approfondimento a cura di lorenzo santini
Rango, quindici anni dopo: il capolavoro di Gore Verbinski, nonché uno degli esperimenti più curiosi del cinema digitale
Nel panorama spesso levigato e rassicurante dell’animazione mainstream, esiste un’anomalia che dal 2011 continua a riverberare nella mia testa come un miraggio nel deserto del Mojave. Ha il corpo sghembo di un camaleonte con una camicia hawaiana e il nome di un eroe per caso: Rango.

Diretto da Gore Verbinski, Rango non è stato solo un successo da Oscar, ma un vero e proprio “oggetto filmico non identificato” capace di scuotere, all’uscita, le fondamenta di una forma espressiva troppo spesso confinata a geometrie infantili. Al tempo stesso, un western decostruito e febbricitante che, parafrasando André Bazin, ha rivitalizzato “il cinema americano per eccellenza” attraverso la sua stessa demolizione. Eppure, con una velocità piuttosto sconcertante, ho avuto l’impressione sia poi scivolato nell’oblio o quasi. Forse complice un’estetica sin troppo ardita e respingente ai più? Possibile, ma ora che il film ha compiuto quindici anni, ritengo possa valere la pena provare a rivederlo o a guardarlo per la prima volta, valutando come possa restare ancora qualcosa di cui valga la pena parlare.

Dimenticate la perfezione asettica. L’opera in questione nasce da una scommessa: quella che il pubblico sia sempre affamato di originalità e di quel senso di smarrimento che scaturisce di fronte al “diverso”. Verbinski, reduce dalle fatiche colossali dei Pirati dei Caraibi, ha approcciato il progetto con la medesima mentalità fino ad allora riservata esclusivamente al live action (se non si contano almeno gli spot giovanili per Budweiser dove, in filigrana, è possibile cogliere un seme in Rango germogliato). Supportato dalla Industrial Light & Magic di George Lucas (pure essa al suo debutto nel lungometraggio animato), dalla consulenza ideativa di James Ward Byrkit, dalla sceneggiatura di John Logan – firma dietro blockbuster come Il gladiatore – e dall’occhio del celebre direttore della fotografia Roger Deakins (già complice dei fratelli Coen in alcune delle più belle immagini western degli ultimi decenni), il regista ha realizzato il suo film più personale scegliendo la strada del disegno animato, e iniettando nei territori della CGI sin qui battuti una resa fotografica inedita, sporca e granulosa.

Una fisicità materica fatta di terra, sudore e ruggine, dove le textures delle scaglie della pelle dei rettili (che storicamente nell’animazione hanno ricoperto per lo più ruoli da antagonisti), divengono quasi palpabili. Gli abitanti di Polvere (Dirt, in or.), la cittadina di frontiera dove approda il personaggio principale, non sono teneri animaletti da peluche: sono figure “disgustosamente caricaturali”, segnate da mutilazioni e sporcizia, quanto più lontane dall’antropomorfismo disneyano e prossime a un’espressività grottesca che l’animatore Hal Hickel ha definito “photo-surreal”. Il protagonista è un camaleonte – di cui non conosciamo il nome – che vive in un terrario dove, circondato di oggetti improvvisati (un pesce a carica meccanica, una palma di gomma, il busto di una bambola Barbie e la salma di uno scarafaggio), mette in scena piccole finzioni teatrali per sfuggire alla noia e alla solitudine. Quando la sua teca si frantuma durante un incidente stradale, scaraventandolo sull’asfalto rovente del deserto californiano, la frattura non è solo materiale ma anche simbolica: crolla la quarta parete. Espulso dalla finzione “protetta”, il rettile piomba nel “mondo effettivo” del racconto, un universo che si rivelerà essere un altro terrario a sua volta, più vasto e crudele, dove creature e creatori si confondono in una sorta di orgia antropomorfica dalle tensioni squisitamente umane.

Tra ricerca identitaria, speculazione idrica e una critica più sotterranea ma comunque leggibile al genocidio dei nativi d’America per mano dei “bianchi”, a Polvere il camaleonte capisce che per sopravvivere deve fare l’unica cosa che sa fare: recitare una parte. Non diventa Rango compiendo atti eroici, ma costruendo una narrazione larger-than-life a cui una comunità disperata sceglie di credere. Si delinea così un cortocircuito teorico in cui la stratificazione pixariana viene espansa all’eccesso e l’eroismo emerge non come virtù innata, ma come azione collettiva.

Rango è un complesso archivio di segni cinematografici smontato e ricomposto con un misto di venerazione e ironia, spaziando da Leone a Polański, da Gilliam a Coppola; la cui vitalità risiede anche nel metodo produttivo. Verbinski, oltre ad avere approcciato il set animato come uno in tutto e per tutto “dal vero”, ha rifiutato per il sonoro l’isolamento delle cabine di doppiaggio, riunendo il cast (da Johnny Depp a Bill Nighy) in un reale soundstage, un capannone in cui gli attori hanno interagito fisicamente tra loro utilizzando pistole giocattolo, barbe posticce e cappelli, per calarsi al meglio nelle rispettive parti. Questa “recitazione corale” ha infuso nell’animazione una spontaneità rara, catturando ogni sfumatura delle performance, a partire dalla poliedricità di Depp. A chiudere il cerchio è la colonna sonora di Hans Zimmer, che rielabora esplicitamente Morricone con chitarre elettriche e fischi declinati in una chiave ludica che si armonizza con la natura irriverente e “meta” dell’opera, diventando in più occasioni diegetica con la presenza di quattro civette mariachi che agiscono come un moderno e spassoso coro greco.

Rango merita assolutamente di essere scoperto o riscoperto per verificare quanto a distanza di tre lustri non continui ad apparire solo come un film animato tecnicamente straordinario nella sua anarchia o un western come non se ne vedevano da anni, ma cinema al suo stato più puro, pensato per il grande schermo; un equilibrio tra intrattenimento e sostanza; una lettera d’amore all’acting e alla capacità della settima arte di interrogarci su chi siamo veramente quando le luci in sala si spengono e davanti a noi si accende un mondo altro.



