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approfondimento a cura di beatrice comuzzo

Tout Court – Nuove Voci del Cinema Francofono è una rassegna di cortometraggi francofoni tenutasi dal 18 al 20 Marzo presso il Cinema Arlecchino di Bologna e organizzata dall’Associazione Nuvo. I corti presentati all’interno della rassegna sono di giovani autori emergenti e raccontano la diversità culturale dei paesi francofoni. Dal momento che quest’anno segna la decima edizione di Tout Court, il programma di questi giorni propone alcuni dei cortometraggi più amati delle edizioni passate, abbinandoli ai lavori più recenti dei filmmaker che li hanno realizzati.

«Fauve» di Jérémy Comte
«Fauve» di Jérémy Comte (Crediti: Associazione Nuvo)

«fauve» di jérémy comte

«Il primo che ride è morto», dice un ragazzino all’altro. È una regola del gioco, ma anche la sua sentenza. Nel cortometraggio di Jérémy Comte, tutto è contenuto in questa frase. Nella vastità infinita di una miniera a cielo aperto, due ragazzini si divertono con ciò che trovano: un treno abbandonato, qualche sasso da lanciare contro un container, distese di polvere e detriti. Reinventano quel luogo come un campo da gioco, un luogo immaginario in cui vince chi sa fingere meglio. Credere equivale a cedere.

Ma quando la finzione scivola nella realtà e uno dei due rimane intrappolato nelle sabbie mobili di cemento, neanche ammettere la sconfitta può salvarlo. Al suo ritorno, il ragazzino troverà solo un brontolio sordo, un cemento che sembra sazio, come uno stomaco dopo aver mangiato. È proprio questa apparente innocenza a rendere più perturbante ciò che accade: il tempo dell’infanzia, fatto di giochi e finzioni, si scontra con la realtà e con la sua irreversibilità.

In pochi minuti, Comte trascina lo spettatore in uno spazio disperato. La macchina da presa segue i movimenti dei personaggi, alternando campi larghi che enfatizzano l’isolamento a improvvisi avvicinamenti sui volti, dove si imprime la paura. Ne deriva una tensione progressiva, costruita anche attraverso la durata delle inquadrature, capace di generare un disagio crescente. L’incontro finale con la volpe colpisce tanto il ragazzo quanto lo spettatore: ciò che era stato liquidato come invenzione si rivela verità. Fauve non cerca il sollievo del lieto fine, né indulge in una morale esplicita: si limita a osservare, con lucidità quasi spietata, un momento di passaggio in cui l’infanzia si incrina definitivamente. Ed è proprio in questa sottrazione di conforto che risiede la sua forza: la consapevolezza che, a volte, la realtà non offre alcuna via d’uscita.

«Le repas dominical» di Céline Devaux
«Le repas dominical» di Céline Devaux (Crediti: Associazione Nuvo)

«le repas dominical» di céline devaux

La classifica delle esperienze più temute – per uno studente, ma non solo – potrebbe includere i lavori di gruppo all’università, la spedizione di un pacco alle Poste Italiane e i pranzi domenicali in famiglia. Se le prime due possono essere, con un minimo di strategia, evitate, i pranzi restano: puntuali, inevitabili, una ricorrenza che incombe come una tassa affettiva.

Il cortometraggio Le repas dominical di Céline Devaux assume proprio il pranzo domenicale come oggetto di indagine, dissezionandolo con uno sguardo insieme ironico e profondo. La famiglia che Devaux mette in scena è quella di Jean: una configurazione specifica che, tuttavia, finisce per acquisire un valore esemplare. La madre ostenta una disinvoltura nel parlare di sesso, lasciando trasparire un bisogno più profondo di riconoscimento, mentre il padre, defilato, sembra ripiegato su una riflessione silenziosa sulle proprie scelte. E poi ci sono le zie, instancabili croniste delle vite altrui, e la nonna, che si sottrae all’intero meccanismo rifugiandosi nel sonno.

Devaux sceglie il linguaggio del fumetto: una scelta non solo stilistica, ma che si configura come strumento espressivo capace di restituire la qualità percettiva dell’esperienza del pranzo domenicale. Uno sfondo giallo canarino e personaggi disegnati come a matita delineano uno spazio che rinuncia a qualsiasi pretesa di realismo. I corpi si muovono secondo una logica altra rispetto le leggi della fisica: scorrono sul tavolo, si immergono nei calici, scompaiono tra gli oggetti. La stilizzazione diventa così il mezzo attraverso cui rendere visibile il disordine, le tensioni che affiorano e si disperdono rapidamente, nonché l’impossibilità di ritagliarsi uno spazio individuale.

Lo sguardo di Jean si colloca in una posizione ambivalente, oscillando tra partecipazione e distanza. Il desiderio di sottrarsi al rito convive con la consapevolezza della sua inevitabilità. È qui che il cortometraggio riesce a restituire uno degli aspetti più significativi che caratterizzano l’esperienza del pranzo domenicale: l’impossibilità di una vera rottura. Si torna così, di volta in volta, a occupare lo stesso posto e a reiterare gli stessi gesti. Non tanto per scelta, quanto per la forza silenziosa di dinamiche che resistono a qualsiasi tipo di rifiuto. E forse anche perché, nonostante tutto, quel tavolo continua a rappresentare un luogo di appartenenza.

«Qui part à la chasse» di Lea Favre
«Qui part à la chasse» di Lea Favre (Crediti: Associazione Nuvo)

«qui part à la chasse» di lea favre

Sviluppare una trama, caratterizzare i personaggi, scrivere una storia. Ma chi arriva a questo punto è già oltre il problema principale: il primo ostacolo, per chi scrive, non è la costruzione narrativa, ma l’origine stessa dell’idea. C’è chi, come Lynch, la rintraccia nei sogni; chi, come Truffaut, la intercetta nella cronaca, dove il reale appare già predisposto alla forma del racconto.

Lea, protagonista di Qui part à la chasse, sceglie un’altra direzione: scende per strada, si posiziona fuori dallo stadio, nello spazio pubblico dello sguardo. Armata della sua macchina fotografica, Lea inizia la sua caccia artistica: osserva, seleziona, inquadra, costruisce. Crede di poter scegliere autonomamente chi e cosa immortalare, finché non incontra quello che sembra il soggetto ideale: un uomo sulla sessantina, con una giacca azzurra glitterata e gli occhi dello stesso colore del cielo. Una figura eccentrica, che sembra fatta apposta per essere fotografata. Ma è proprio questo il momento in cui il film introduce una frattura e avvia un progressivo ribaltamento delle posizioni: l’uomo la segue, sale con lei sull’autobus, riduce progressivamente la distanza fino a cancellarla. Le sue domande e i suoi modi invadono lo spazio di Lea. La fotografa, che cercava un’immagine da catturare, si scopre così nel mirino di un uomo che non le dà tregua.

Il cortometraggio lavora con estrema precisione su questo ribaltamento, ma la sua forza non risiede nel semplice gioco di specchi tra osservatore e osservato, tra cacciatore e preda, quanto piuttosto nel riuscire a riformulare il tema della violenza all’interno di una dinamica nuova: la “caccia”, intesa come invasione dello spazio altrui e come affermazione del proprio sguardo, non è altro che una forma di potere.

Il cortometraggio di Lea Favre propone una riflessione sulla natura dello sguardo in generale, non solo di quello fotografico e cinematografico, ricordando che chi guarda non si colloca mai all’esterno del campo che costruisce, ma ne è sempre parte implicata. E, alla fine, ciò che emerge è l’impossibilità dello sguardo di essere completamente neutrale: che si tratti di fotografare o semplicemente di guardare, ogni posizione si rivela di controllo e potenzialmente reversibile.

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