approfondimento a cura di lorenzo giuliano
Garage Demy (Jacquot de Nantes è il titolo originale francese) presentato fuori concorso alla 44° edizione del festival di Cannes nel 1991, è stato girato da Agnès Varda tra aprile e ottobre del 1990, durante gli ultimi mesi di vita di Jacques Demy, il suo grande amore.

Demy è stato uno dei registi più importanti della Nouvelle Vague e grande innovatore del genere musical non solo in Francia ma in tutto il mondo (Les Parapluies de Cherbourg e Les Demoiselles de Rochefort sono due esempi di grande successo del regista francese, con Catherine Deneuve protagonista in entrambi i film e le iconiche colonne sonore di Michel Legrand). A causa proprio del grande successo di critica e pubblico negli Stati Uniti di Les Parapluies de Cherbourg i due registi si trasferirono per un breve periodo a Los Angeles dove Varda girò alcuni documentari tra cui Black Panthers e lungometraggi come Lions Love. L’obiettivo di Varda in Garage Demy è mettere in scena i ricordi che Demy scrive in quei mesi, leggendoli insieme ogni sera e avendolo ancora presente durante le riprese. L’inizio del film è struggente. Demy, sdraiato in riva al mare, nel luogo che lui più amava. Jacques fa scivolare la sabbia tra le dita, simbolo del tempo che passa, mentre al corpo reclinato si alternano le immagini di un suo dipinto (negli ultimi anni della sua vita si dedicò alla pittura) che ritrae due amanti nudi distesi in riva al mare. La spiaggia, l’amore, il desiderio, insieme ai versi del Balcone di Baudelaire rimandano alla capacità dell’arte “di evocare i momenti felici”, come recita la voce di Agnès. Evocarli e trattenerli, anticipando quel lutto che dovrà venire.

La vita di Jacquot, figlio di un meccanico e di una parrucchiera, è ricostruita da Agnès Varda esattamente in quel cortile a Nantes dove Demy è vissuto con la famiglia. La mano con l’indice puntato dipinta sul muro a indicare l’ingresso dell’officina, fa da collante con i futuri film di Demy. Interessante infatti è come è montato il film, alternando il racconto dell’infanzia di Demy con delle immagini di Demy a 59 anni che commenta e racconta aneddoti della sua infanzia intramezzati proprio dalle scene dei suoi film. Particolare è la scelta anche dell’uso del colore all’interno della pellicola. La storia dell’infanzia di Demy è sempre in bianco e nero ma diventa a colori quando il protagonista parla o assiste a uno spettacolo teatrale o cinematografico, questo per rimarcare la passione che era in lui fin dalla giovane età. Mentre Demy a 59 anni e le scene dei suoi film sono sempre a colori. Sicuramente a Varda sarebbe stata più utile una mini videocamera per fare le riprese di Demy da anziano, con magari degli zoom proprio sulle rughe e le macchie della pelle del marito. Ma purtroppo ancora non c’era il digitale, elemento che invece utilizzerà alla grande proprio con le videocamere in uno dei suoi documentari più riusciti Les Glaneurs et la Glaneuse del 2001.

Prima l’infanzia e poi l’adolescenza di Jacques Demy nel film sono raccontate dai nove ai diciannove anni: Varda fa dei casting proprio a Nantes, paese d’origine del regista e sceglie tre ragazzi di tre età differenti che somigliano a suo marito, confrontando le loro facce con le foto di Demy da giovane. Il cortile di casa, il garage del padre, il solaio sono il rifugio dove Jacquot porta al sicuro e sviluppa gli stimoli destinati a formare il suo universo cinematografico. Elementi, luoghi, oggetti che poi avranno una seconda vita nel suo film più iconico Les Parapluies de Cherbourg del 1964 che ha avuto ben 5 nomination gli Oscar. Per Jacquot bambino, il teatro di marionette e il teatro dell’opera di Nantes diventano i primi riferimenti di rappresentazione spettacolare della realtà. Man mano che Jacquot cresce, il bisogno di creare un proprio racconto si sviluppa attraverso i burattini di carta, un palcoscenico fatto con cartoni d’imballaggio e decorato con angeli funebri ricavati dalla tomba del nonno.

Jacquot passa rapidamente da semplice proiezionista a disegnatore dei propri film animati, mentre scopre parallelamente il cinema “dei grandi autori”: Les enfants du paradis (1945) di Marcel Carné, visto con tutta la famiglia. Ma non gli basta: in un negozio di oggetti usati scambia una vecchia cinepresa con il suo meccano (un ponte sospeso). La sua prima regia coinvolge tutti gli amici del vicinato in un cortometraggio, Les aventures de Solange, che nessuno vedrà mai perché la pellicola è stata sovraesposta. Dunque, per fare cinema, bisogna studiare: Jacquot, che nel frattempo è ormai diventato Jacques, e va all’istituto tecnico per dovere, per amore impara la tecnica cinematografica, si applica, si fa regalare una cinepresa Ercsam con la quale torna ai burattini di carta, facendoli diventare personaggi di un film di animazione in stop motion: Attaque nocturne (1948), un lavoro durato cinque anni, corrispondenti alla sua crescita adolescenziale.

«Garage Demy» di Agnès Varda (Credits: IMDb)
Nella terza parte di Jacquot de Nantes, Agnès Varda sembra avvicinarsi ancor di più al cuore del suo amore. Il cinema diventa ragione di vita, anzi, la vita: Jacques Demy adesso è un cinefilo, pronto a sacrificare il tempo libero a discapito di amici e fidanzate pur di portare a termine il suo progetto cinematografico, sfogando in esso la propria insoddisfazione, le tensioni, la rabbia di sentirsi costretto a frequentare una scuola che non gli interessa, solo per compiacere suo padre. Le scene degli interni domestici, girate a Parigi per consentire a Demy di sottoporsi alle terapie per le cure necessarie, si concludono il 17 ottobre. Jacques muore di aids dieci giorno dopo. Ad Agnès resta il materiale girato, la sala di montaggio, per continuare a parlare con suo marito. Per raccontare di come, dopo aver concluso il suo Attaque nocturne, Demy è riuscito a mostrarlo al regista Christian Jacque, che lo incoraggia a proseguire gli studi a Parigi, realizzando una promessa fatta agli amici durante gli anni di scuola. Lo attendono l’Ecole Technique di fotografia e cinema, dove incontrerà proprio Agnès Varda che era lì non per studiare cinema come il marito ma fotografia.

«Garage Demy» di Agnès Varda (Credits: IMDb)
Varda fin dall’adolescenza è sempre stata appassionata di fotografia e ha iniziato a lavorare come fotografa di scena al teatro di Avignone, dove incontro Philippe Noiret che poi diventerà protagonista del primo film che dirigerà la regista belga, pochi anni dopo, La Pointe Courte. All’Ecole Technique di Parigi tra Varda e Demy scatterà una scintilla fin da subito, fonderanno dentro casa loro una casa di produzione, la Cine-tamarìs che consentirà ai due registi di avere piena di libertà sui loro set.

«Garage Demy» di Agnès Varda (Credits: IMDb)
L’ultima sequenza del film è per Jacques, malato, su una riva dell’oceano fra le alghe, nella bassa marea. Agnès gli si avvicina e inquadra il volto, il sorriso di Jacquot, gli occhi nei quali sono rimaste due piccole lacrime, due piccole onde nelle quali annegare. La voce di Varda canta su questa inquadratura una poesia di Jacques Prévert, Sabbie Mobili:
Démons et merveilles / Vents et marées / Au loin déjà la mer sest retirée / Démons et merveilles / Vents et marées / Et toi / Comme une algue doucement caressée par le vent / Dans les sables du lit tu remues en rêvant / Démons et merveilles / Vents et marees / Au loin déjà la mer sest retirée / Mais dans tes yeux entrouverts / Deux petites vagues sont restées / Démons et merveilles / Vents et marées / Deux petites vagues pour me noyer.
Varda in Les Plages d’Agnes, documentario autobiografico in cui racconta la sua vita dall’infanzia fino alla vecchiaia, passando proprio per l’amore della sua vita, Jacquot, esplica allo spettatore come sentiva e aveva bisogno di girare questo film per Demy: “Ebbene, non avevo altra soluzione, come regista, che filmare molto da vicino la sua pelle, i suoi occhi, i suoi capelli come un paesaggio, le sue mani, le sue macchie. Avevo bisogno di farlo, fare delle inquadrature su di lui, della materia di cui era fatto. Jacques che stava morendo, ma Jacques ancora vivo.”

Garage Demy è il ritratto dell’amato da parte della regista belga ma anche il ritratto di un artista da giovane, la nascita e lo sviluppo di una vocazione artistica, una lettera d’amore ai sognatori e a chi vorrà lavorare e dedicare la propria vita alla settima arte.



