recensione a cura di lorenzo santini
Nel 2075 di Ugo Bienvenu, la Terra è diventata un paradosso vivente: un ecosistema che brucia e che annega contemporaneamente sotto il peso di un’antropizzazione mal gestita, dove l’umanità ha barattato la presenza fisica con l’efficienza asettica dei robot e la consistenza eterea degli ologrammi. In questo scenario di iper-tecnologica solitudine si muove Arco – Un’amicizia per salvare il futuro (2025), un’opera che trasforma la fantascienza speculativa in una fiaba malinconica e visivamente affascinante.

Al centro del racconto troviamo Iris, una bambina di dieci anni che incarna alla perfezione la tragedia del suo tempo: fondamentalmente circondata da ogni comfort e dalle scrupolose attenzioni del robot-casalingo Mikki (per lo meno a livello estetico una sorta di topos nella produzione grafica del regista) però orfana di effettivo contatto, vittima di una carenza affettiva ancestrale. I suoi genitori, fisicamente sempre distanti da essa per impegni lavorativi che sembrano non conoscere mai sosta, presenziano tra le mura domestiche solo come proiezioni luminose che fluttuano nell’aria rappresentando l’emblema di un mondo che “c’è” ma non “tocca”, una società dove la connessione è totale ma la vicinanza è pressoché nulla. Iris sogna che qualcosa possa cambiare, e questo suo desiderio nei confronti di un’autenticità si avvera un giorno apparentemente come tanti altri, quando avvista nel cielo un arcobaleno che compie una bizzarra traiettoria aggirando le leggi della fisica atmosferica. Così fa la conoscenza di Arco, un suo coetaneo che piomba da un futuro ancor più lontano dal suo, smarritosi nel tentativo di provare ad attraversare le epoche in volo, planando con indosso una tutina proprio dai colori prismatici. A patto che questi gli racconti di più sul proprio mondo, Iris aiuta Arco a tornare a casa, tentando di sfuggire alle grinfie di tre loschi individui, della tecnologia robot che all’unanimità vorrebbe in qualche modo provare a fermarli e di un clima non certo d’aiuto e rassicurante.

Bienvenu, regista del film, dopo una serie di corti e rigorose graphic novel, parte da un’intuizione narrativa fantasiosa e solo apparentemente semplice: e se gli arcobaleni non fossero che scie lasciate da viaggiatori spazio-temporali? Da questa premessa, costruisce – coadiuvato dal fedele collaboratore Félix de Givry – un racconto di formazione dai toni sci-fi a lui cari, che evita sapientemente le secche della retorica ecologista più scontata. Il tocco ambientalista del film non è mai punitivo o gratuitamente pessimistico; piuttosto, utilizza il contrasto tra la bellezza del volo di Arco e il grigio del mondo di Iris per riflettere sulla responsabilità del presente verso il domani. L’autore ricorre al suo ormai consolidato segno e gusto: un equilibrato mix tra un’estetica pop occidentale degli anni Sessanta (che chiama in causa Hergé, Liechtenstein e certi cataloghi di design) ed esplicite influenze provenienti dall’animazione nipponica degli anni Ottanta. Una brillante fusione che si riflette in una linea pulita, dei contorni netti e una colorazione vivace, quasi antinaturalistica, che funge da contrappunto emotivo alla serietà di determinati contenuti.

L’animazione stessa è un manifesto d’intenti. Mescolando CGI al disegno tradizionale il film dà risalto a una gestione limited (all’occhio scattosa) del movimento, riducendo deliberatamente il numero dei frame per conferire alle immagini una consistenza artigianale, quanto più prossima al mondo dei comix. Scelta che si inserisce pure nel solco delle più recenti tendenze autoriali del cinema cartoon mondiale, dove la tecnica serve l’estetica e non viceversa.
Con Arco Bienvenu è “diventato grande”, potremmo dire. Quella che può essere considerata a tutti gli effetti la sua opera prima nel lungometraggio ha saputo incuriosire le giurie più prestigiose del mondo. La pellicola è riuscita a inserirsi nella cinquina finale dei candidati come Miglior Film d’Animazione agli ultimi Premi Oscar, oltre a trionfare ai César e a ricevere un plauso della critica allo scorso Festival di Cannes. Sebbene premi e nomination siano spesso indicatori soltanto parziali della qualità intrinseca di un’opera, è impossibile ignorare il peso specifico di un percorso di questo tipo. Certamente ha influito la coproduzione statunitense e il sostegno di nomi giganteschi come Natalie Portman, ma ciò dimostra in ogni caso quanto la scuola d’animazione franco-belga goda di ottima salute, capace di portare alla cerimonia del premio cinematografico per eccellenza ben due titoli di alto profilo (a detta di chi scrive i più felici di questa edizione da poco conclusasi). Sebbene la blasonata statuetta sia andata – come prevedibilmente si poteva pure immaginare – al più commerciale Kpop Demon Hunters di casa Sony, la presenza di Arco e de La piccola Amélie (diretto da Maïlys Vallade e Liane-Cho Han) testimonia una sensibilità europea nei confronti del disegno animato persistente e soltanto da supportare.

Certo, anche Arco qualche sbavatura la presenta. Alcune figure secondarie avrebbero meritato un approfondimento maggiore per uscire dalla bidimensionalità del ruolo di “funzione”, e certe ambientazioni, per quanto visivamente d’impatto, appaiono talvolta un po’ troppo derivative dell’immaginario miyazakiano. Tuttavia, queste incertezze non intaccano la forza di un’opera che vive di silenzi, sguardi, del supporto di una colonna sonora notevole e rifiuta soluzioni fin troppo facili o consolatorie lasciando nello spettatore, indipendentemente dall’età, una sensazione di dolce-amara consapevolezza.



