieno di un figlio con disabilità, Mother’s Child pone l’accento su una condizione spesso ignorata, esplorandone le sfumature e complessità con un approccio autenticamente empatico — nel senso più vero del termine: la capacità di entrare in risonanza con l’esperienza altrui e condividerne il vissuto. Il film restituisce così in modo crudo e spiazzante le ripercussioni psicofisiche generate dalla distanza strutturale tra istituzioni e chi quotidianamente si prende cura di un familiare non autosufficiente. Mostra caregiver spesso soli, sospesi tra responsabilità immense e il vuoto di risposte concrete, ostacolati da una burocrazia lenta, opaca e sorda alle esigenze reali. Ne emerge uno sguardo stanco e decadente, specchio del subconscio di Mary, segnato dalla sofferenza e dallo sfinimento.

Mother's Child
«Mother’s Child» di Naomi Noir (Credits: Lago Film Festival)

Il tratto si fa ruvido, quasi respingente. Sul volto della protagonista si avverte una tensione costante, sospesa tra amore e stanchezza che logora dall’interno. L’animazione 2D scelta dalla regista suggerisce, con essenzialità, un volto a tratti sul punto di sciogliersi. In alcune inquadrature, da uno degli occhi di Mary si propagano cerchi concentrici che si disperdono nello spazio. Se a prima vista possono sembrare un semplice espediente grafico, si prestano forse a una lettura simbolica più stratificata: guardare non significa solo registrare il mondo, ma interpretarlo, deformarlo, proiettarlo. Quei cerchi potrebbero quindi alludere forse a un campo percettivo generato dal soggetto, che si propaga nello spazio come un’onda che funge da ponte, una proiezione percettiva sul reale. Il mondo esterno appare svuotato, anaffettivo, ridotto a geometrie semplificate: pareti quasi invisibili, mobili opachi, ambienti che si dissolvono nello sfondo. Le figure emergono non per contrasto, ma per sottrazione. Così, stile visivo e animazione lavorano sul non detto: l’assenza di dettagli non è mera scelta estetica o stilizzazione fine a sé stessa, ma riflesso dello stato interiore della protagonista. L’ambiente non è mai oggettivo né mimetico: è proiezione emotiva, spazio deformato dalla tensione percettiva di chi lo abita.

Mother's Child
«Mother’s Child» di Naomi Noir (Credits: Lago Film Festival)

Si può cogliere una continuità con l’estetica dell’espressionismo tedesco, movimento d’avanguardia di inizio ‘900 che rappresentava lo spazio come instabile e specchio dello stato psichico o spirituale. Anche qui l’uso simbolico del colore — disturbante, acceso o spento a seconda del sentimento evocato — è centrale. Parallelamente, l’espressionismo portava con sé una forte tensione etico-politica: artisti come Käthe Kollwitz o Edvard Munch ritraevano sofferenza sociale, marginalità e solitudine umana. Mother’s Childrispecchia questa eredità attraverso i gesti, il non detto, il tempo della cura e le ossessioni che portano alla perdita del sé. A completare il quadro visivo, la regista introduce ibridazioni con elementi in 3D — definiti da lei stessa in uno stile “PlayStation 2-like”. Si tratta di piccoli oggetti, frammenti quotidiani come una tazza o un tubo da sistemare, che interrompono il tono emotivo con una lieve ironia. Un’ironia ambigua, che trasmette anche un senso di estraneità: questi inserti sembrano anomalie, incrinature, piccoli scarti che segnalano una realtà ormai trasfigurata.  

Mother's Child
«Mother’s Child» di Naomi Noir (Credits: Lago Film Festival)

Verso la conclusione, dopo una sequenza onirica ambientata in una dimensione “altra” — con composizioni dense e un rovesciamento stilistico in cui il 3D, rudimentale e volutamente spoglio, prende il sopravvento sull’animazione tradizionale — si apre una delle inquadrature più efficaci dell’intero film (scelta anche per la copertina). Qui il senso di stanchezza e fatica raggiunge il suo apice emotivo, il climax. Se fino a quel momento il tratto visivo era “sporco”, poco definito e deformato, a esprimere tensione e peso accumulati, il volto di Mary si mostra ora con maggiore delicatezza e dettaglio, suggerendo un momento catartico di vulnerabilità autentica. È come se, dopo tutto il peso e la fatica, la protagonista si mostrasse senza maschere, nella sua realtà fragile ma preziosa.
A chiusura, con un espediente narrativo che richiama l’elemento simbolico centrale del corto, si lascia intendere che Mary non stia forse cercando “nel posto giusto”. Questo suggerisce che una via di fuga possa esistere anche nelle situazioni più intricate, se osservate da una prospettiva diversa e più ampia.

Mother's Child
«Mother’s Child» di Naomi Noir (Credits: Lago Film Festival)

In quest’orizzonte, trovo calzante un parallelo con le riflessioni di Susan Sontag, scrittrice, filosofa e storica statunitense, che in Davanti al dolore degli altri metteva in guardia contro il rischio che l’immagine — anziché sollecitare empatia — anestetizzi, consolidi distanza o diventi occasione di consumo; commozione passeggera e non vera comprensione, trasformando lo spettatore in consumatore del dolore altrui anziché in soggetto responsabilizzato. Cosa ci autorizza a entrare nella sofferenza degli altri? Mother’s Child sembra muoversi in direzione opposta: come rappresentare la sofferenza senza tradirla? Non c’è ricerca estetizzante nel dolore né volontà di generare immedesimazione plastica: l’emozione arriva proprio perché trattenuta, mai esibita. In questo senso, il lavoro di Naomi Noir sembra suggerire che non esista una sola maniera di raccontare la fatica, ma una responsabilità nel farlo — attraverso il significato sotteso alla forma, nella scelta consapevole di una narrazione per sottrazione.

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