intervista a cura di emma marinoni
Silvia Clo di Gregorio è una persona incredibilmente poliedrica, con una carriera estremamente varia e dispersa sia per l’Italia che in giro per il mondo. Conosciut3 inizialmente per il suo lavoro come regista di videoclip (tra gli altri, Verdura dei Pinguini Tattici Nucleari e Rompompom di Logo), successivamente ha collaborato alla creazione e scrittura di Love Club, la prima serie italiana interamente scritta e interpretata da persone LGBTQ+, passando per l’arte contemporanea (Fifteen Bras, Fai bei sogni) fino ad arrivare anche alla produzione di un libro fotografico (Un Fantastico Altrove). Nonostante i tanti e diversissimi mezzi espressivi esplorati dall3 regist3, tutti i progetti tracciano un ritratto magico, genuino e queer della persona che è Silvia. Abbiamo avuto l’occasione di scambiarci due chiacchere per parlare soprattutto del suo primo cortometraggio, Pollo all’Ananas ’98. Il corto è ambientato in un ristorante cinese e racconta, tra il comico e il grottesco, dello scontro tra due famiglie, una italiana e una cinese, ognuna disfunzionale a modo suo.
Come mai hai scelto di raccontare proprio questa storia con il tuo corto d’esordio?
Silvia: «Diciamo che la storia della produzione di Pollo all’Ananas ‘98 è un po’ fuori dagli schemi—un po’ come tutta la mia carriera: prima è uscita Love Club (2023, Prime Video Italia) la serie tv che ho co-ideato e scritto, e poi il corto, quando invece di solito le cose funzionano all’opposto. La storia di Pollo, come molti miei altri progetti, è ispirata al mio vissuto, al mio immaginario: avevo questa immagine in testa di quando mia sorella aveva fatto l’esame di quinta elementare e la nostra famiglia era andata a festeggiare in un ristorante cinese. Era l’unico ristorante cinese nella provincia di Verbania: da una parte mi ricordo questa grande gioia e i festeggiamenti, dall’altra ricordo anche i nostri vicini di casa o i miei compagni di classe che mi dicevano: «Cosa andate a mangiare al ristorante cinese? I cinesi mangiano i bambini, mangiano i cani!». Se il mio ricordo da un lato è quindi quello di un momento molto bello vissuto con la mia famiglia, dall’altro ho comunque sentito tutti gli stereotipi e i pregiudizi, che poi hanno colpito anche la persona che sono diventata, come quelli legati all’immaginario del mondo queer o non-binario. Per me era quindi anche una questione di affrontare in maniera grottesca e ironica quello che ho sempre sentito da quando sono piccol3 in Italia riguardo persone appartenenti a minoranze e culture diverse. La famiglia che c’è in Pollo ovviamente non è la mia, ma è una famiglia rappresentativa dell’Italia di quel momento (Nord Italia, anni ’90) e purtroppo anche di oggi».

Silvia: «Ho scritto il corto insieme al mio partner, Samuele Galli, che è un ragazzo trans, quindi siamo riusciti ad affrontare la scrittura anche da una prospettiva queer. Chiaramente abbiamo richiesto tantissime consulenze a persone delle comunità cinesi e ad associazioni che si occupano di cultura cinese in Italia: abbiamo studiato tantissimo proprio perché eravamo consci3 dell’importanza di creare una rappresentazione autentica. Da questo punto di vista ci siamo impegnati moltissimo anche nello street casting, perché proprio a causa di questi pregiudizi le persone cinesi, come altre minoranze, hanno difficoltà a entrare nel mondo della recitazione—e, soprattutto, a interpretare parti da protagonisti, non necessariamente definite solo dalla loro etnia. In Italia c’è ancora questa “sovranità bianca” che in realtà non riflette un Paese che è cambiato da moltissimi anni: ad esempio, la comunità cinese ha iniziato a trasferirsi in Italia già alla fine degli anni Ottanta».

Quale è stato il percorso distributivo di «Pollo all’Ananas ’98»? Com’è stato ricevuto il corto in Italia?
Silvia: «Ci siamo resi conto che nei festival più grandi una commedia così non prendeva molto: del resto, il genere comedy è un genere ancora poco rappresentato in questo tipo di festival, che tendono invece a privilegiare quello drammatico. Anche quando ci hanno rifiutato, io ero content3 che Pollo non fosse quel tipo di corto drammatico, che deve per forza mandare un messaggio triste: io sono molto per cercare tipi di rappresentazione che siano anche molto positivi. Anche per questo ho appena fatto uscire un libro fotografico proprio sul concetto di euforia di genere (Un Fantastico Altrove, edito da Lyricalmyrical Books): so che oggi funziona di più quando si mette l’enfasi sulle difficoltà, che siano legate alla transizione di genere o delle esperienze di una persona cinese in Italia, ma non è il mio modo di fare. A me piacciono i toni grotteschi e comici, li uso molto e per questo sapevo che il corto non sarebbe stato particolarmente appealing per certe tipologie di festival e di programmazioni, ma non me ne sono molto curat3 e abbiamo deciso di fare a modo nostro».

Silvia: «Abbiamo infatti fatto una serie di anteprime con il cast e la crew nei ristoranti cinesi di tutta Italia, creando anche dei poster ad hoc per gli eventi ed è stata un’esperienza bellissima; poi abbiamo deciso di fare un tour internazionale e siamo partit3 da New York, da Salotto NYC, che è un centro culturale creato e frequentato da talentuosi designer, illustratori e producer, e poi ci siamo spostat3 a Milwaukee e a Toronto. Durante queste presentazioni ho incontrato tante persone cinesi che si sono ritrovate nel corto— il che mi ha fatto pensare che Pollo forse era meno legato al contesto italiano di quanto pensassi, visto che racconta esperienze familiari e scontri culturali che avvengono più o meno ovunque. Dopo questo giro all’estero il corto ha iniziato anche ad essere programmato in Europa, e lo abbiamo portato a Londra, a Roma, a Bergamo, a Palermo, a Milano, a Bologna, proiettandolo sia in posti grandi che in posti piccolissimi. In questo modo ho cercato molto di dare spazio a tutto ciò che fosse trasversale ai grandi festival, e di creare una distribuzione diversa da quella che abbiamo in Italia, che per me non è per niente sana—anche dal punto di vista del futuro di un corto, visto che una volta fatto il giro nelle sale e nei festival difficilmente trova spazio sulle piattaforme streaming. Noi abbiamo fatto tutto da sol3 e, pur non distribuendolo in maniera classica, Pollo è stato comunque visto e apprezzato da moltissime persone».

Di recente, nel parlare di cinema queer con alcunǝ autorǝ italianǝ, abbiamo discusso di come molto spesso la “queerness” di un film non riguardi semplicemente i suoi contenuti, ma anche la sua forma, produzione e molto altro. Dal momento che sei una persona molto outspoken riguardo la propria identità queer e hai prodotto diversi progetti che trattano di queste tematiche, che cosa ne pensi?
Silvia: «Secondo me Pollo è molto queer nel suo approccio alla rappresentazione, nel modo in cui mostra i suoi lati più ironici, quasi in chiave drag. Dall’altra parte, ho anche cercato di lavorare durante il set in una maniera diversa: per me è importantissimo creare un safe space, una situazione queer in cui lavorare. Pur avendo un budget basso, abbiamo cercato di utilizzare un approccio altro per trasmettere i nostri valori non solo durante le riprese ma anche nel modo di lavorare, e creare un’atmosfera sicura e comunicativa. Alla fine del set mi è stato detto «grazie per la tua morbida determinazione», espressione in cui mi sono sentit3 moltissimo rappresentat3 e che per me rappresenta l’approccio che ogni regista dovrebbe avere: essere un buon regista non significa per forza essere prevaricatore e questo per me è fondamentale in tutto quello che è lavoro collettivo — perché, comunque, un corto non lo fai da sol3. Alla fine un set è una piccola società, da regista devi riuscire sì ad avere una leadership, ma le relazioni che instauri non devono per forza costruirsi in modo gerarchico, e tutt3 devono potersi sentire sicur3 e liber3 di esprimersi. Ad esempio, sul set avevamo allestito un piccolo tempio buddhista in modo che l3 attor3 praticant3 avessero uno spazio per le loro preghiere. In termini di elementi visivi, ho scelto di inserire una drag queen cinese — per me è importantissimo inserire elementi queer, anche se possono passare inosservati a un occhio cishet. Anche se non ci sono tematiche esplicitamente della comunità LGBTQIA+, Pollo per me comunque rimane un film queer, per il modo in cui è stato scritto, girato e interpretato da persone queer».

Nell’ultimo periodo la percezione del cortometraggio sta cambiando, passando da essere visto solo ed esclusivamente come un trampolino di lancio per realizzare un lungo, a finalmente essere considerato una forma d’arte a sé stante. Cosa ne pensi delle potenzialità espressive date dalla forma del cortometraggio?
Silvia: «La mia carriera è molto varia e molto diversa, non ho fatto Pollo con l’idea di usarlo come biglietto da visita per sviluppare altri progetti o per presentarmi come regista. Ho deciso di farlo perché volevo raccontare questa storia e sentivo l’urgenza di iniziare a raccontare alcune tematiche che mi stavano a cuore: anche se è uscito nel 2024, Pollo è stato scritto nel 2020, ed è stato uno dei primi miei progetti in cui sono riuscit3 a esprimerle. Non considero Pollo come un progetto preparatorio nella mia carriera, ma come un prodotto che ha una vita sua, e che potrei proiettare in tutti i ristoranti cinesi del mondo. Penso che i corti debbano scardinarsi un po’ da questa logica in cui esistono solo come prequel di un lungometraggio, perché è bello anche che durino poco: soprattutto adesso che l’attenzione tende a ridursi sempre di più, il corto funziona molto meglio anche nella logica dei social».
La tua carriera è caratterizzata proprio dal muoversi tra diverse forme artistiche e progetti, dalle installazioni artistiche alle arti visive: come vivi questa molteplicità in un mondo in cui lavorare nelle industrie creative è sempre più precario?
Silvia: «La parte visuale è sempre stata presente nella mia vita: vengo da una famiglia in cui i miei genitori hanno sempre fotografato tutto — tutti i miei progetti artistici sono in qualche modo legati all’elemento visivo, dal cortometraggio al libro fotografico etc. Tuttavia, questa forma artistica per me rappresenta sicuramente più una modalità di esprimermi che di guadagno economico. In questo momento io sto guadagnando con la scrittura: scrivo per altre persone, per alcune testate e lavoro come sceneggiatrice e autrice. Al contrario della parte visuale attraverso cui mi sono sempre espress3, la scrittura è arrivata un po’ più tardi, è qualcosa che ho sviluppato studiando e lavorando, ed è un mezzo che mi permette di spostarmi e lavorare un po’ ovunque. É un mezzo che comunque mi parla, perché è una scrittura visiva, è sempre al servizio di un media visuale. In un certo senso mi sono più reinventat3 come scrittor3, però di fatto è una cosa che si è inserita anche nei miei lavori artistici: ora sto riuscendo a trovare una sorta di equilibrio tra entrambe le cose».

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Come vedi il tuo futuro artistico, specialmente ora che vivi fuori dall’Italia?
Silvia: «Intanto sto sviluppando il mio primo lungometraggio che sto scrivendo con Sam, ispirato alla nostra storia: il libro Un Fantastico Altrove è un po’ un teaser visivo, una grande moodboard. Presto usciranno altri due miei progetti: una storia sulla nostalgia e l’infanzia, che sono tematiche comunque a me molto care, girata in 16mm, e un ritratto di un’artista iraniana. La dimensione politica è da sempre parte dei miei progetti, anche per questioni familiari: la famiglia di mia madre era molto povera, mia nonna era una mondina e mio nonno è stato prigioniero politico nel campo di lavoro, mentre dalla parte di mio padre la dimensione politica era più intellettuale — l’utopia è sempre stata parte integrante della nostra famiglia. Per il resto, sto cercando uno spazio, un “fantastico altrove” che per me, oggi, è anche Toronto, dove ho fatto degli incontri meravigliosi con persone che si occupano solo di cinema queer e di progetti realizzati con troupe queer: è una comunità molto forte in cui c’è tanta inclusività e soprattutto anche un supporto vicendevole, cosa che in Italia non ho trovato perché gli spazi e le possibilità sono, purtroppo, ancora poche».



