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recensione a cura di marco morelli

Quando ho parlato della mia esperienza a Venezia 82 su queste pagine mi ero soffermato brevemente sul mio film preferito del Concorso, Silent Friend di Ildikó Enyedi. Con l’uscita in sala in Italia, avvenuta lo scorso settembre, mi è sembrato doveroso parlarne in modo più approfondito, considerando quanto mi ha colpito anche in virtù del mio background neuroscientifico. Il film, uno dei più apprezzati dalla critica internazionale nell’ultima kermesse al Lido, segna il ritorno ad altissimi livelli della regista ungherese dopo l’Orso d’oro per lo splendido On Body and Soul e il flop alla Croisette con The Story of My Wife.

«Silent Friend» di Ildikó Enyedi
«Silent Friend» di Ildikó Enyedi (Credits: Pandora Filmproduktion)

Silent Friend, coproduzione tra Francia, Germania, Ungheria, Belgio e Cina in lingua tedesca e con dietro anche il colosso cosmetico Yves Rocher, riprende dagli ultimi due lavori di Enyedi la fascinazione per il mondo onirico e una struttura che abbraccia più epoche. La vicenda riguarda la storia e le storie attorno a un ginkgo biloba piantato nel 1832 nell’università tedesca di Marburg, attraverso tre ere diverse che si intrecciano venendo mostrate con tre formati diversi. In particolare, le sequenze del 1908 sono girate in 35 mm, quelle del 1972 in 16 mm e le più recenti del 2020 in digitale.

Già dall’ambientazione, dal protagonista e dai temi iniziali il film mette al centro l’importanza della ricerca in ambito scientifico. In primis, la scelta del gingko biloba non è casuale: è stato uno dei pochi hibakujumoku, cioè gli alberi sopravvissuti ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki; inoltre, alla fine dello scorso millennio alcuni studi sperimentali hanno valutato l’efficacia dell’assunzione di un estratto di ginkgo sul mantenimento delle capacità cognitive residue in pazienti affetti dal morbo di Alzheimer [1]. Per quanto la memoria non sia al centro di questa opera, permane l’interesse della regista nei confronti delle neuroscienze.

«Silent Friend» di Ildikó Enyedi
«Silent Friend» di Ildikó Enyedi (Credits: Pandora Filmproduktion)

Oltre ai riferimenti onirici già centrali in On Body and Soul e The Story of My Wife – dove gli animali sognati assumono qui sembianze reali, come la volpe o il lupo ricorrenti nei segmenti – Silent Friend si apre con la scoperta del neuroscienziato di Hong Kong interpretato da Tony Leung (al suo esordio europeo) che potrebbe essere simile al default mode network, un circuito cerebrale che si attiva durante lo stato di riposo mentale e di mind-wandering [2]. Al professore interessa però creare una via di comunicazione con le piante, che secondo lui ci osservano sempre: il film indaga questo tentativo già provato a inizio ‘900 e negli anni ‘70. Enyedi aveva già proposto il tema di una comunicazione inter-regni nel suo Simon mágus del ‘99, e in un’intervista a Variety ha dichiarato di ricordare vividamente gli esperimenti in merito svolti negli anni ‘70, aggiungendo la speranza che questo campo di studi venga ripreso in futuro.

«Silent Friend» di Ildikó Enyedi
«Silent Friend» di Ildikó Enyedi (Credits: Pandora Filmproduktion)

Con un ritmo ipnotico ma mai troppo esigente nei confronti dello spettatore, vengono mostrate le ricerche sulla comunicazione intra e infra-regno per le piante nei diversi periodi affrontati, ognuno con le sue peculiarità e criticità. Il 1908 mostra, attraverso uno splendido b/n, la precarietà di una giovane ricercatrice (il Premio Mastroianni Luna Wedler) appena inserita nel misogino e rigido mondo accademico; il ‘72 un universitario (un simpatico Enzo Brumm) che cerca di prendersi cura del progetto su un geranio della ragazza di cui è innamorato nel periodo delle rivolte studentesche, fino ad arrivare alle contemporanee difficoltà di Tony Leung nel farsi comprendere ed accettare in un’università straniera e dal personaggio interpretato da Léa Seydoux negli anni del COVID.

In ognuno di questi casi, i personaggi trovano una maggior connessione con i vegetali grazie alla tecnologia: prima la fotografia, poi l’elettrocardiogramma e infine le attrezzature neuronali permettono l’avvicinamento e una maggior comprensione del mondo botanico. Persino l’arte è fondamentale nel percorso: si pensi all’importanza che hanno nel segmento del 1908 le poesie di Rilke e La metamorfosi delle piante di Goethe, ancor prima dello Species Plantarum di Linneo. Risulta anche interessante come il film mostri i cambiamenti nei tentativi di umanizzare le piante: se le ricerche del primo segmento erano più incentrate sulla loro sessualità, negli altri due il focus è sulle sensazioni e le emozioni che possono provare.

«Silent Friend» di Ildikó Enyedi
«Silent Friend» di Ildikó Enyedi (Credits: Pandora Filmproduktion)

Silent Friend prospetta quindi l’ipotesi di una connessione con gli alberi per sviluppare un progresso di vita e di linguaggio (da sempre fondamentale per l’umanità, nonostante i tentativi di svilirlo presenti in una recente controversa Palma d’oro[3]), mostrando che la natura può essere molto meno indifferente di quanto faccia Herzog. In particolare, il film lascia lo spettatore con tante domande su questa possibile co-esistenza, specialmente in un periodo in cui la nostra comunicazione inter-specie sembra sempre più carente (si pensi alla ritrosia del custode tedesco nei confronti del personaggio di Tony Leung). Nella creazione di questo rapporto conciliatorio tra piante e pubblico risiede il maggior merito di Ildikó Enyedi, artefice in Silent Friend di un cinema tenero e confortevole che pone domande cruciali sul futuro dell’umanità[4].


[1] Oken, Barry S., Daniel M. Storzbach, and Jeffrey A. Kaye. The efficacy of Ginkgo biloba on cognitive function in Alzheimer disease. Archives of neurology 55.11 (1998): 1409-1415.

[2] Raichle, Marcus E. The brain’s default mode network. Annual review of neuroscience 38.1 (2015): 433-447.

[3] Berwick, Robert C., and Noam Chomsky. Why only us: Language and evolution. MIT press, 2016.

[4] Pigliucci, M. (2024). Are plants conscious. SKEPTICAL INQUIRER, 48(5).

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