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approfondimento a cura di virginia maciel da rocha

Archivio Aperto è il festival di Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia. Si incentra sulla riscoperta e sul riutilizzo del patrimonio audiovisivo privato e si terrà a Bologna dal 26 al 30 settembre. All’interno del concorso principali, le sezioni si dividono in lungometraggi e cortometraggi, ecco qui un approfondimento su alcuni dei corti che saranno presentati in occasione della XVIII edizione.

«09/05/1982» di Jorge Caballero & Camilo Restrepo (Credits: Archivio Aperto)

«autorretrato a los 13» (2025) di oscar x. illingworth

Recuperando una tradizione pittorica, che ha attraversato diversi secoli, Illingworth definisce il proprio cortometraggio documentario un «autoritratto». Dichiarando programmaticamente, già dai primi istanti del film, che si tratta di una serie di found footage girato su videocassette già precedentemente registrate, il regista crea un ponte ideale e audiovisivo tra la sua scoperta della videoregistrazione (nello specifico, il 2006) e gli anni Novanta, in cui la madre era una reporter televisiva. Gli audio delle notizie annunciate al telegiornale si sovrappongono alle scene domestiche registrate in casa, creando così un doppio livello di impiego e riutilizzo delle immagini, in una forma che non stona all’orecchio dello spettatore: sin dal momento in cui ha fatto il suo ingresso nelle case della borghesia media, infatti, la televisione si è spesso trovata ad assumere un ruolo da compagnia, di sottofondo, alle vicende quotidiane e familiari. È attraverso un montaggio frenetico, che mira a ricostruire la confusione del Paese in cui il tutto prende vita, l’Ecuador, che viene trasmessa allo spettatore la frammentarietà della situazione geopolitica – fino a che le didascalie in sovrimpressione non arrivano a definire l’Ecuador e i suoi abitanti come un Paese e un popolo «schizofrenici».

«Autorretrato a los 13» di Oscar X. Illingworth (Credits: Archivio Aperto)

La dimensione particolare e privata, data dagli ambienti intimi della casa del protagonista-regista, viene a cozzare con il mondo globalizzato e unificato sotto il capitalismo che viene trasmesso in televisione: anche a distanza di migliaia di chilometri, tutte le pubblicità finiscono per assomigliarsi e per promuovere gli stessi ideali di vita, gli stessi usi, gli stessi consumi. Se lo spettatore che assiste al tutto riconosce una certa familiarità con il formato del VHS, comunque rimanda questo tipo di formato a un momento passato, a una storia che si è conclusa e da cui è trascorso molto tempo – complici anche le sempre più “definite” camere e videocamere accessibili e alla portata di tutti – resta il fatto che le notizie siano sempre le stesse: vent’anni fa si parlava comunque dell’occupazione della Palestina, di una guerra in atto tra due paesi confinanti, e tutte le domande che sono state poste a riguardo, nel tempo, non hanno ancora trovato risposta.

«Autorretrato a los 13» di Oscar X. Illingworth (Credits: Archivio Aperto)

«in retrospect» (2025) di mila zhluktenko & daniel asadi faezi

in retrospect racconta una storia con il senno di poi. Ripercorrendo le tappe che hanno portato alla costruzione del centro commerciale Olympia, a Monaco, costruito in occasione dei Giochi Olimpici che si sono tenuti nel 1972 nella città tedesca, i registi Mila Zhlutenko e Daniel Asadi Faezi lasciano la parola a tutte quelle persone che si sono recate in Germania nel Secondo dopoguerra per trovare lavoro e una condizione di vita migliore. Al presente capitalizzato e globalizzato – simboleggiato in maniera chiara e immediata da una grande e luminosa insegna McDonald’s – si alternano immagini di desolazione e di distruzione, che un po’ rievocano quell’angoscia della macchina da presa di Rossellini che si muoveva e vagava per Berlino in Germania Anno Zero (1948). Ma alla distruzione, come il boom economico ha insegnato, segue la ricostruzione: ecco che una serie di modellini utopici, con tanto di cielo stellato, arrivano a mostrare al pubblico il progetto dell’Olympia, quello che sarebbe diventato il più grande centro commerciale del tempo, mostrato e indicato da architetti e ingegneri con grande enfasi e ottimismo, come ad abbracciare ancora di più questo nuovo modello di vita consumistico.

Archivio Aperto
«in retrospect» di Mila Zhluktenko & Daniel Asadi Faezi (Credits: Archivio Aperto)

A costruire questo nuovo, grande e splendente luogo del consumo sono, però lavoratori in prevalenza immigrati: Italia, Jugoslavia e Turchia sono i paesi da cui provengono in massa operai e muratori. La storia della Germania viene quindi raccontata da un punto di vista inedito: non stando a statistiche, numeri e risultati misurati in termini di successo, ma lasciando la parola agli “stranieri”, necessariamente adattati a un nuovo contesto, che hanno concretamente contribuito a costruire il Paese. Dagli anni Settanta fino a oggi, non sono mancate proteste e sollevamenti popolari contro quella che si è rivelata una vera e propria ondata di “nuovo odio” nei confronti delle categorie di persone marginalizzate, nello specifico alimentate da xenofobia e razzismo, fino ad arrivare a un vero e proprio attentato terroristico legato a un’ideologia di estrema destra, avvenuto nel 2016. Nello stesso luogo che è stato strutturalmente tirato su, mattone dopo mattone, da persone immigrate, si verifica a distanza di più di cinquant’anni un crimine d’odio razzista: in retrospettiva, cosa è andato storto?

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«in retrospect» di Mila Zhluktenko & Daniel Asadi Faezi (Credits: Archivio Aperto)

«09/05/1982» di jorge caballero & camilo restrepo

Una serie di immagini, apparentemente ritrovate, scorrono su pellicola accompagnate da rumori indistinti. Sono i suoni familiari di un filmato amatoriale, con le dita che scorrono sul dispositivo e che, inavvertitamente ma in modo inevitabile, producono “graffi” sonori, che stridono leggermente. Sui muri di una città che non riconosciamo, ma che possiamo associare al Sudamerica, leggiamo MATANZA DEL 9 DE MAYO («massacro del 9 maggio»). Forse non ci dice niente, forse associamo questo sintagma, per assonanza di parole e per coincidenza di una data vicina, al 3 de Mayo, altra matanza resa celebre dal pittore Goya. Non c’è nessun segno particolare che faccia identificare i luoghi ma tutto è irriconoscibile e familiare al tempo stesso: una casa, utensili per cucinare, un paesaggio intimo e domestico che domina la visuale.

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«09/05/1982» di Jorge Caballero & Camilo Restrepo (Credits: Archivio Aperto)

I suoni che accompagnano le immagini sono indistinti e lontani e si susseguono come interpolati e manipolati, soggetti a interferenze: fino a che non fa la sua comparsa sulla scena il voice over di un uomo, presumibilmente anziano dal tono, che commenta gli eventi di questo 9 maggio. In quella che sembra essere una storia frastagliata e irrisolta, dove non si capisce di chi sia bene la colpa, le parole stonano profondamente con quanto scorre davanti ai nostri occhi. Termini come «responsabilità», «legge», «ordine» e «unità» contrastano con le scene di morte e distruzione che prendono vita in movimento. L’evento resta inconcluso, le immagini tormentano l’occhio che vaga irrequieto cercando di trovare un appiglio, un solo dettaglio che riporti tutto alla realtà. Ma resta il mistero e tutto è sconosciuto – where’s the mystery that makes everything worthwhile? We crave mystery, ‘cause there’s none left

«09/05/1982» di Jorge Caballero & Camilo Restrepo (Credits: Archivio Aperto)

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