recensione a cura di marco meneghin
Gilda, suo fratello e i loro amici erano considerati “westoxicated” durante la loro adolescenza: ovvero, influenzati dalla cultura pop occidentale in un Iran saldamente nella morsa della rivoluzione islamica. «The Westoxicateds» utilizza sia materiale d’archivio che animazione (fornita dal fratello Siamak) per immergere lo spettatore nella Teheran degli anni ’80 e ’90, quando la cultura pop disapprovata dallo stato circolava attraverso mercati neri informali di audiocassette e veniva consumata in spazi chiusi dove i giovani potevano anche vestirsi con abiti punk e altri stili al riparo da occhi indiscreti. Queste reti e queste esperienze sono state fondamentali per la formazione di molti artisti iraniani contemporanei, e ciò emerge chiaramente quando il film si concentra sull’arte del fratello della regista, Siamak. I suoi disegni e dipinti scaturiscono da un’immaginazione che fonde pop art, fumetti e arte pre-islamica per creare mondi e creature che sono al tempo stesso surreali e radicati in un ricco contesto cosmopolita.

Questi aspetti sono condivisi dagli amici di Gilda e Siamak, un poliedrico insieme di artisti visuali, musicisti, registi che, attraverso reti di sostentamento reciproco, associazioni culturali indipendenti e spazi di ritrovo come jazz bars e piccole gallerie d’arte, mantengono viva una vita culturale cosmopolita e allo stesso tempo profondamente iraniana. Un esempio tra tutti è la collaborazione tra Siamak e il regista Mohammadreza Farzad: il fratello di Gilda è il creatore del poster del film di Farzad del 2012, «Flames and Blames», il cui tema è molto vicino al documentario di Pourjabar. «Flames and Blames» racconta di una serie di incendi perpetrati da simpatizzanti dei partiti islamici nei cinema dell’Iran alla vigilia della rivoluzione, nel 1978. L’obiettivo di questi attacchi ai cinema era il contrasto a un mondo culturale “corrotto” dall’occidente, che precede le politiche contro la “westoxication” degli anni ‘80 e ‘90. «The Westoxicateds», quindi, si inserisce in filone di analisi della cultura iraniana post rivoluzionaria, a cui aggiungerei anche il film di Jafar Panahi «Taxi» (2015), con le sue descrizioni del mercato nero di dvd per cinefili affamati di cinema mondiale, che analizza il modo in cui gli iraniani hanno esercitato la loro curiosità intellettuale nonostante i dettami del regime e le sanzioni occidentali.

Tuttavia Pourjabar è anche consapevole del fatto che i conflitti con i dettami culturali ufficiali della Repubblica Islamica hanno un impatto violento sui i bisogni e i desideri delle giovani generazioni iraniane, sia negli anni ’80 che oggi. Le sezioni del film dedicate alle più recenti repressioni delle proteste da parte dello stato rivoluzionario islamico, con molte vittime tra le generazioni più giovani, evidenziano come le libertà a cui gli iraniani aspirano vengono conquistate a grande rischio, un rischio che ha un costo anche per la regista, suo fratello e i loro amici. Mi rendo conto che la descrizione del film possa suggerire immediate analogie con i temi trattati nella popolarissima graphic novel e nel film d’animazione «Persepolis» (2007), entrambi di Marjane Satrapi, e certamente il tono di entrambi i film è simile, tra la nostalgia, la rabbia e la commedia. Ma «The Westoxicateds» non è un film pensato principalmente per un pubblico occidentale. Al contrario, il pubblico principale del film è costituito dagli stessi “westoxicateds”, giovani e meno giovani. È un film realizzato da una di loro per celebrare il loro mondo, e il pubblico che scopre questo mondo per la prima volta attraverso questo film è un ospite gradito che può unirsi al viaggio.

Questo film non offre una rappresentazione caricaturale e univoca della vita in Iran, che spesso è mal raccontata nei media tradizionali occidentali, ma mostra la vita di veri iraniani che gestiscono al meglio la loro quotidianità, cercando un equilibrio tra le loro esigenze private e la loro immagine pubblica, proprio come quasi chiunque altro al mondo. Questo è un film complesso, che racconta di persone complesse che vivono una vita complessa, in un paese che è patria di una profonda repressione ma anche di sorgenti di creatività e libertà. Gilda Pourjabar riesce a creare un film che è allo stesso tempo deliziosamente stravagante, storicamente rilevante, politicamente impegnato e molto, MOLTO divertente.



