intervista a cura di pavel belli micati
Ciao Desi. Grazie del tuo tempo e spazio. In N’s Last Game, tu racconti l’ultima partita di N, che è un po’ un viaggio finale attraverso un tempo e uno spazio indeterminati. Vuoi cominciare col raccontarci chi è N?
Desirée: «Il personaggio di N nasce dalla storia di una persona esistita nella mia famiglia di origine, morta 30 anni prima della mia nascita, che come è successo per me, in maniera diversa ma affine, ad un certo punto della sua vita fu considerata pazza e psichiatrizzata. Ho voluto chiamarla N, che è la sigla che sta per Non Noto sui documenti delle persone orfane quando deve essere indicato il genitore. Questa persona fu uccisa con un Trattamento Sanitario Obbligatorio, fatto che non rappresenta un’eccezione. N è una delle vittime della psichiatria e, nel contesto in cui il sistema della salute mentale sovradetermina le persone privandole di voce e autonomia, considerandole narratorə inaffidabilə della loro stessa esperienza, era fondamentale che la sua storia fosse raccontata dalla sua prospettiva, con la sua voce.»

Vega, la stella più brillante del firmamento e guida delle notti d’estate, nel film è letta come simbolo di guarigione, equilibrio e liberazione, ed è associata ad Orfeo e alla sua lira, rientrando nella sua stessa costellazione. Vega è pure la voce che accompagna N nel suo viaggio verso l’eterno riposo, e insieme ricordano i momenti più intensi della sua vita. Per te, cosa rappresenta Vega? E quale rapporto intrattiene con N?
Desirée: «Ho sempre immaginato Vega come parte di N. Quando studiavo per il film leggevo Contact di Carl Sagan: Vega è la stella da cui è stato inviato il primo contatto alieno alle persone umane nel romanzo. Nel film, Vega è un alieno, una delle voci che sente N, una delle presenze con cui è riuscito a costruire una relazione buona e di guarigione. Questo mio familiare aveva una relazione positiva con delle presenze e delle voci: voci di alieni da altri mondi e di santi. In un’altra cultura forse sarebbe stato qualcunə che poteva intercedere col cielo, una persona spirituale, ma in quella in cui è cresciutə la sua percepita devianza, insieme alla sua sofferenza manifesta, gli hanno procurato un reiterarsi degli abusi di cui aveva già avuto esperienza e una medicalizzazione forzata.»

Nell’ultimo gioco di N emergono due diverse posture. Una esplora le possibilità dello spazio-tempo virtuale: è quella dell’infanzia digitalizzata, la simulazione e riproduzione del reale; l’altra è l’archivio di perlustrazioni cosmiche ed esplorazioni spaziali. Il tuo canto d’Orfeo però, in tensione tra speculazione cosmica e interiore, si dirige oltre la soglia della sua stessa ricezione, del suo stesso sentire. Ti domando allora se, tra astrologia e astronomia, digitale e reale, spazi intimi e intergalattici tu volessi restituire una certa misura del sentimento vitale, facendoci vedere com’è il cielo visto da Vega… Esiste o no questa misura, e quanti anni luce dista da noi?
Desirée: «Si può di certo considerare il lato di cielo visto da Vega! Come dicevo prima, Vega è una parte di N che è in contatto con ciò che lə fa sentire vivə, con ciò che lə afferma. È una parte che lə ama e che ha affetto e compassione per la sua storia. Tutti gli archivi esistono per comporre l’immaginario di N, sono alcuni degli spazi digitali che ha attraversato e sono anche immagini che hanno un carattere onirico e che vivono nei suoi desideri e interessi, che forse nascono da essi. Ho immaginato i confini del corpo del protagonista come lassi, indefiniti, che comprendessero tutto il suo universo, un po’a lambire le parti più vicine a ləi fino a stare più vicine possibili alle cellule del suo corpo, un po’ a spalmarsi fino alle sue galassie remote che tante volte aveva sognato. È un film che ho voluto sgrammaticato, nel senso che l’uso degli archivi probabilmente non segue una grammatica precisa, gli archivi non hanno una funzione ben stabilita: per esempio ho usato alcuni videogiochi come archivi anche se ho settato la scena ad hoc per girare nel gioco, e ho attribuito funzioni diverse allo stesso tipo di immagini.»

A proposito di gaming, il videogioco – specialmente nelle possibili declinazioni di realtà virtuale e/o simulata – ricrea un’esperienza che è originariamente umana. In questo senso, è come se reincarnassimo determinate esperienze, sensazioni, desideri. È quindi possibile per il machine cinema essere anche uno strumento per drammatizzare prima la ricerca del desiderio, e poi esplorarne tutte le possibili somatizzazioni?
Desirée: «Il machine cinema coinvolge il corpo in un modo che mi sembrava rilevante per questo film. Volevo che la sensazione avesse un ruolo significativo, che fosse privilegiata. Un tema ricorrente nel mio lavoro è quello di un desiderio così forte da dover prendere domicilio, da doversi incarnare. È una delle cose che più fortemente mi muove quando scelgo di girare nei videogames. Ho immaginato che il luogo in cui si risveglia la coscienza di N fosse uno spazio ben definito all’interno del videogioco The Sims 4, uno spazio che avesse già attraversato e vissuto. Uno spazio in cui N, resə alieno in ogni sua circostanza, potesse approdare su un pianeta in cui celebrare e fare il funerale alla sua vita e rivisitare i momenti di gioia e di autodeterminazione, validare i suoi dolori e la violenza subìta. Ho voluto raccontare la sessualità negata di N con i glitch dei sims che esponevano i loro corpi cavi mentre condividevano intimità, perché la prima volta che ho osservato queste animazioni mi hanno restituito lo straniamento, la distanza dal corpo e il non riconoscimento che volevo raccontare.
In generale, è importante per la mia ricerca il rapporto di relazione con l’avatar. Una delle ragioni per cui ho usato il videogioco è perché trovo che il machine cinema chiami in causa il corpo in una maniera in cui altre immagini non avrebbero fatto. Il videogioco è da sempre legato all’esperienza fisica, in particolare a quella tattile. Per me era rilevante cercare di avvicinarmi quanto più possibile al corpo di N, e mi sembrava un’esperienza significativa girare incarnando un avatar che ho immaginato potesse aver vissuto a suo tempo il protagonista.»

La commistione tra archivio, digitale e virtuale crea un paradigma personalizzato, e allo stesso tempo fatto di immagini preesistenti che riflettono un luogo cognitivo – e il suo significato emotivo – in una forma spersonalizzata. È possibile che tu applichi lo stesso discorso per il trattamento sanitario obbligatorio di N? Più che raccontato o descritto, l’evento è ricostruito attraverso frammenti di frasi e sensazioni, senza essere estetizzato né strumentalizzato.
Desirée: «Ho voluto usare l’immagine digitale per creare una distanza che rendesse il racconto della violenza sufficientemente accessibile. Nel tentativo di costruire un linguaggio che potesse restare onesto ma che non costringesse a distogliere lo sguardo. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) è una procedura medico-legale che impone “cure” e ricoveri forzati, a cui si ricorre soprattutto per contenere le persone in un momento di crisi in cui sono considerate pericolose per sé o per lə altrə. Parlare di cura in un contesto di coercizione rappresenta un’enorme contraddizione in termini. Trovo desolante parlare di crisi solo quando in ultimo le persone manifestano apertamente la sofferenza e non considerare crisi le condizioni disumane e i problemi materiali che alcune persone sono costrette a vivere. Penso che una cosa che mi ha influenzato visivamente sia stata il fatto di voler parlare di qualcosa per cui non avevo un dizionario: sia perchè è difficile raccontare cosa succede nel corpo – il linguaggio non è mai all’altezza – sia perché rifiutare di usare un linguaggio oppressivo come quello diagnostico mi ha fatto sentire orfanə di una cornice per inquadrare certe esperienze, e mi sento ancora alla ricerca di un’alternativa.»

In questo dolce e lento epilogo, il requiem a due voci che prende forma solo in parte rivela i termini, o meglio, gli scopi del gioco. Vivendo gli ultimi istanti – e insieme ripercorrendo un’esistenza intera – su questa terra, N sembra dirci che alla fine dei conti siamo fatti di memorie, anche quelle più dolorose. Oppure, più semplicemente, questa vita è solo una tappa del viaggio più lungo, e una volta atterrati sul nuovo pianeta, possiamo finalmente scegliere chi siamo?
Desirée: «Per me era importante che N potesse essere accompagnato alla morte da Vega, con cui torna in contatto di nuovo, dopo che i farmaci glielo avevano impedito. Ho voluto che N si potesse congedare dal mondo così: con la sua voce amica, che lo accompagna a salutare tutte le cose a ləi più care, concedendogli un tempo, in tutta quella violenza, in cui fermarsi e ricordare che la sua vita ha valore, che può prendersi un momento per raccontarla a modo suo. Vega lə offre appoggio in questo, e lə ricorda la sua autodeterminazione: come quando dice a N che avrà la possibilità, una volta atterratə su un nuovo pianeta, di scegliere un nome per se stessə che gli somigli di più. Vega lə ricorda cos’altro c’è oltre alla violenza subìta, che può essere qualcos’altro, appartenere altrove.
Questo non vuole essere però consolante—per me è molto importante parlare apertamente di violenza, di un sistema che non è fatto per la cura anche se dice di praticarla, ma che piuttosto è pensato specificatamente per il controllo e l’oppressione delle persone che si allontanano dalla norma, e che soffrendo apertamente il sistema violento in cui viviamo costituiscono una minaccia per il sistema stesso.

In un contesto in cui i segni della violenza subita vengono chiamati sintomi, coltivare una relazione con la propria follia è una forma di resistenza. Rispetto ai temi del film, ci tengo a dire che non intendevo romanticizzare la sofferenza e non la nego. È chiaro che non tutte le persone che sentono le voci avranno questa stessa esperienza, che non è universalmente positiva. Non c’è alcun biasimo da parte mia nei confronti di chi non può o non vuole avere quella relazione con la follia di cui parlo, o nei confronti di chi è nel sistema della salute mentale, di chi si deve o vuole rivolgere a quei servizi o fare uso di quelle pratiche.»
Allora mi chiedo se c’è, secondo te, un ordine che il cinema dovrebbe seguire, qualora si trovasse a registrare e rimediare attraverso linguaggi inediti la violenza e inflitta e traumi procurati? Può questo cinema, un cinema che è fortemente personale, eversivo e anche in una ottima misura sovversivo, rivelare qualcosa del sistema e magari modificarne i parametri e le strutture?
Desirée: «Quello che per me era importante in questo film era stare vicino ad N, lə protagonista, starlə vicino in un modo che lə restituisse dignità. Questa è una possibile storia di follia, non credo che tutte le declinazioni di diversità di una mente abbiano una radice traumatica come nel caso dellə protagonista del mio film, e in ogni caso la diversità non deve essere patologizzata.
La nostra società capitalista ed etero-cis-patriarcale è una società violenta e ingiusta. La psichiatria patologizza la reazione delle vittime a questo sistema e a questa violenza, individuando il “problema” dentro di loro, ignorando completamente il contesto in cui la persona è costretta a vivere. Questo non è un errore innocente, ma ha la funzione specifica di reprimere ogni istanza di ribellione, di mantenere lo stato delle cose. Individuando i problemi dentro le singole persone, il sistema psichiatrico opera un preciso processo di depoliticizzazione. Se il problema è dentro di noi, l’attenzione non è sulle nostre condizioni materiali e quindi non c’è nulla per cui lottare. Basti pensare al fatto che le persone presenti in maggioranza negli SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) sono persone razzializzate, povere, queer e trans, persone che hanno subìto abusi e violenza nell’infanzia e persone isolate, e che le regioni più impoverite riportano il più alto tasso di Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Queste sono alcune delle cose a cui mi riferisco quando dico che il mio è un posizionamento antipsichiatrico, forse il film non è un manifesto, ma c’è molto della mia posizione in questo senso. Ci tengo a sottolineare che molte delle osservazioni che ho fatto sono frutto di riflessioni politiche collettive, fatte di incontri tra persone sopravviventi alla violenza psichiatrica che contribuiscono alla lotta con la loro esperienza incarnata. Avvicinarmi ad una dimensione politica del mio dolore, intenderlo a livello sistemico, incontrarmi con altre persone in questo senso, per me è stato letteralmente salva vita anche con tutte le contraddizioni e difficoltà. Dico sempre ironicamente che amo lavorare con le immagini perché me ne voglio stare zittə ed in parte è vero nel senso che ho avuto nel mio lavoro la necessità di esprimere cose che trovo ancora “indicibili”, e in generale non sono la persona più a proprio agio con il linguaggio verbale ma in questo caso sento la responsabilità di fare uno sforzo per raccontare da quali premesse parte il film.»
Credo che il bellissimo testamento poetico che hai creato per N sia anche una straordinaria dichiarazione d’amore, e insieme un manifesto cosmico della cura e della passione. In conclusione, credi che il mistero dell’amore sia più grande di quello della morte?
Desirée: «A proposito di vitalità, di resistenza e di desiderio, una parte molto importante del film è quella in cui N ricorda la perdita del suo desiderio sessuale, la sua capacità di avere una sessualità in generale, e l’ottundimento emotivo di cui ha avuto esperienza in seguito all’incontro con la psichiatria. La psichiatria reprime sistematicamente e patologizza con diagnosi ad hoc la sessualità delle persone che si discostano dalla norma, di persone queer, trans, delle donne, perché siano più facilmente controllabili, produttive, docili, perché non disturbino. N con Vega ha la possibilità di avere una testimone per affrontare quella rabbia e quel dolore. Per me il desiderio di N è anche resistenza all’oppressione che ha subìto. Volevo che N potesse indugiare nei momenti di piacere e tenerezza della sua vita, che potesse salutarli, che potesse esprimere rabbia per la loro perdita.
Trovo che i canali su cui viaggiano i nostri desideri, la possibilità di provare piacere, siano gli stessi che ci danno la possibilità di sentire rabbia, dolore e a volte di trasformare il senso di ingiustizia in azione. È per questo così importante per me coltivare un desiderio non addomesticabile, di ricordarci sempre che abbiamo il diritto ad avere una vita bella.»
N’s Last Game sarà proiettato al Cinema Beltrade il prossimo 10 novembre come parte del primo appuntamento annuale di Indocili, rassegna organizzata da Tafano. Non mancate!



