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Di che cosa parliamo, quando parliamo di «Sentimental Value» di Joachim Trier? Abbiamo provato a mettere insieme, in questa sorta di tavola rotonda, pensieri, parole, opere, omissioni e tutto quello che ci è passato per la testa durante (e dopo) la visione del film. Prendete sul serio queste nostre parole, ma con moderazione.

«Sentimental Value» di Joachim Trier (Credits: Frenetic Films)

costanza

Scrivo queste righe di getto poche ore dopo aver visto il film al cinema ed essendo una grande fan di The Worst Person in The World (film che ho visto almeno cinque volte e inculcato a tutti i miei amici con enorme successo) devo subito dire che le mie aspettative erano altissime. In questo senso, l’inizio di Sentimental Value mi ha lasciata senza parole, con i brividi lungo la schiena e i piedi che facevano fatica a stare fermi, per il modo in cui le protagoniste della storia vengono introdotte (Emma sicuramente lo definirebbe “molto da Costi”). La mia scena preferita del sopracitato capolavoro era infatti quella in cui si apriva una parentesi del tutto randomica sulle antenate della protagonista e si mostrava cosa loro avessero fatto il giorno del loro trentesimo compleanno, mentre nel presente la protagonista celebrava l’evento con sua madre, sua nonna e il suo ragazzo.

«Sentimental Value» di Joachim Trier (Credits: Frenetic Films)

Per questo motivo, il modo in cui le antenate di Sentimental Value e la casa di famiglia accompagnano i protagonisti fin dalle primissime scene è per me il punto di forza di questo lavoro, che trova così un efficace modo di venire a capo di un complesso ritratto familiare. Il film si stratifica nel tempo e tra i membri della famiglia con una prospettiva che abbraccia quattro generazioni e fa della casa il suo centro gravitazionale, seppur un po’ celato a tratti. È un centro che si fonde, si solidifica, prende nuove forme e sembra addirittura dissolversi, ma rimane l’elemento della storia che aiuta a dare senso alle vite dei protagonisti (scrivendo questo penso soprattutto al modo in cui la casa viene usata dal padre regista). Sebbene il ritmo del film mi abbia un po’ affatticata verso metà, l’ho trovato intrigante anche per la sua identità metacinematografica. Il ruolo catartico della creazione di un film, affrontato sia dalla prospettiva del regista che da quella delle attrici, sicuramente meriterà un rewatch per essere colto nella sua interezza. Trier ha raggiunto una maturità artistica che gli consente di raccontare storie con la sua voce più intima e avere la possibilità di sedersi al buio con lui al cinema è travolgente e rassicurante allo stesso tempo, per cui yolo Joachim non ti fermare!

virginia

Sono andata a vedere Sentimental Value con le aspettative più alte del mondo – ma anche a un orario cinematografico “normale”, dato che avevo dovuto vedere The Worst Person in the World a una matinée del cinema del museo di arte di provincia (nessun altro lo trasmetteva, ai tempi, in un epoca pre-Oscar nominations). Ne sono uscita delusa e non so se la colpa sia stata mia, che mi sono ciecamente fidata di tutti coloro che avevano gridato al capolavoro subito dopo la presentazione allo scorso Festival di Cannes, o di Joachim Trier, che sembra aver messo in scena una riproposizione più matura (ma anche decisamente più banale e superficiale) dei temi che aveva rappresentato con il suo lungometraggio precedente. Alcune delle scene o dei motivi si ripetono quasi in copia carbone: la sequenza del morphing su sfondo nero tra i volti dei tre protagonisti richiama la sequenza allucinogena in cui Julie (Renate Reinsve) sprofondava insieme a un gruppo di amici in The Worst Person in The World; così come alcune scelte di carattere tecnico e stilistico – credo che sovrapponendo alcuni frames tra i due film, non si noti alcuna differenza. Nora mi è sembrata una versione di Julie certo più affermata dal punto di vista della carriera, ma molto meno da quello sentimentale, appunto – nonostante anche qui torni Anders Danielsen Lie a interpretare l’interesse amoroso della protagonista.

«Sentimental Value» di Joachim Trier (Credits: Frenetic Films)

Quello che è stato venduto come un film sui daddy issues, infine, mi è sembrato più un film generazionale e di confronto tra le due sorelle protagoniste, Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), che non effettivamente con il padre Gustav (Stellan Skarsgaard). Il film è bello, non fraintendetemi, ma manca quella profondità e analisi che tanto ci aveva fatto battere il cuore con il precedente lungometraggio e, viste le persistenti e numerose somiglianze, nel confronto che inevitabilmente si costruisce a posteriori, Sentimental Value purtroppo soccombe. Alla fine, l’unica nota dissonante e davvero evitabile che ho riscontrato in tutto il film è stata la ripetizione ossessiva della theme song; un flashback di guerra di The Sound of Silence contenuta in The Graduate (1967) di Mike Nichols (che pure è stato un gran film generazionale e sul conflitto genitori-figli).

«Sentimental Value» di Joachim Trier (Credits: Frenetic Films)

Ho trovato, se non completamente originale, comunque pieno di spunti il tema portante del film, ovvero le generazioni familiari che si susseguono all’interno di una casa, con alcuni excursus tipici del cinema anche di Mike Mills (mi riferisco all’ambientazione e alla spiegazione del contesto dei personaggi in 20th Century Women, dove tra le protagoniste figura anche Elle Fanning). Approfitto per segnalare una lettura molto vicina a quella che Trier e Vogt propongono dell’abitazione nel film – del resto ho una laurea in lettere e in qualche modo devo metterla a frutto: è la novella Lacrymae Rerum (1887) di Giovanni Verga, che fa parte di una serie di novelle definite dalla critica e dalla tradizione scolastica “milanesi”, unicamente perchè sono state scritte nella città in cui Verga ha vissuto per buona parte della sua vita. Racconta la storia di una casa che subisce il passaggio del tempo e del ricambio generazionale delle famiglie che vi abitano dal punto di vista dei mobili che ne fanno parte. Non credo che a Oslo sia arrivato questo spunto letterario, ma se mai dovessi incontrare Joachim Trier, sarò contenta di farci una chiacchierata a riguardo.

alberto

In Sentimental Value Trier sembra finalmente confrontarsi con la propria età. Se un tempo il suo cinema era ossessionato dai giovani e dalla loro turbolenta vitalità, qui l’attenzione è rivolta verso la stanchezza, il rimpianto e ciò che resta quando il tempo passa e nessuno ha davvero chiesto perdono. Tuttavia, la pellicola non scivola mai nel fatalismo e, proprio per questo, lascia spazio alla possibilità più difficile: la riconciliazione. Le frustrazioni risultano credibili, i rimorsi ancora di più. I ricordi fanno male, ma non arrivano mai a essere distruttivi. Il film è volutamente esplicito, a tratti persino didascalico. Infatti, elementi come la crepa nel muro della casa di famiglia come metafora della frattura familiare e del trauma generazionale è evidente, quasi banale. Eppure, Trier, attraverso una messa in scena magistrale e a un montaggio metrico, insiste su immagini frontali, soprattutto in un’opera che cambia spesso punto di vista tra i personaggi.

«Sentimental Value» di Joachim Trier (Credits: Frenetic Films)

Uno dei più grandi pregi di Sentimental Value è la totale astensione a scorciatoie emotive, affidando proprio gran parte del peso alle interpretazioni degli attori. Nora (Renate Reinsve) è un’attrice di teatro attraversata da ansia, rabbia e bisogno di riconoscimento, invece suo padre Gustav (Stellan Skarsgård), è un regista cinematografico, distante dalla famiglia, ingombrante, mai davvero pentito delle sue azioni. Sullo sfondo di questo rapporto la storia stessa della loro genealogia, il trauma ereditato, che Gustav tenta di affrontare e al tempo stesso eludere attraverso il lavoro. Il tema della distrazione è una questione che attraversa tutto il film. I personaggi cercano di anestetizzare il disagio attraverso schermi, sesso e rumore di fondo. Ad esempio, Nora si rifugia nella televisione mentre crolla emotivamente; Gustav, pur criticando l’iPad del nipote, rimane incapace di confrontarsi con le proprie emozioni, cercando di distrarsi impegnandosi attivamente per il suo film. Infatti, il cinema per Gustav è forse la distrazione più dannosa, permettendogli infatti di evitare il confronto con le figlie. Così tra loro non persiste una vera richiesta di scuse né una vera assoluzione, ma solo la consapevolezza del loro inevitabile legame.

Sentimental Value
«Sentimental Value» di Joachim Trier (Credits: Frenetic Films)

Tuttavia, l’omaggio a Bergman e a Varda, attraverso la sovrapposizione dei volti, suggerisce che i legami familiari resistono anche quando sono dolorosi. Padre e figlia si scontrano perché si somigliano, perché entrambi hanno messo il lavoro e l’arte prima delle relazioni, a discapito anche della loro salute. È presente, inoltre, anche una chiara riflessione metacinematografica. Infatti Trier sembra interrogarsi sull’idea di dirigere un film in lingua inglese, e la risposta è un rifiuto ironico. Non si può tradurre una nazione, né una storia familiare, per renderla più digeribile a un grande pubblico. È emblematica scena in cui Nora legge il copione del padre in norvegese, in lacrime, ribadendo in modo acuto questa posizione. La scena più evocativa del lungometraggio è quella tra Nora e sua sorella Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) in cui sono descritte e messe a confronto le loro due infanzie: Nora sente di non aver ricevuto abbastanza amore, mentre Agnes dice che nulla era davvero rovinato perché “avevo te”. L’amore mancante si sposta, si redistribuisce, ma comunque lascia segni. Dopo aver insistito sull’assenza di una vera assoluzione, il finale si muove verso un’altra possibilità. Quello che sembra un ritorno all’oblio diventa il suo contrario: non la morte, ma uno sguardo che finalmente riconosce. Due, o meglio tre, generazioni si ritrovano nello stesso spazio, consapevoli solo in parte del dolore reciproco, ma unite da qualcosa che passa nel silenzio. Il film si chiude non come una fine, ma come un nuovo inizio per la loro famiglia.

pavel

Il regista de La Persona Peggiore del Mondo torna col Padre della Persona Peggiore del Mondo. Renate Reinsve è un’attrice degna di Valeria Bruni Tedeschi, e Stellan Skarsgaard un padre-regista severo, con il quale non intrattiene – a onor del mito – un rapporto felice. Nella Oslo contemporanea, Opening Night di Cassavetes rilegge Ibsen provando a imitare una Sinfonia d’Autunno ma con la variazione del complesso d’Elettra. Trier, dall’autore di Casa di Bambola prende anche il nome della protagonista, Nora; ed ecco che l’assenza paterna e la scomparsa del materno sono riflesse in direzioni mediocri, accessi d’ira più patetici del pathos che vorrebbero suggerire e operazioni sentimentali, quando non cinematografiche, confuse, pigre e poco incisive. Il cameo di Elle Fanning nell’attrice-figlia-sostituta, certo, non migliora la digestione del pasticcio tronfio eppure insapore.

Sentimental Value
«Sentimental Value» di Joachim Trier (Credits: Frenetic Films)

Di figli che ereditano i traumi dei genitori, e di figlie di padri che assomigliano alle madri dei padri. Un filo-dramma un po’ troppo congestionato dove la tesi ivi sostenuta, per due ore e tredici minuti, è che anche il padre più anaffettivo ha un modo tutto personale di esprimere l’affetto. Il sentimento allora sì che acquisisce il plusvalore che merita: da trauma inconfessato si fa nuovo cinema d’autore. Fatico a comprendere a quale tipo di pubblico questo film è destinato, e se non sia, esso stesso, un tentativo psicanalitico (fallito) del regista (di successo) di affrontare i propri demoni. E ciò non perché io abbia avuto la fortuna di avere un padre decostruito, tutt’al contrario: semplicemente, ho accettato le sue assenze. Più che Sentimental, questo valore lo avrei accompagnato all’aggettivo Detrimental: dopo decenni di analisi e decostruzioni nella psicologia, di rimozioni e di spostamenti sull’ereditarietà dei caratteri, ecco nel 2026 che la Norvegia di Joachim Trier riscatta le letture superate di Freud e dimostra che il patriarcato, anche nei neoliber(ist)i territori scandinavi, ma soprattutto nelle virtuose famiglie d’arte, gode di ottima, splendida salute.

marco

Si parla dell’ultima fatica di Joachim Trier Sentimental Value da quasi un anno e mezzo, quando a metà agosto 2024 fu annunciato l’inizio delle riprese con un cast d’eccezione (Reinsve, Fanning, Skarsgård, Lilleaas). L’attesa era comprensibile: il precedente The Worst Person in the World è stato uno dei titoli più apprezzati dalla critica dell’ultimo decennio e ha lanciato la carriera di Renate Reinsve, diventata attrice stimata e perfino fashion icon negli ultimi giorni.

Il film tratta del tentato ricongiungimento tra un padre, famoso regista, e le di lui figlie attraverso il cinema. Dalla presentazione a Cannes, dove ha vinto il Grand Prix, Elle Fanning (che nel film interpreta un’attrice) ha lanciato la Joachim Trier Summer, come campeggia nella t-shirt da lei indossata alla première. La scelta non potrebbe essere casuale, considerando che uno dei tanti spunti che dà Sentimental Value è sulla commercializzazione del cinema (con una simpatica frecciatina a Netflix) e sul rapporto tra questo e media: in particolare, in una delle tante scene meta-, vediamo in metro il volto della vera Elle Fanning nella pubblicità di Fame di Paco Rabanne girata tre anni fa. Inoltre, l’elemento forse di maggior interesse del film è rappresentato dal riuso standardizzato del vissuto privato in arte. In questa ottica, assume senso il “valore sentimentale” del titolo, che può essere commercializzato per creare un profitto (come si può intuire, non a caso, nella scena finale e nelle transizioni in nero che ricordano gli spot televisivi) e criticando un certo cinismo che mette sul mercato, a peso d’oro, dolori privati.

Sentimental Value
«Sentimental Value» di Joachim Trier (Credits: Frenetic Films)

Questo fenomeno di exploitation era stato similmente trattato in un’altra grande opera meta-degli ultimi anni presentata a Cannes, l’ottimo May December: tuttavia, se il lavoro di Haynes appare maggiormente focalizzato sulla tabloid culture e sulla fascinazione per il crime drama, Trier è più interessato al potere riconciliatorio del cinema nel saturare ferite familiari. Sebbene questa non sia propriamente un’idea innovativa (anche vista recentemente nel Mata Hari su Carradine premiato a Venezia Classici), restano gradevoli le citazioni a Bergman per la gestione dei silenzi e il tema dell’interpretazione attoriale e del doppio (la mente va in automatico verso Persona ma anche Sinfonia d’autunno), supportate dai rimandi alle pratiche di psicoterapia di gruppo. Alcuni studiosi hanno sottolineato la centralità della salute mentale nel cinema di Trier [1]: non appare quindi avventato interpretare la lettura a voce alta del copione del pater familias (un ottimo Skarsgård) come una sorta di psicodramma moreniano in cui Rachel/Elle Fanning interpreta Nora/Renate Reinsve. Lo stesso Moreno dava molta importanza alla catarsi [2] e non è un caso che il film raggiunga il suo peak emotivo quando Nora e Agnes leggono insieme lo script paterno, nel frame presente sui poster e sulle immagini commerciali del film che girano da quasi un anno.

«Sentimental Value» di Joachim Trier (Credits: Frenetic Films)

Per quanto, come visto, a Sentimental Value non manchino certo i pregi, lo script appare un po’ disorganico, specialmente nel rappresentare la frammentarietà e incomunicabilità della famiglia Borg. Questa tendenza, unita a un citazionismo a tratti un po’ zelante, non permette uno sviluppo drammaturgico paragonabile agli altri film ambientati a Oslo, restando algido e anestetizzato almeno fino all’ultimo quarto d’ora. Manca, probabilmente, la spregiudicatezza e la visione che aveva caratterizzato The worst person in the world, in particolare nella ormai iconica scena in cui Oslo si congela per amplificare il viaggio di auto-scoperta di Julie. In conclusione, Sentimental Value risulta un’opera arguta e cinefila che, però, resta a tratti vittima di un eccessivo scrupolo che rivela il trauma generazionale solo a tratti.


[1] Anne Gjelsvik (2019) Openings and closures: Mental health in Joachim Trier’s cinematic universe. Journal of Scandinavian Cinema, 9 (1), 75 https://doi.org/10.1386/jsca.9.1.75_1

[2] Moreno, Jacob Levy. “Mental catharsis and the psychodrama.” Sociometry 3.3 (1940): 209-244.

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