recensione a cura di pavel belli micati
Yusuf è un giovane che abita ad al-Basma, ma ogni giorno viaggia fino a Gerusalemme per lavoro. «Quando potrò venire anche io con te?» gli chiede Afra, una ragazzina del suo villaggio. «Quando tuo padre ti reputerà abbastanza grande» risponde Yusuf. «Appena potrò andarmene, non tornerò più qui», fa lei. Nessuno vuole vivere in isolamento e povertà, tutti sognano la grande città. Ma siamo all’inizio del 1936 e le cose stanno per cambiare. Di lì a poco, nessuno potrà più sognare, nemmeno i bambini. Così, nei cantieri inglesi la manodopera araba viene licenziata per far posto ai profughi ebrei che arrivano dall’Europa. Nel porto di Jaffa, durante le manovre di scarico, un barile cade a terra e si rompe, rivelando un carico d’armi diretto a Tel Aviv. I coloni appena giunti innalzano recinzioni, bruciano piantagioni e delimitano confini sul territorio: qualcosa sta per accadere, ma ancora nessuno sa cosa. Quando poi il governo britannico riconosce al popolo ebraico il diritto di fondare un proprio Stato in territorio palestinese, firma così la condanna alla cancellazione delle comunità che da prima abitavano l’area. Inizialmente nessuno osa opporsi: si tenta il dialogo, si prende del tempo. Ma, in seguito alle prime provocazioni, diventa chiaro che la diplomazia non risolverà il conflitto d’interessi – e soprattutto, non faciliterà alcuna mediazione.

Annemarie Jacir racconta l’alba della resistenza panaraba come quel momento cruciale dove alcuni ragazzi sono chiamati a diventare uomini, proprio perché altri non smettono mai di fare i bambini. Questo racconto di formazione individuale e trasformazione collettiva è filtrato dall’esperienza dei vinti, a cui viene tolto progressivamente tutto: prima lo spazio vitale, poi il diritto di parola e infine quello di protestare. Così, quando il dialogo è impossibile, non rimane che la resistenza. Questa è sia la presa di coscienza che anima i fatti narrati in Palestina 36, sia la risoluzione che accompagna la visione del film. Lavorando sul concetto di esperienza vissuta e ricordandoci il costante impegno richiesto dalla sua trasmissione attenta e fedele, la pellicola alterna drammatizzazione a immagini d’archivio, ricostruendo l’ipocrisia della semantica assimilatoria con cui l’Occidente da sempre descrive il Medio Oriente. Dalla nascita della prima radiodiffusione in Palestina fino agli albori della Rivolta Araba, Jacir ricostruisce una geografia delle bugie, dei silenzi e delle collusioni che hanno regolato l’annessione del territorio palestinese al controllo israeliano sotto tutela britannica.

La regista palestinese classe ’74, che dagli anni Duemila lavora alla restituzione audiovisiva di storie appartenenti al suo paese – con un’attenzione verso le condizioni precarie e mutevoli cui la loro trasmissione è soggetta – torna al cinema-documentario con un racconto corale lucido e multiforme, che ha l’obiettivo di indagare le logiche di ostilità con cui il potere silenzia chi, per l’appunto, non ha una voce. Seguiamo così la trasformazione di Yusuf, del suo contesto e degli attori politici coinvolti, chiedendoci cosa sia, davvero, nell’interesse di chi. Le convenzioni del thriller politico e gli stilemi del dramma storico tracciano una cronistoria che dallo scontro civile ricava la propria parabola identitaria. Come succede ai suoi protagonisti, Palestina 36 interroga il pubblico su come e quando la resistenza debba farsi azione – soprattutto quando il martirio non è più un’opzione praticabile. La libertà di autodeterminarsi non prende la forma di appendice, ma risulta piuttosto dalla sua applicazione persistente. Le città crollano, ma le persone restano in piedi. «Sai dov’è la tua terra?» domanda Kareem che si prepara a ricostruire il villaggio appena distrutto: «È dove sono sepolti i tuoi antenati». Raccontando una ribellione storica, Jacir espone anche il processo ideologico tramite cui la risposta diventa resistenza, e dunque, verità storica.



