recensione a cura di costanza rossi
Sfogliando il catalogo della Berlinale, il titolo che bramavo di vedere più di tutti quest’anno era Foreign Travel (‘Auslandsreise’) di Ted Fendt. Dalla sinossi e le immagini promozionali del film, il riferimento al cinema di Éric Rohmer era forte e mi incuriosiva soprattutto che fosse nuovamente il cinema tedesco (dopo Afire di Christian Petzold) a riprendere il lavoro del grande maestro francese. Questo dettaglio, combinato al fatto che la sinossi menzionasse Anna Maria Ortese (scrittrice italiana che aveva già ispirato il secondo lungometraggio di Alice Rohrwacher) faceva di me una spettatrice ideale e, in quanto tale, devo ammettere di essere rimasta colpita dal film, soprattutto da un punto di vista formale.

Nel suo quarto lungometraggio, Ted Fendt segue per un anno una ragazza che vive a Berlino, Leonie, mentre legge i libri di Anna Maria Ortese e ne discute con i suoi amici. Girato in 16mm, l’estetica e le inquadrature, nonché le situazioni rappresentate, puntano tutte il dito verso il Quartetto delle Stagioni (1990-1998) e Il Raggio Verde (1986). Il film è diviso in nove capitoli, che scandiscono il tempo come Rohmer insegna, indicando in che mese ci troviamo di volta in volta. Leonie, come la protagonista de Il Raggio Verde, è stata appena lasciata dal suo ragazzo quando parte per una vacanza e un libro cambia il suo modo di confrontarsi con la realtà. Il libro in questione, per Leonie, è Il Porto di Toledo, che la affascina perché sembra disseppellire il senso di colpa che prova nei confronti del suo ex ragazzo. Tornata in Germania, la ragazza propone il titolo al gruppo di lettura di cui fa parte insieme a due amici, Alejo e Hanna, e inizia a interrogarsi con loro sul suo significato. Il Porto di Toledo è un romanzo molto complesso, che con il procedere della narrazione intreccia la finzione a un autocommento su delle poesie e dei racconti scritti in giovinezza. La complessità risiede anche nel fatto che il libro racchiude due giovinezze: quella reale di Anna Maria Ortese e quella di finzione della protagonista del romanzo, Damasa. Si tratta di un dettaglio importante, perché la protagonista del film, Leonie, si firma anche come co-sceneggiatrice. Tutti i personaggi, in realtà, mantengono i loro veri nomi. Non fa eccezione la traduttrice tedesca di Ortese, Sigrid Vagt, a cui Leonie fa visita alla fine del film.

In questa somiglianza, l’opera di Fendt inizia a intrecciarsi a quella di Ortese in modo imprevedibile. La struttura de Il Porto di Toledo, che appunto intreccia finzione e autocommento, viene ripresa dal film, che si regge soprattutto su momenti in cui i suoi personaggi analizzano le opere che stanno leggendo in modo estremamente specifico. Se a prima vista questo potrebbe allontanare alcuni spettatori, soprattutto quelli non familiari con i libri di cui i personaggi discutono, dall’altro meramente riproduce nel medium cinematografico una caratteristica di quello letterario, ovvero la sua capacità di autoanalizzarsi. In questo modo, Foreign Travel diventa un film che si interroga sul ruolo dell’arte, con discussioni sulla natura dell’espressività o dell’immortalità dell’artista attraverso l’esistenza e la diffusione delle sue opere.

Più passa il tempo, più la linea tracciata tra il film e l’opera di Anna Maria Ortese si fa marcata. I riferimenti vengono più o meno celati dalle conversazioni letterarie dei personaggi. Come si dice anche nel film, le parole non sempre significano quello che ci si aspetta. Foreign Travel è infatti un film che vuole essere ascoltato nel melodioso sgusciare delle parole lette e scambiate tra i suoi protagonisti, più che nel significato letterale delle stesse. Seduto come i personaggi sullo schermo, lo spettatore entra a far parte del gruppo di letturaed è invitato ad intenderne gli scambi quasi un concerto di musica classica tenutosi d’estate all’aperto. Si tratta anche di una questione di polifonia linguistica: i testi vengono letti in tedesco, in italiano e in francese ed è in questa molteplice presenza di lingue che il film invita all’ascolto più che all’analisi specifica del significato di ogni parola.
Pur rimanendo sempre a Berlino, Foreign Travel incoraggia spedizioni in posti (letterari) molto lontani. Il suo procedere è calmo e la missione ponderata. Il film invita a uscire dalla sala e trovare un libro che possa accendere in noi quello che Leonie sente per Ortese: un’impercettibile corrispondenza tra chi siamo e quello che leggiamo, che nel film si tramuta anche in ciò che percepiamo attraverso lo schermo.




