approfondimento a cura di virginia maciel da rocha
Scott Barley è stato ospite della ventunesima edizione del Lago Film Festival, dove è stata presentata una retrospettiva dedicata ai suoi lavori. Tra i cortometraggi proiettati e la sessione notturna di proiezione di «Sleep Has Her House», si è svolta una chiacchierata con il pubblico del festival, moderata da Vivek Jain, curator e programmatore di Lago — questo è il resoconto.

Sei un artista e filmmaker, ma non ti occupi, nei tuoi lavori, solo di cinema. Quando ti sei avvicinato, per la prima volta, a questa forma d’arte?
Il cinema per me è arrivato relativamente tardi, in realtà, quando avrò avuto 14 o 15 anni! È stata una rivelazione, per me, capire che un film era in grado di comunicare idee, emozioni, insomma, che poteva funzionare come uno specchio del modo in cui navighiamo il mondo. Mi ricordo che più o meno quando avevo quell’età, intorno al periodo di Natale, mia nonna propose di guardare Rebecca di Alfred Hitchcock mentre passava in televisione. Per quanto mi fossi opposto, fino a quel momento, a guardare film in bianco e nero (dato che li consideravo vecchi), vedendo Joan Fontaine, che in quel film interpreta la protagonista, muoversi in quel modo mi sono innamorato di quel film. Mi sono avvicinato in questo modo al cinema, molto semplicemente — anche se quello per me era un periodo in cui ero principalmente interessato alla scrittura e al disegno, ho un background accademico in fine arts («arti visive») ma, quando un giorno arrivò un professore da una scuola di cinema, Christopher Morris, mi fece capire quanto interessanti erano le prospettive di studiare cinema. Ancora mi riesce molto difficile considerarmi un regista di film, comunque.

Quel tipo di materialità che descrivi quando parli dei disegni e delle pitture è una dimensione molto presente nei tuoi lavori. Sei un regista che lavora in modo molto autonomo e senza necessariamente una squadra intera al seguito, puoi raccontarci le particolarità che hai incontrato in questo modo di lavorare?
Sì, quella che hai appena descritto è una dimensione che ricerco molto nei miei lavori. Quando stavo progettando, e poi realizzando, il mio film di diploma la scuola aveva messo come condizione obbligatoria quella di lavorare con una grande troupe tecnica. Avevamo quindi a disposizione grandi luci, grandi treppiedi, un sacco di strumenti e di personalità del mondo del cinema addette ai lavori. Io avevo intenzione di realizzare questo cortometraggio su mia nonna e le attrezzature a disposizione erano addirittura molto più di quello che poteva anche solo entrare in casa mia! Quel giorno ho deciso che non avrei mai più lavorato in questa modalità “industriale”, con questi grandi formati, soprattutto quando le cose che avevo intenzione di mettere in scena non rispecchiavano le mie modalità di lavoro.

Il tuo cinema consente allo spettatore di immergersi e di sperimentarlo in ogni modo possibile. Non ci sono scrittori e personaggi scritti, e per quanto riguarda i mezzi che utilizzi, quando hai iniziato a girare i telefoni erano relativamente rudimentali.
Ho iniziato a girare i miei film con l’iPhone e amo le limitazioni di tutto questo. Stan Brackhage, ad esempio, aveva un’alta considerazione della dimensione amatoriale, perchè secondo lui portare avanti un progetto in modo amatoriale significa fare qualcosa per passione e perchè lo si vuole fare davvero. In modo paradossale, mi sento molto più vicino alla natura e alle cose che voglio raccontare se lo faccio con un dispositivo così piccolo come un telefono — inizio a sentirlo come un’estensione del mio corpo. Anche quando dipingevo non ho praticamente mai usato un pennello, proprio perchè in quanto “strumento” l’ho sempre visto come un qualcosa che si frappone tra l’artista e l’arte che viene prodotta. Ho sempre lavorato con le mani anche nei miei lavori di arte visiva, ricerco sempre un’idea di tattilità e concretezza data dall’annullamento della distanza tra me e le cose.

Abbiamo reso il cinema qualcosa di sacrilego: o facciamo qualcosa di enorme o non lo facciamo. Il denaro inizia a essere un ostacolo e soprattutto inizia a essere qualcosa senza cui sembrerebbe che non possiamo muoverci là fuori. Il potere dell’economia è arrivato ad assumere un ruolo egemonico e finisce per distruggere completamente la gioia del fare le cose. Dobbiamo iniziare a pensare a un cinema collettivo, in cui il procedimento è più importante del risultato.
Alla fine, nonostante l’economia imponga determinate linee e criteri, penso che il tempo sia il principale mezzo di valuta che abbiamo per dare valore a ciò che facciamo. Il mio primo lungometraggio, Sleep has her house, ad esempio, è costato zero euro, quindi niente dal punto di vista economico o monetario. Il punto, però, è un altro: nonostante questo budget, per arrivare fino in fondo mi sono serviti due anni, lavorando al film da solo e cercando di riprendere quanti più dettagli. Il tempo è davvero il valore su cui dovremmo confrontarci, odio quanto sento dire che una cosa non può essere fatta perchè ci sono troppi progetti aperti: dobbiamo fare le cose ed è proprio la mancanza di qualcosa che ci porta necessariamente all’atto creativo. Ci ritroviamo molto più a contatto con tutto e la creatività non è un concetto per cui possiamo aspettare che arrivi da sola e ci mobiliti.

Se osserviamo il modo che i bambini hanno di rapportarsi al mondo circostante, ci rendiamo conto che questo assorbono informazioni e recepiscono input molto veloce e in fretta, ma in una perenne condizione di gioco. Gli artisti devono ricordarsi, alla fine di tutto, che si tratta comunque di un “gioco”, nel momento in cui stiamo sperimentando e tentando nuove vie, non dobbiamo prenderci necessariamente troppo sul serio. Tutte le aspettative e l’ego che abbiamo ci portano a metterci in una posizione di pressione fuori dal comune, ma alla fine non tutto è di così estrema importanza e urgenza, anche se nel momento della creazione lo sembra. Non c’è un modo giusto o sbagliato per fare le cose, ognuno ha e può portare un’esperienza unica del mondo.



