Le feste natalizie sono il momento dell’anno per antonomasia in cui vengono fuori tutti i buoni sentimenti. Quale migliore veicolo di tutte queste emozioni, di una rom-com impregnata di sentimentalismo, melensaggine, sdolcinatezza, svenevolezza e altri sinonimi suggeriti dal vocabolario online Treccani? Se dal torneo che abbiamo allestito nelle scorse settimane, ne è uscito vincitore il classico dei classici e cioè When Harry Met Sally di Rob Reiner, siamo qui per commentare alcuni altri titoli (ingiustamente!) dimenticati ed eliminati nel corso dei vari round. Ecco, quindi, di cosa parliamo, quando parliamo delle commedie romantiche che solitamente associamo al Natale.

virginia: about time
Io purtroppo amo l’Inghilterra. Credo di aver fatto anche un buon lavoro su me stessa, a riguardo: non mi ritrovo a romanticizzare le grandi ville in stile regency in cui non ho mai vissuto, non ho mai messo piede e verosimilmente non entrerò mai (a meno che una di queste non venga trasformata in museo o qualcosa del genere); ho apprezzato Emma (2020) di Autumn de Wilde come favola romantica d’altri tempi e Saltburn (2022) di Emerald Fennell come remake pop e kitsch di Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini. Non mi interessa neanche troppo di tutto quel versante di letteratura inglese che va dalle sorelle Brontë a Jane Austen (chiedo scusa al pubblico simpatizzante): della lettura inglese che non ho mai studiato alle superiori mi è rimasta impressa tutta la vicenda di Shelley a Lerici o giù di lì. Ma forse era solo perchè ne parlava André Aciman nel suo Call me by Your Name. Quello che romanticizzo dell’Inghilterra è tutto quello che non ho mai trovato nel paese in cui sono nata e cresciuta: accesso gratuito alla cultura, una straordinaria rete ferroviaria sotterranea che mi consente di percorrere la tratta Camden-Acton in 33 minuti, meravigliose cattedrali gotiche che in un momento o nell’altro hanno funzionato come set cinematografico per uno dei tanti film di Harry Potter. Non apro una parentesi sulla loro concezione del teatro, sui soldi che piovono addosso al BFI e tante altre situazioni utopiche: e a proposito di sogni, chi non ha mai desiderato di poter tornare indietro nel tempo per poter sistemare quelle due o tre cose che, a posteriori, avremmo potuto fare meglio?

About Time è il terzo lungometraggio diretto da Richard Curtis, lo stesso regista e sceneggiatore di tantissime altre perle e chicche inglesi (ha diretto Love Actually, ha scritto Notting Hill). Insomma, l’uomo che ha praticamente inventato i buoni sentimenti. Il protagonista Tim (Domhnall Gleeson) si ritrova a ereditare un potere sovrannaturale dal padre (Bill Nighy), che si trasmette solo all’interno degli uomini della famiglia Lake, ovvero il poter tornare indietro nel tempo e rivivere, diversamente, situazioni del passato. Da questa premessa favolosa, ne deriva però una cautionary tale: a ogni viaggio nel tempo corrisponde un effetto diverso che ha conseguenze non solo sulla vita del protagonista, ma anche del resto dei personaggi comprimari. Tim impara che la vita va vissuta giorno per giorno (ma va!) e il film si conclude con qualche frase abbastanza scontata sul valore della famiglia. Non è tanto per la morale che sta dietro al film che continuiamo a guardare About Time ogni anno a Natale (o meglio, io a Natale, il resto del mondo non lo so), ma per il setting sognante in una villa sul mare in Cornovaglia, per il bellissimo matrimonio inglese (un po’ come quello di Fleur e Bill in Harry Potter e i doni della morte, film incredibile su cui prima o poi aprirò un approfondimento dettagliato in un separata sede), per la struggente scena in cui Tim trascorre gli ultimi momenti rimasti a disposizione con il padre malato, con Into my arms di Nick Cave ad accompagnare la scena. Insomma, dalla visione di About Time forse non ne usciamo migliori, ma sicuramente purificati: come per un effetto di catarsi, lo stesso del meccanismo della tragedia greca, vediamo altri personaggi comportarsi bene al posto nostro e possiamo sentirci in pace così.

marco: fallen leaves
Ammetto di essermi trovato in difficoltà quando la CEO ha proposto il tema rom-com nel tradizionale torneo di Natale su uncle yanco. Vuoi per la mia preferenza per melodrammi (specialmente sotto Natale), una mia maggior predisposizione verso altri tipi di commedie o lo stereotipo di genere che considera il filone più vicino al gusto femminile, non ho mai realmente considerato quali fossero le mie rom-com preferite. In particolare, appena ho letto la proposta mi sono venuti i flashback in stile PTSD riguardo ai filmacci della Hallmark che incrociavo su TV8 facendo zapping durante le feste qualche anno fa: questo, devo ammetterlo, mi ha fatto sentire totalmente inadeguato alla richiesta. Tuttavia, anche grazie al supporto del Sindaco [Alberto Frosini, ndr] sono riuscito a inserire nel torneo un paio di titoli più vicini ai miei gusti che si allontanano dal normale canovaccio del genere: tra questi, spicca sicuramente Foglie al vento (Kuolleet lehdet) di Aki Kaurismäki, Premio della Giuria nella splendida edizione di Cannes 2023.

Ricordo ancora la prima volta che vidi il trailer in sala per The Old Oak di Ken Loach: fino a quel momento di Kaurismäki avevo visto solo il gradevole L’altro volto della speranza, ma pur avendo letto ottimi pareri sul film dalla critica a Cannes non lo avevo messo in cima alla mia watchlist (a differenza di titoli che aspettavo maggiormente come May December, The Zone of Interest, About Dry Grasses e Youth). Eppure, il trailer mi folgorò: in particolare, a colpirmi furono la musica utilizzata e la battuta di chiusura: “E adesso che facciamo?” “Andiamo al cinema?”.

Ho sempre trovato catartica l’esperienza in sala e il film di Kaurismäki pullula di cinefilia: dai poster che tappezzano numerose pareti (tra questi, il mio film preferito di sempre) al cane chiamato Chaplin passando per la divertente battuta su Dead don’t die di Jim Jarmusch, amico del regista finlandese e in sala in questi giorni con l’ottimo Leone d’oro Father Mother Sister Brother. Non è comunque l’amore per il cinema la forza trainante di Foglie al vento: piuttosto, la capacità di Kaurismäki di creare in un’ora e venti una storia d’amore molto umana nella sua schiettezza con il solito stile ironico e asciutto. Il regista finlandese inscena un’avventurosa storia d’amore nel sottoproletariato finlandese tra Holappa, un operaio edile alcolizzato e una commessa di un supermercato, Ansa. I due si incontreranno, perderanno e ritroveranno più volte nel corso della vicenda, nel mezzo alla quale entrambi verranno anche licenziati, a dimostrazione dell’attenzione che Kaurismäki pone da sempre sulle difficoltà della classe lavoratrice specialmente durante la crisi economica.

La scena più significativa del film è senza dubbio quella nel bar dopo l’appuntamento andato male a casa di Ansa: mentre in sottofondo risuona la splendida Syntynyt suruun ja puettu pettymyksin delle Maustetytöt già sentita nel trailer, Holappa appare triste e scoraggiato a causa dei danni che gli ha causato la sua dipendenza da alcol. Qui e in numerose parti del film, Kaurismäki riesce a mostrare un’umanità profonda e complessa con il minimalismo che ha da sempre contraddistinto il suo cinema a metà tra l’ironico e il malinconico. Forse Fallen Leaves non sarà la rom-com per antonomasia (anche se Giulia non era troppo d’accordo già ai tempi dell’anteprima alla Croisette) ma potrebbe presto fare parte dei vostri comfort movies anche sotto le feste.
alberto: vicky cristina barcelona
Il lungometraggio del 2008 Vicky Cristina Barcelona non è il miglior film di Woody Allen, ma è forse uno dei più emblematici, soprattutto tra quelli girati in Europa. Qui Allen “contiene” il proprio cinema, evitando che l’opera si risolva in una forma puramente drammatica o comica: elimina i meccanismi comici classici e attenua il conflitto narrativo per costruire un film che aspira a essere “puramente romantico”. Si tratta, tuttavia, di un romanticismo disilluso e amaro, fatto di amori non corrisposti, desideri contraddittori e di una ricerca personale che non conduce a una sintesi, ma resta sospesa in un esito irrisolto.

Vicky Cristina Barcelona è una pellicola fondata su personaggi volutamente semplici, quasi schematici, ai quali alcuni attori riescono comunque a conferire una certa vitalità, pur muovendosi entro figure in larga parte monodimensionali. All’interno di questa dimensione narrativa, non mancano però interpretazioni inutilmente sopra le righe, come quella di Javier Bardem. Il suo personaggio, Juan Antonio, rimane infatti sostanzialmente immobile nel ruolo di latin lover al limite dello stereotipo, risultando come il personaggio meno caratterizzato dell’intero film. Questa fissità, tuttavia, non è priva di una funzione precisa: Juan Antonio non è pensato per evolvere, ma per agire come elemento catalizzatore, mettendo in moto la dinamica narrativa e facendo emergere le due co-protagoniste, al tempo stesso affini e antitetiche, Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson).

La struttura narrativa del film si fonda infatti sulla contrapposizione tra le due protagoniste, e rappresenta uno dei suoi punti di forza. Vicky è studiosa, ordinata e razionale, orientata verso una vita di rispettabile monogamia accanto al fidanzato Doug. Cristina, al contrario, è avventurosa e non conforme, costantemente alla ricerca di esperienze sentimentali “autentiche” e imprevedibili. È proprio all’interno di questa dicotomia, solo apparentemente rigida, che Allen torna davvero su un territorio classico a lui congeniale, rielaborandolo con uno spi sorprendentemente pungente. La vera svolta del film arriva nella seconda parte, con l’ingresso in scena di Penélope Cruz nei panni di María Elena, donna nevrastenica, imprevedibile, rumorosa e magnetica: di gran lunga il personaggio più vivo dell’intero film. Il triangolo che si crea tra lei, Juan Antonio e Cristina risulta credibile per ciò che racconta e contribuisce a rendere Vicky Cristina Barcelona forse il film più esplicitamente “sexy” dell’intera carriera di Allen. Questa sezione dell’opera, per quanto divertente e sensuale, appare però narrativamente dilatata e dà l’impressione che il regista si sia lasciato sedurre dalla componente più provocatoria del film, perdendo di vista il suo vero centro emotivo.

La sensazione finale è che la parte migliore dell’opera sia stata progressivamente relegata a sottotesto, mentre quella più vistosa ne abbia occupato lo spazio principale. In conclusione, Vicky Cristina Barcelona è un film elegante e seducente, spesso influenzato dal timbro autoriale di alcuni dei film più romantici di Rohmer, ma è anche profondamente irrisolto e sbilanciato: per metà riuscito e per metà superfluo, con il suo nucleo più interessante finito, paradossalmente, in secondo piano. Per essere più precisi, il film migliore, tra i due contenuti all’interno del singolo lungometraggio, è Vicky Barcelona e non Cristina Barcelona.



