recensione a cura di emma marinoni
Una volta accese le luci della sala e finiti i titoli di coda di “Cime tempestose”, tutto quello che riuscivo a provare era rabbia. Non nei confronti del film o di Emerald Fennell, ma di me stessǝ. Per aver creduto ai trailer provocatori con Everything is romantic e allo “scandalo” scatenato su Internet dai momenti più osée di Saltburn, rivendicato dalla regista come suo marchio di fabbrica — e che io non ho trovato né particolarmente scioccanti, né ricchi di significato, ma comunque qualcosa.

Avrei dovuto capire che Emerald Fennell si era presa gioco di me fin dalla scena iniziale del film: i titoli di testa sullo sfondo nero sono accompagnati da un sottofondo di gemiti, sospiri e assi di legno che scricchiolano, suoni che lasciano immaginare abbastanza chiaramente ciò che a breve apparirà (visto anche le risate imbarazzate che ho sentito in sala): a svelarsi all’occhio dellǝ spettatorǝ è invece l’immagine di un’impiccagione, e degli ultimi momenti di un condannato a morte prima di morire di asfissia. Fennell strizza l’occhio al pubblico compiaciuta, con la consapevolezza di aver ingannato le sue aspettative. Del resto, il sospetto sarebbe già dovuto arrivare viste le tantissime partnership promozionali di “Cime tempestose”: dagli smoothies ai trucchi, passando per un’esperienza Airbnb in una delle stanze del set, tutte volte a promuovere l’uscita del film nelle sale il weekend di San Valentino, anch’esso simbolo vero e proprio della capitalizzazione del romanticismo.

E io invece ci ho creduto, ho creduto che avrei visto qualcosa che mi avrebbe almeno scosso, per quanto vuoto e superficiale. Lo “scandalo” più grande di questo adattamento, oltre alla questione legata al casting di Jacob Elordi, sembra invece essere la mancata accuratezza storica di costumi e scenografie—qualcuno ha persino avuto da ridire su alcune scene di sesso (un po’ sulla scia di chi ha descritto il modo di nuotare di Paul Mescal in Hamnet come anacronistico). A me personalmente non importa granché della fedeltà storica, a maggior ragione quando stiamo parlando di una storia di finzione, ma ad essere onesti non disdegno particolarmente gli anacronismi stilistici neanche in film che trattano di “eventi reali” (Converse sul pavimento della stanza di Maria Antonietta, sto pensando proprio a voi). Anzi, uno dei miei elementi preferiti del film di Fennell è proprio Wuthering Heights stessa, il cui aspetto è molto lontano da un casolare storicamente accurato e tuttavia perfettamente rappresenta le sensazioni di oppressione e disperazione provate dai personaggi che vivono al suo interno.


Nelle interviste precedenti l’uscita del film Fennell ha ripetuto più volte come il suo film non rappresenti un adattamento fedele, ma piuttosto una versione “fantastica” del libro, immaginata da lei mentre lo leggeva per la prima volta a tredici anni. Alcuni tagli rispetto al materiale originario sono inevitabili: Cime tempestose è un romanzo di circa 400 pagine con un sistema di personaggi abbastanza complesso (soprattutto dato dal fatto che molti condividono lo stesso nome e/o cognome). Inoltre, nessun adattamento cinematografico è per sua natura fedele—ed è anche giusto che sia così: a renderlo interessante per me può essere piuttosto vedere l’interpretazione specifica data da unǝ regista, e che cosa dice del loro modo di vedere le cose (e del reinterpretarle per il pubblico del 2026).

Quindi no, Emerald Fennell non ha rovinato Cime tempestose perché i suoi costumi non sono accurati o perché ha dimezzato i personaggi: la regista ha dichiaratamente scelto di proporci una sua fantasia — che però, purtroppo per noi, è abbastanza vapida e superficiale. Nonostante il suo stile massimalista, esagerato e “scandaloso” potenzialmente si sposi con il cuore selvaggio del libro, la maggior parte delle sue trovate estetiche non aggiungono nulla alla storia o all’interiorità dei personaggi. Mentre leggevo “The greatest love story of all time” su tutti I materiali promozionali del film, non ho potuto fare a meno di chiedermi chi mai avrebbe potuto rivedersi in Cathy, se non nei suoi momenti di più profonda disperazione: nel libro Cathy è un personaggio incredibilmente complesso, violento e vendicativo, mentre nel film di Fennell quasi tutti i lati più ostili della sua personalità vengono limati per renderla una protagonista in cui è più facile immedesimarsi. Al tempo stesso, guardando il poster, mi dicevo: “Ma chi, del resto, non vorrebbe immaginarsi tra le braccia di Jacob Elordi?” — e di questa fantasia Fennell sembra essere ben consapevole già da Saltburn.

La regista infatti continua a riprendere Elordi come uno degli elementi più preziosi che decorano la casa di Thrushcross Grange, con una serie di inquadrature del più semplicisticamente definito female gaze, in cui è il corpo dell’uomo e non della donna a essere oggetto di desiderio (NB: il fatto che io lo faccia notare con questi toni non significa che me ne stia lamentando, anzi). Ecco qua, svelato il twist che sta al centro di questo adattamento: i due personaggi crudeli, violenti e tragici di Catherine e Heathcliff diventano eroi romantici, e gli aspetti più violenti delle loro personalità vengono limati e accomodati a servizio della storia d’amore, che diventa solo un altro esempio di “star-crossed lovers”, un po’ come Romeo e Giulietta — nella sua recensione per Lucy, Martina Lodi fa notare come la violenza di Heathcliff, in particolare nei confronti di Isabella, venga “sanificata” nel film trasformandola in una dinamica esclusivamente sadomasochistica (ed evidentemente consensuale) tra i due personaggi. Sarà che forse Jacob Elordi ci piace troppo per trasformarlo nel cattivo della storia — com’è successo anche nel caso di Frankenstein, ma che soprattutto in questo caso lo limita nelle sue possibilità attoriali.

Da un lato per la prima volta noto una certa maturità in Fennell nell’attribuire significato alle scene più esplicite: esempio principale l’incontro kinky tra Joseph e Zillah, due domestici di Wuthering Heights, a cui Cathy e Heathcliff assistono di nascosto e che funge come una sorta di “risveglio dei sensi” per la prima. Altre volte invece scene potenzialmente passionali sono ridotte alla loro componente estetica, come nel montaggio di incontri erotici tra Cathy e Heathcliff, visivamente belli ma raramente davvero sensuali.

Detto questo, mi permetto di lasciare lo spazio ad alcune lamentele che probabilmente non avrei avuto se non avessi letto il libro o se Emerald Fennell avesse scelto dichiaratamente di scrivere un pastiche o una storia originale (che però riconosco non avrebbe scatenato la metà della metà dell’engagement di “Cime Tempestose”). L’amore tra Cathy e Heathcliff è incredibilmente distruttivo, non solo nei confronti di chi gli sta intorno ma anche di loro stessi (in particolare quando sono separati). Tuttavia, l’impossibilità della loro relazione non è il risultato di uno scherzo del destino ma piuttosto quello delle loro scelte personali e condizioni strutturali in cui vivono (tra cui quelle di classe e di etnia, che però nel film sono pressoché assenti). “Cime tempestose” sceglie invece di posizionare Nelly, la “dama di compagnia” di Cathy, come vera responsabile della separazione tragica dei due amanti, in una versione del miscommunication tropetipica delle storie romantiche (tra cui non a caso, di nuovo, Romeo e Giulietta). Nel libro di Brontë, il fatto che il loro amore sia irrealizzabile è una componente quasi strutturale del loro rapporto, che sembra quasi per natura essere impossibile: il lieto fine (per loro due e per Wuthering Heights stessa) può esistere solo dopo la loro morte, in cui i loro due fantasmi vagano per le brughiere dello Yorkshire, finalmente insieme.

A proposito di morte — nel film di Fennell, Heathcliff pronuncia una delle citazioni più celebri del libro al capezzale di Cathy, ormai morta: “Catherine Earnshaw, may you not rest as long as I am living! You said I killed you — haunt me then! […] I know that ghosts have wandered on earth. Be with me always — take any form — drive me mad!.” Se Jacob Elordi interpreta un Heathcliff distrutto dal dolore e in lacrime, quello del libro pronuncia queste parole in un moto di rabbia, per poi abbandonarsi ad un’esistenza miserabile e una follia sempre più grande—fino al punto in cui, ormai quasi completamente impazzito, arriva a dissotterrare Cathy dalla tomba per poterla abbracciare di nuovo. Sono infatti piuttosto questi elementi macabri, gotici, e i fantasmi che popolano il romanzo a rendere per me quella di Cathy e Heathcliff “the greatest love story of all time”, e a frustrarmi soprattutto è anche il fatto che non si tratti di un qualcosa particolarmente al di fuori dai gusti della regista (ci ricordiamo tuttǝ la scena della tomba in Saltburn). Il triplice legame tra amore, morte e i due protagonisti viene al limite suggerito (un’immagine particolarmente suggestiva è il bacio tra i due dopo il funerale del padre di Cathy, in cui Heathcliff le solleva il velo funebre come se si trattasse di un velo nuziale) ma mai esplorato fino in fondo, e di conseguenza — almeno per me — il film rimane incapace di suscitare quelle emozioni viscerali provate leggendo le parole di Emily Brontë.


Detto questo, preferisco mille volte che esista un “Cime tempestose” piuttosto che l’ennesimo sgorbio grigio in CGI — soprattutto se la sua uscita è accompagnata da un impeccabile album di Charli xcx — ma penso che sia anche mio diritto chiedere di più ad un film che non solo sceglie di adattare uno dei romanzi più importanti della storia della letteratura, ma che promette di farlo facendoci impazzire come i suoi due protagonisti.




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