approfondimento a cura di emma marinoni
Ogni anno a Lago, persino ancora in fase di preselezione, una sezione del festival si distingue chiaramente da tutte le altre: Principî Award, ovvero il concorso dedicato a film di regist3 sotto i venticinque anni. La selezione a Principi Award non solo comporta la proiezione del proprio corto a Lago Film Fest, ma anche tre giorni di incontri e networking dedicati al proprio film e a progetti futuri. Sulla carta la selezione di quest’anno si presenta come abbastanza eclettica: tuttavia i film, una volta proiettati insieme, (un po’ come l3 loro regist3, che si sono di colpo ritrovat3 tutt3 insieme nella cornice incredibilmente specifica di Lago Film Fest) hanno finito per parlarsi e trovare più elementi in comune che all’apparenza.

«the mother and the bear» di yasmina el kamaly
Il momento in cui Yasmina è uscita dalla macchina che l’ha accompagnata a Lago ho capito subito di aver incontrato una persona sincera come il suo film. The Mother and The Bear, vincitore della menzione speciale, è un documentario che inframmezza immagini dell’archivio personale della regista con riprese a mano, girate con la videocamera della madre di Yasmina, soggetto principale del documentario ma certe volte anche camerawoman. Il film analizza il rapporto tra la regista e sua madre ripercorrendo, tramite i diari della seconda, quello tra la madre e la nonna di Yasmina.

Yasmina ci ha raccontato che, quando l’ha girato, l’unica regola presente su questo set piccolissimo (composto praticamente da solo due persone) era che chi aveva la camera in mano poteva porre qualunque domanda all’altra persona, che doveva rispondere per forza sinceramente. Sovvertendo le dinamiche tradizionali del documentario, Yasmina mostra il suo volto in lacrime: tuttavia non si tratta mai di una questione di ego registico, ma più l’espressione di un desiderio di mettersi sullo stesso piano del suo soggetto documentaristico. Il titolo del corto fa riferimento ad all’espressione “the mother and the bear both love fiercely”, ovvero sia la madre che l’orso amano ferocemente: il film diventa quindi un modo per esplorare e mediare sentimenti troppo forti e complicati a parole.

«the land where ghosts could speak» di tianhui wu
L’esplorazione di legami familiari attraverso l’archivio personale è anche al centro di The Land Where Ghosts Could Speak, il vincitore di quest’anno. Nel film, la regista Tianhui Wu racconta il suo rapporto con la famiglia e la madrepatria passando dal proprio corpo e dalla sua esperienza di sonnambulismo. La dimensione onirica permea tutto il corto, tra le parole pronunciate nel sonno dalla regista e il ruolo spettrale dell’archivio, rappresentante una realtà che non esiste più. Le connessioni familiari e con la madrepatria non sempre si muovono su piani razionali e consci: attraverso una prospettiva incorporata, The Land Where Ghosts Could Speak ci rammenta che tutte le parole che vengono dette non sempre rimangono nella nostra memoria e non necessariamente appartengono alla nostra vera voce.

«some of you fucked eva» di lilith grasmug
In Some of you fucked Eva la regista usa, invece, un archivio molto più recente e all’apparenza più impersonale, ovvero internet, per portare avanti un’investigazione su un fatto di cronaca realmente accaduto a Montgomery, North Carolina. Intorno all’inizio degli anni duemila, un gruppo di cheerleader si è trovato protagonista di uno svenimento di massa dalle cause apparentemente inspiegabili. La loro storia è raccontata da tre voci fuori campo, appartenenti ad alcuni studenti che hanno visto gli eventi svolgersi pur stando in disparte – in un chiaro richiamo alle Vergini Suicide. Anche se la vera causa del fenomeno non viene mai scoperta, l’ipotesi che si sia trattato di un caso di psicosi collettiva inizia man mano a perdere stabilità: il racconto della storia di Eva, una cheerleader come tante altre che si è trovata suo malgrado incastrata in un ruolo incredibilmente opprimente, si rispecchia nelle immagini sgranate, evocando un passato sinistro, irrisolto, in cui le ragazze la cui storia è oggetto del film finiscono ad assomigliare di più ad animali in gabbia che alla loro stessa immagine.

«no pussy» di elena leblon
Se al centro di Some of you fucked Eva vi è un esame quasi forense dell’esperienza femminile, No Pussy si concentra piuttosto sull’aspetto performativo e costruito di quella maschile. Il protagonista del film è Mao, un uomo cinese di mezz’età la cui vita procede monotona tra la gestione di un negozio di cui è il solo impiegato e le telefonate con la madre, finché non si imbatte in “The Men’s Project”, un percorso totalmente al maschile pensato per “scatenare la tua belva interiore”. “The Men’s Project” ricorda vagamente la versione parodica di un ritiro meditativo nella prima stagione in Fleabag, in cui le donne fanno yoga e gli uomini passano il tempo ad urlare. Mao è l’unica persona con un’identità etnica non bianca tra gli iscritti, fatto che viene immediatamente notato dagli altri partecipanti e che diventa motivo di presa in giro. Ricordante un po’ l’approccio al cinema di Ruben Ostlund, il film ha toni comici tendenti all’assurdo – in cui molto spesso le gag più divertenti sono piccoli dettagli, come il New York Times #1 bestseller letto da Mao a bordo vasca, intitolato “Why Men Are Also People”. Pur non essendo originalissimo, No Pussy rappresenta un esordio notevole data la giovane età della regista e la sua capacità di misurarsi con temi parecchio attuali.

«spaces as traces» di teo shi yun
All’apparenza Spaces as traces sembra l’intruso della selezione: formalmente è molto più simile alla video arte e al video saggio che a un tradizionale film, ma in realtà condivide diverse trame con gli altri corti del programma, come l’approccio in un certo senso investigativo di Eva e la riflessione tra il rapporto tra sé stess3 e la madrepatria di The Land Where Ghosts Could Speak. Spaces as traces è un’analisi prettamente virtuale degli spazi religiosi di Singapore, attraverso materiali di archivio, piani architettonici e animazione 3D. Shi Yun ci ha raccontato che l’idea per il film è nata durante il 2020, quando a causa della pandemia le pratiche religiose tradizionali taoiste (e non solo) si sono dovute spostare nel mondo digitale: in un certo senso, le divinità sono riuscite ancora una volta a conquistare un altro spazio. In Spaces as traces, le possibilità esoteriche del cyberspazio prendono il sopravvento, in un mondo in cui dimensione digitale e spirituale diventano una cosa sola.

«tempi morti» di giacomo tazzini
Nonostante il Lago Film Fest e il Bellaria Film Festival abbiano un programma specifico[1] dedicato all3 giovan3 regist3 del nostro paese, è molto difficile che qualcun3 di loro sia eleggibile anche per il concorso Principi considerata la restrizione d’età (qui sotto si nasconde un punto su come ai giovanissimi filmmaker – persino a quelli che studiano in accademie di cinema – vengano sempre fornite pochissime risorse per sviluppare il proprio cinema in autonomia): Tempi Morti è uno dei pochi cortometraggi interamente prodotto e girato in Italia a essere stato selezionato per Principi Award. Tempi morti è tra l’altro un film molto italiano: ambientato in una provincia deserta e annichilita dal caldo, popolata da qualche personaggio sporadico, in cui la noia fa da padrone, risulta immediatamente familiare anche agli spettatori autoctoni del Lago Film Fest. In questi luoghi abbandonati a sé stessi, un evento che nelle grandi città creerebbe scandalo diventa solo uno fra tanti altri e viene accolto nella quasi più totale indifferenza da tutti, a eccezione del protagonista, che compie un gesto apparentemente privo di senso e di utilità ma che nasconde dietro di sé dei sentimenti puri. Come ci ha raccontato Giacomo, Tempi Morti è una “storia tragicomica”, che però non si risolve mai in puro cinismo, ma anzi si dimostra in fondo tremendamente sincera.

[1] Principî italiani




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