Skip to main content

intervista a cura di massimo iannetti

In occasione della 76. Berlinale abbiamo scambiato due chiacchiere con il regista di London, lungometraggio presentato all’interno della sezione Panorama.


London si sviluppa a partire da una premessa molto semplice: un uomo guida avanti e indietro per lo stesso tratto di autostrada, dando passaggi a sconosciuti lungo il percorso. Com’è nata l’idea per il film, e come si è evoluta visto la tua scelta di concentrarsi sulla ripetizione invece che su una struttura narrativa più tradizionale?

Sebastian: Ho avuto l’idea anni fa quando mi spostavo spesso in car sharing tra Vienna e Berlino. Ho scoperto questo modo di viaggiare e ho trovato subito affascinante ciò che succede quando passi ore in macchina con unǝ sconosciutǝ. C’è un’atmosfera molto particolare, un tipo di conversazione — ma anche di silenzio — molto specifico. È quasi come se la conversazione interagisse con il paesaggio che scorre al di fuori dal finestrino. Nella maggior parte dei casi passi il tempo guardando diritto davanti a te, non negli occhi dell’altra persona, e questo crea un modo molto specifico di relazionarsi. Mi sono accorto che, nella maggior parte dei casi, queste conversazioni erano estremamente interessanti. Le persone spesso condividono aspetti più intimi della propria vita molto più in fretta del solito, forse proprio perché sanno che la probabilità di incontrarsi di nuovo è molto bassa. Certe volte, credo, ti senti addirittura nella condizione di poterti reinventare un po’ per la persona con cui stai viaggiando. Quel contesto ha creato un tipo particolare di apertura e di gioco tra le persone e il paesaggio in movimento.

«London» di Sebastian Brameshuber (Credits: Panama Films)

Quindi anche il paesaggio si configura come un personaggio?

Sebastian: Esatto, c’è questo dialogo interessante tra l’interno della macchina e il mondo esterno. Quando ho avuto l’idea ho iniziato prima a prendere nota dei dettagli visivi, filmando il paesaggio mentre le conversazioni avvenivano fuoricampo. Sono stato ispirato da film come United States of America (1975) di James Benning e Bette Gordon, che riesce ad evocare un periodo della storia utilizzando la ripetizione e mezzi molto minimalisti come la radio, la musica, l’atmosfera. Volevo qualcosa di simile: un modo di catturare sia momenti personali e umani sia un senso di spazio e tempo. Ho anche pensato a Two-Lane Blacktop (1971) di Monte Hellman, in particolare per il modo in cui uno dei protagonisti reinventa la propria storia per gli autostoppisti che trasporta, e a Taste of Cherry (1997) di Abbas Kiarostami per il suo focus su conversazioni lunghe e introspettive. Tutti questi titoli hanno informato la struttura e il ritmo del mio film, soprattutto per il modo in cui la ripetizione può generare significato. 

London è stato concepito fin da subito come un lungometraggio o avevi altri progetti in mente?

Sebastian: Inizialmente l’avevo pensato come un’installazione, un progetto molto minimalista e semplice per una domanda di ammissione alla scuola d’arte francese Le Fresnoy. Volevo esplorare il ritmo della ripetizione, e il modo in cui i paesaggi e le conversazioni si sovrapponevano l’un l’altro. Con il passare degli anni, il progetto mi è rimasto in mente. Ho completato altri film, ma alla fine sono ritornato a quest’idea, specialmente dopo aver pensato ad un’autostrada specifica che conosco da tutta la vita, la West Autobahn, che unisce Vienna alla mia regione di provenienza. Quell’autostrada ha anche una particolare risonanza storica — la sua costruzione ha avuto una forte componente ideologica: il percorso è stato infatti pianificato dai Nazisti, e concepito non come il percorso più veloce ma quello più pittoresco. Questa prospettiva permane, insieme ad alcune strutture ancora presenti sotto l’autostrada. Quel sovrapporsi di storia, di passato e presente, mi ha affascinato ed è diventato parte del film.

Come è iniziato il coinvolgimento di Bobby Sommer (ndr: attore protagonista) nel progetto?

Sebastian: Ho conosciuto Bobby nel 2014 quando ha registrato un voice over per uno dei miei cortometraggi. Lo conoscevo da Museum Hours (2012) di Jem Cohen, e mi era piaciuta la sua interpretazione. Ho scoperto che ha passato molto tempo della sua vita a guidare, e ho pensato che le sue esperienze nella Berlino degli anni Settanta e Ottanta potessero combinarsi bene con il tipo di incontri che volevo esplorare. Gli ho raccontato delle mie esperienze in car sharing e gli ho chiesto se fosse interessato a lavorare insieme su questo progetto. Dopo la sua adesione, abbiamo continuato a parlare del film negli anni.

Hai coinvolto Bobby anche nella stesura delle storie dellǝ altrǝ passeggerǝ o della sceneggiatura?

Sebastian: Non proprio. In questo caso, non avevamo una sceneggiatura tradizionale. Bobby ha contribuito condividendo le sue storie personali: l’unico elemento fittizio è il motivo dietro il suo viaggio, l’arco narrativo che collega lui ad Arthur. Tutto il resto si è sviluppato organicamente a partire da conversazioni con lǝ altrǝ passeggerǝ. Con il tempo, il materiale si è evoluto: discorsi sulla storia, sulla perdita, su eventi attuali come la guerra in Ucraina sono finiti tutti dentro il film.

Sebastian Brameshuber
«London» di Sebastian Brameshuber (Credits: Panama Films)

Quindi Bobby agisce sia da personaggio che da specchio alle storie dellǝ altrǝ?

Sebastian: Esatto, è sia il corrispettivo del pubblico che un personaggio indipendente. Le parole dellǝ passeggerǝ lo trasformano, e il suo ascoltare rivela a sua volta qualcosa di lui. Alcuni dei momenti più carichi emotivamente, come quando riflette sul padre, erano reali, ma sono stati integrati nella narrazione fittizia. Con il passare del tempo, Bobby ha sempre più dato vita al ruolo, traendo dalla propria vita personale. Come filmmaker, avere l’occasione di osservare questo processo è stato un privilegio.

E per quanto riguarda lǝ altrǝ passeggerǝ? Come li hai selezionati?

Sebastian: Ho cercato persone che fossero capaci di conversazioni interessanti ma che anche mantenessero un certo mistero. Alcunǝ di loro soddisfacevano criteri molto specifici legati alla loro storia e vita personale, altrǝ sono statǝ selezionatǝ in maniera più aperta, come amicǝ, collaboratorǝ o persone le cui vite avevano prospettive interessanti da offrire. Ogni persona ha contribuito qualcosa di unico al progetto, ma il procedimento è stato molto organico.

Perché proprio la macchina? Come mai questo spazio permette così facilmente di aprirsi ed esporsi emotivamente?

Sebastian: La macchina è uno spazio privato. In una macchina sei fisicamente vicino ad un’altra persona, nella cui guida riponi fiducia. C’è un senso di vulnerabilità e concentrazione, è quasi psicanalitico. Guardi dritto davanti a te, in una sorta di monologo con te stessǝ mentre al tempo stesso dialoghi con un’altra persona. La monotonia del passaggio che scorre fuori dal finestrino e il comfort dell’interno della macchina creano un’atmosfera in cui la conversazione scorre naturalmente.

Sebastian Brameshuber
«London» di Sebastian Brameshuber (Credits: Panama Films)

Da un punto di vista tecnico, abbiamo girato in studio. Ho pensato di girare per strada ma era troppo complicato per la posizione della camera, sicurezza e compromessi di inquadratura. In studio, abbiamo ricreato l’autostrada con grandi schermi intorno alla macchina, un sistema di luci elaborato con tanto di riflessi sui volti dellǝ attorǝ per simulare il movimento e le macchine circostanti. Ogni take poteva durare una o due ore, quindi avevamo davvero il tempo di lasciare spazio alla conversazione. Bobby aveva anche un auricolare per permettermi di comunicare con lui, di ricordagli di ascoltare, di lasciare parlare l’altra persona e di mantenere il livello di delicatezza necessaria nella sua interpretazione. Grazie a ciò, Bobby si è avvicinato alle vite dellǝ suǝ passeggerǝ, come se immaginasse le vite che avrebbe potuto vivere attraverso di loro. Alcuni dei momenti più forti sono avvenuti quando Bobby si è lasciato travolgere dal senso di perdita o nostalgia. Il film sarebbe potuto essere completamente diverso senza quei momenti, che non erano scritti, ma sono emersi naturalmente attraverso questi lunghi e pazienti take.

Da dove viene invece il titolo, London?

Sebastian: C’erano altri titoli in precedenza, come il provvisorio In Current Traffic. Ma London è emerso grazie a Bobby. Londra era un posto in cui, da giovane, poteva essere sé stesso — capelli lunghi, musica, un senso di libertà che non provava nell’Austria più conservatrice. Per me, anche il suo legame con Arthur è nato a Londra. 

Il titolo risuona anche dal punto di vista simbolico, crea una sorta di geografia mentale. Guidando su queste lunghe strade tutte uguali, i pensieri viaggiano verso altri tempi e spazi. Londra rappresenta qualcosa di irraggiungibile, come il passato o un’amicizia perduta. C’è anche un’impossibilità metaforica: Londra non può essere raggiunta direttamente guidando, visto che è su un’isola, e ciò rispecchia il viaggio di Bobby e l’impossibilità vera e propria di riconnettersi con il proprio amico. Per me il titolo non rappresenta un enigma, ma è associativo. Riflette memoria, nostalgia, e lo spazio in cui questi personaggi esistono, tra realtà, memoria e immaginazione. Guidare diventa una sorta di meditazione, un ponte tra passato e presente, fra il sé e lǝ altrǝ.

Penso che questo sia un modo perfetto per finire l’intervista. Sei quasi ritornato all’inizio, al titolo, al modo in cui il film è nato. Anche il film crea questa sensazione di loop infinito, senza un vero e proprio inizio o fine. Un loop lineare, non circolare, come se il viaggio continuasse al di fuori di ciò che vediamo.

Sebastian: Questo mi ricorda una canzone che inizialmente avevo in mente per il finale, chiamata Infinite End. E’ bellissima, rappresenta quasi un’eco di ciò che sarebbe potuto essere. Ho scoperto che era già stata usata, e ho finito per usare un’altra canzone nel film, che funziona perfettamente comunque.

Possiamo lasciarla allǝ nostrǝ lettorǝ, come un piccolo outtake!


*traduzione dall’inglese a cura di Emma Marinoni

One Comment

Leave a Reply