approfondimento a cura di marco morelli
Le immagini ci stanno guardando è una sezione del Concorso di Cortometraggi di Ru-Mòre programmata nella serata di giovedì 16 aprile al Cinema Tibur. Nella sezione, cinque corti riflettono sul ruolo delle immagini cinematografiche nel contemporaneo.
Sixty-seven milliseconds di fleuryfontaine (2025)
Nel loro esordio Contraindre, il gruppo francese fleuryfontaine, composto dagli architetti Galdric Fleury e Antoine Fontaine, indaga quattro anni di violenza della polizia francese. Nel 2016 l’approvazione della legge El Khomri o Loi Travail da parte del governo Hollande scatenò manifestazioni duramente represse dalle forze dell’ordine; anche il mandato di Macron è stato caratterizzato dalla violenza delle forze armate, come dimostrano i processi per l’omicidio del diciassettenne Nahel Merzouk e la recente condanna degli agenti responsabili di soprusi nei confronti dei gilet jaunes.

Non sorprende che il cinema francese possa vantare una florida produzione sul tema: oltre al celebre La Haine, opere più recenti come Les Misérables o Dossier 137 hanno indagato i casi di violenza istituzionale dell’ultimo decennio. L’ultima fatica di fleuryfontaine, Sixty-seven milliseconds, riprende questo filone: tramite tecniche miste (telecamere di sorveglianza, CGI, cronofotografia), viene ricostruito il percorso di un colpo mortale sparato da un agente. La vittima ripercorre l’anatomia della propria morte in un processo extra-corporeo che potrebbe ricordare Enter the Void di Gaspar Noé e che recupera l’uso della cronofotografia. Questa tecnica di epoca vittoriana, utilizzata nel cinema delle origini come nel famoso The Horse in Motion, mostra qui la balistica del proiettile e cerca di distorcere la rappresentazione della morte, rimasta un tabù nel cinema dai tempi di Bazin [1]. Dopo lo sparo, viene proposta una rassegna di badge e distintivi della polizia francese, quasi a testimoniare la fierezza con cui gli abusi continuano a restare impuniti: anche l’amaro explicit, in cui gli autori illustrano come l’opera sia tratta da fatti reali, sembra andare in questa direzione.
The Spectacle di Bálint Kenyeres (2025)
La comunità rom ungherese è stata soggetta a una discriminazione sistematica fin dal crollo del Muro di Berlino, con pesanti segregazioni nell’istruzione e nella sanità, sfratti e discriminazioni sul mercato del lavoro. Il ritorno al cortometraggio dopo oltre quindici anni di Bálint Kenyeres affronta questo problema: in The Spectacle, presentato nel concorso di corti a Cannes, è resa evidente la condiscendenza di una troupe televisiva nei confronti di una famiglia rom, in cui un bambino sembra avere un potere soprannaturale.

La cinepresa mostra staticamente le difficoltà nel produrre il servizio mentre, in sottofondo, scorrono i giudizi sprezzanti degli operatori sulle abitazioni e le abitudini rom; la telecamera compie un movimento di ascesa solo quando il bambino trova finalmente pace nel finale. Questo, che ricorda ovviamente Lo Specchio di Tarkovskij [2] ma anche un’altra opera premiata a Cannes nel 2025, evidenzia l’unico momento di liberazione dopo la pressione esercitata da televisione, famiglia e vicini. In un’intervista a Testkammer il regista, autore del lungometraggio Hier ambientato in Marocco, ha sottolineato le difficoltà produttive riscontrate in Ungheria a causa dei tagli ai fondi e alle rigide imposizioni del governo. Nonostante ciò, ha anche annunciato che The Spectacle è solo la prima parte di un film antologico che presenterà altri cinque corti: vedremo se riusciranno ad essere completati anche alla luce dei risultati delle ultime elezioni politiche ungheresi.
Early Came the Stories di Jaume Carrió (2025)
Negli ultimi decenni il cinema, anche grazie all’innovazione tecnica, sta plasmando la nostra comprensione dell’Antropocene, l’epoca geologica definita dall’impatto umano sulla Terra. La ricercatrice Jennifer Fay, autrice del fondamentale Inhospitable World: Cinema in the Time of the Anthropocene [3], sostiene che il cinema non stia solo documentando il cambiamento climatico, ma stia anche ricercando nuovi linguaggi visivi per rappresentarlo in modo più immediato.

Le rappresentazioni contemporanee devono essere consapevoli del necessario superamento dell’antropocentrismo, del potere contemplativo e non estetizzante delle catastrofi e dell’importanza delle immagini come archivio per i posteri: si pensi, in questo senso, alle riprese dell’alluvione a Firenze del ’66. L’ultima opera del talentuoso Jaume Carrió, già premiato ai Goya per il corto animato Woody & Woody, persegue questa traiettoria: il documentario Les imatges arriven a temps, commissionato dal comune di Esporles, evidenzia come, in meno di due decenni, sia cambiata radicalmente la rappresentazione di un disastro naturale. Il corto si apre con le immagini dell’alluvione del 2007 a Maiorca, in cui l’autore confronta il suo girato in 16:9 con un servizio televisivo in 4:3: se il primo formato mima la nostra visione naturale, il secondo esalta la drammaticità dei primi piani. Ancora più distanti risultano i video relativi all’alluvione e agli angeli del fango a Valencia nel 2024: in entrambi i casi la ripresa verticale in 3:4 tipica degli smartphone, pur ricca di dettagli, tende a privilegiare l’individuo a discapito della comunità. Questo segnala una propensione a conservare i ricordi in maniera egoistica, in aperta controtendenza con la tradizione cinematografica dei disastri, da sempre declinata prevalentemente in cinemascope. Carrió suggella i sei minuti intensi del corto con una riflessione sul polyvision utilizzato da Abel Gance in Napoléon e sulla funzione delle immagini come strumenti di elaborazione del lutto, specialmente in un’era definita dall’ipertrofia della produzione visiva.
Cacciatori d’uranio di Davide Palella (2025)
In un’intervista con la sound designer Sara Siniscalco per il Filmmaker Festival di Milano, Davide Palella esplicita l’importanza del filmato d’archivio e della sinergia tra immagine e suono nel suo ultimo Cacciatori d’uranio. L’autore ha rielaborato l’omonimo documentario di Pietro Antonelli e i filmati sul funzionamento delle centrali nucleari in Italia tra anni ’60 e ’80 (conservati all’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea) per costruire uno sci-fi in cui alcuni scienziati tornano sulla Terra nel 2960 alla ricerca dell’uranio.

L’avvertimento che, con poche didascalie, sia possibile trasformare il significato delle immagini risulta essenziale in un panorama segnato, come accennato sopra, da un’ipertrofia della produzione visiva: in questo scenario, il found footage si configura come una soluzione ecologica e un ponte tra passato e futuro, come testimonia da anni l’esperienza di Archivio Aperto. Il riutilizzo dei materiali in Cacciatori d’uranio risulta organico alla cornice fantascientifica del corto: il robot sopravvissuto protagonista rammenta che, come in WALL•E, la Terra è ormai divenuta inospitale dopo una guerra nucleare, rendendo inevitabile l’esodo verso un nuovo pianeta. Le immagini del passato acquisiscono una veste futuristica grazie al montaggio di Palella e a un robusto lavoro di sound design, interrogando lo spettatore su un nuovo utilizzo del found footage e, in parte, sul sinistro divenire di un mondo sempre più immerso nei conflitti internazionali e nel consumismo sfrenato.
Abortion party di Julia Mellen (2025)
In Getty Abortions Franzis Kabisch esamina le immagini quotidiane riguardanti l’aborto per svelare gli emotional scripts nascosti al loro interno. La filmmaker tedesca arricchisce la produzione cinematografica sul tema focalizzandosi principalmente su articoli e materiale reperito online; al contrario, in Abortion Party Julia Mellen utilizza la simulazione 3D. L’autrice statunitense-brasiliana residente a Madrid si registra mentre racconta la propria interruzione di gravidanza, ricostruendo la vicenda tramite un modello tridimensionale.

Il monologo scorre in maniera sagace e logorroica mentre prendono forma i bizzarri personaggi della storia, tanto statici quanto inespressivi, composti da forme geometriche e oggetti di uso comune; non mancano i richiami alla cultura pop del periodo, come il poster di Yung Lean che l’autrice aveva già omaggiato nel precedente corto animato Yung Lean, Please Be My Yung Love. La propensione americana a celebrare eventi catastrofici è già nota per i frequenti hurricane parties dei college nel sud-est: riguardo all’aborto, tuttavia, persiste una forte tendenza al bigottismo, come testimoniano le reazioni alla festa e gli esiti dei referendum in stati come Florida, Nebraska e South Dakota a fine 2024. Nonostante emerga un fondo di amarezza per la regressione dei diritti, la gentrificazione e i segni lasciati sul corpo, Julia Mellen confeziona una divertita e sincera lettera alla sé del passato per celebrare una scelta libera che, ancora oggi, rivendica con uno sguardo tenero e consapevole.
[1] Bazin, A. (1986). Che cos’è il cinema? (A. Aprà, a cura di). Garzanti.
[2] Thaliath, B. (2022). Dialectics of Transcendental and Embodied Self. Andrey Tarkovsky’s image motif in context.
[3] Fay, J. (2018). Inhospitable world: Cinema in the time of the Anthropocene. Oxford University Press.
Ru-mòre è il festival di cinema dedicato alla sperimentazione audiovisiva e si svolgerà dal 14 al 18 aprile al Cinema Tibur. Scopri qui il programma dettagliato del concorso e delle sezioni parallele e scegli l’accredito che fa per te – ci vediamo al cinema!



