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intervista a cura di alessia del prete

Se non avete ancora sentito parlare di Club Kid, preparatevi a farvi coinvolgere dalla storia dolcissima di Peter e Arlo, nella cornice più caotica che esista: la scena club queer di New York City. Il film, debutto alla regia di un lungometraggio di Jordan Firstman, è stato presentato per la prima volta nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2026 ed è considerato a tutti gli effetti una delle grandi rivelazioni di quest’ultima stagione cinematografica.

«Club Kid» di Jordan Firstman (Credits: IWonder Pictures)

Club Kid è la storia di Peter (interpretato dallo stesso Firstman), uomo gay, irresponsabile e infantile sulla trentina e PR di underground parties newyorkesi. Improvvisamente, Peter scopre di avere un figlio di dieci anni, Arlo (Reggie Absolom), che sconvolge la sua quotidianità. Il film, girato in pellicola 35mm, è una lettera d’amore alla città e alle connessioni umane che creano specchi di noi stessi. Lo sguardo di Firstman è estremamente intimo, si concentra sui volti dei suoi personaggi e sul modo in cui orbitano gli uni verso gli altri; la storia di Peter e Arlo è intrisa di un humor attentamente plasmato attorno alla propria audience, ricco di riferimenti contemporanei che ci ricordano l’aspetto più bello della sala: condividere un’intesa comune con le persone che ci circondano.

Con una colonna sonora estrapolata da tutte le nostre gay guy music video night preferite (si passa da Rihanna e Slayyyter ad Elliott Smith, fino ad arrivare a Thoroughfare di Ethel Cain), Club Kid è una scoperta imprevedibile e noi abbiamo avuto l’opportunità e il piacere di partecipare ad una mini press proprio con il regista Jordan Firstman, atterrato in Italia per presentare il film nella sezione Freestyle della Festa del Cinema di Roma 2026. Ecco un resoconto!

«Club Kid» di Jordan Firstman (Credits: IWonder Pictures)

Attraverso questo film, cosa vuoi comunicare a tutti i club kids nel mondo?

Firstman: «Penso di voler dire loro che sono importanti, sono favolosi. Prendetevi cura di voi stessi, controllate sempre che le vostre uscite nei club siano per i motivi giusti e che siano solo un modo per divertirvi e non solamente per fuggire da altro. Prendetevi cura della vostra comunità e dei vostri amici, della loro salute mentale. Noi siamo qui solo per sostenerci gli uni con gli altri e non dobbiamo perderci nelle distrazioni.»

La tua generazione probabilmente è stata la prima ad interrogarsi sull’idea di non avere figli. È un elemento su cui hai ragionato, mentre scrivevi questa relazione tra padre e figlio?

Firstman: «Sì, credo di essermi sempre posto questa domanda, se volessi avere figli o meno. Stanno succedendo molte cose e credo che una buona percentuale di persone non voglia far nascere un figlio in un mondo così imprevedibile e incasinato. Molti di noi sono giustamente preoccupati [riguardo la situazione attuale del mondo, ndr], ma è anche vero che il rapporto tra genitori e figli può essere bellissimo, se si trova il modo di offrire loro una vita sicura, proteggendoli dagli aspetti più brutti del mondo moderno. È complicato: quando diventi genitore devi tentare di essere meno egoista, ma c’è anche una sorta di egoismo proprio nell’essere genitore, perché ti offre un obiettivo da perseguire. Sono tutte domande su cui riflettevo mentre scrivevo il film, ma non credo di avere ancora una risposta per voi! [ride, ndr].»

Jordan Firstman
«Club Kid» di Jordan Firstman (Credits: IWonder Pictures)

Nel film citi Gregg Araki e Mysterious Skin. Ci sono altri film o autori che ti hanno ispirato?

Firstman: «Sicuramente il regista Paul Mazursky e il suo film Una Donna Tutta Sola (An Unmarried Woman) sono stati grandi modelli di riferimento per questo film. Mi piace come il film si muove nella vita della protagonista, ti sembra quasi di vivere la storia insieme a lei e volevo che Club Kid provocasse una sensazione simile, prendendosi anche delle pause. Per esempio, quando nel film il mio personaggio si prende un momento con la canzone di Ethel Cain insieme allo zoom out sulla città, ma anche nella scena dell’appuntamento con Oscar al parco, sono sequenze che sembrano a loro volta dei film autonomi. Paul Mazursky aveva questa capacità di muoversi facilmente all’interno della storia e per me era un aspetto molto importante da tenere a mente. Poi ci sono stati anche tutti i classici film sulle storie padre-figlio, come Paper Moon [diretto da Peter Bogdanovich] o Il Monello (The Kid) di Charlie Chaplin, insomma mi hanno tutti aiutato nella scrittura.»

Ci sono momenti in cui l’umorismo lascia improvvisamente il posto ad avvenimenti più toccanti, ma il cuore del film rimane sempre lo stesso. Come ti sei orientato nell’alternanza tra commedia e vulnerabilità, sia nella scrittura che nella tua performance?

Firstman: «Volevo approcciarmi alla storia in modo genuino: la vita è divertente e triste al tempo stesso, racchiude in sé dolore, umorismo e amore. La mia è così, e credo anche quella di molti altri. Volevo, quindi, raccontare qualcosa di onesto e realistico, tenendo sempre a mente il pubblico che attraggo. Tengo molto alla mia audience e quando le cose si fanno troppo pesanti, come nella realtà, inserisco una battuta per spezzare la tensione. Quando un tuo amico piange per qualcosa, non gli dici: “Piangi di più! Ancora!” (ride, ndr). Di solito gli dici qualcosa di divertente per farlo sentire meglio. Volevo avere quel tipo di rapporto con i miei spettatori e assicurarmi che stessero bene.»

Jordan Firstman
«Club Kid» di Jordan Firstman (Credits: IWonder Pictures)

Essendo il tuo debutto alla regia di un lungometraggio, diresti che Club Kid ha contribuito in qualche modo a cambiare il modo in cui vedi te stesso e il tuo lavoro?

Firstman: «Sicuramente! Sono stato molto duro con me stesso e anche molto nervoso. Era da tanto tempo che volevo dirigere un lungometraggio e volevo che la mia prima opera fosse in grado di colpire le persone. L’intento era di fare una sorta di dichiarazione artistica con questo film e quindi ho lavorato a lungo, ho scritto diverse stesure della sceneggiatura e sono stato molto autocritico durante la produzione del film. Insomma, non ho vissuto la fase di produzione in modo molto piacevole (ride, ndr). Sono felice sia andata così, anche la fase di montaggio è stata difficile: devi abbandonare ogni forma di orgoglio personale e concentrarti sul film. Questo è qualcosa che ho imparato mentre giravamo il film e ne sono uscito pronto per dedicarmi al prossimo con molta più sicurezza e con molta più fiducia nei confronti del mio istinto artistico.»

Jordan Firstman
«Club Kid» di Jordan Firstman (Credits: IWonder Pictures)

Nel film ci sono molti riferimenti alla pop culture, da Rihanna all’iconico momento tra Miley Cyrus e Nicki Minaj. La pop culture è ormai un mezzo per creare un senso di appartenenza: quanto è importante, per te, condividere queste conoscenze con le generazioni più giovani? C’è qualche film, libro o un momento importante per te e che avresti voluto far conoscere ad Arlo?

Firstman: «Domanda interessante! Reggie [Absolom], che interpreta Arlo, inizialmente era fan di band come Slipknot e Metallica, il rock più hard, mentre ora ascolta solo la musica di Elliott Smith e dei Cocteau Twins. La madre di Arlo, nel film, lo aveva già introdotto a questa musica, mentre Peter continua sulla stessa strada. È bellissimo condividere canzoni che ci piacciono, io adoro quando i miei amici mi consigliano nuova musica. E poi, insomma, noi persone gay comunichiamo tramite i meme. Inserire tutte quelle reference alla pop culture è stato quasi un auto-regalo, anzi ce n’erano cento altre che sono state tagliate! A un certo punto i miei produttori hanno detto: “OK, abbiamo abbastanza meme” – però credo che anche questo sia un elemento che piacerà alla gen Z. L’arte ci connette gli uni con gli altri e lo stesso vale per i media: condividere una risata, condividere dei gusti musicali, questo è un fil rouge che volevo inserire all’interno del film.»

Jordan Firstman
«Club Kid» di Jordan Firstman (Credits: IWonder Pictures)

Il film è ricco di tematiche interconnesse tra di loro: famiglia, queerness, un amore per New York e la sua scena club, così come un rapporto complesso tra padre e figlio. Qual è stato l’elemento che ha dato vita al film?

Firstman: «Il primissimo tema del film è sempre stata la crescita. Mi piace pensare al film come una sorta di coming of age in ritardo. La prima idea del film veniva da un sentimento molto personale. Quando ho iniziato a scrivere il film, avevo appena passato i 30 anni, sentivo di non avere il controllo della mia vita, ero molto disorientato. Pensavo e mi chiedevo continuamente che cosa dovessi fare, ma la crescita non è un processo lineare, piuttosto è un percorso caotico e confusionario. Questo era il punto da cui volevo partire [per scrivere il film] e tutte le altre tematiche si sono aggiunte in modo organico.»

Qual era la cosa che volevi evitare, raccontando questa storia?

Firstman: «Ho la risposta: il cinismo. Ero stanco di vedere opere ciniche, specialmente da parte della mia generazione. Mi sembrava che ogni commedia sentisse il bisogno di prendersi gioco dei propri personaggi o di giudicarli in modo negativo: volevo sfidare le mie capacità e creare qualcosa che facesse ridere, senza denigrare i protagonisti o cadere nel nichilismo. Per me era fondamentale realizzare un film ottimista e che non sbeffggiasse nessuno, ma che dimostrasse empatia nei confronti dei propri personaggi.»

Jordan Firstman
«Club Kid» di Jordan Firstman (Credits: IWonder Pictures)

E con quest’ultima risposta, si conclude il nostro dialogo con Jordan Firstman. Diventare adulti è impossibile senza la condivisione con gli altri e la comunità che ci circonda ci aiuta a maneggiare con cura la vita che creiamo per noi stessi – mentre cerchiamo qualcuno con cui ridere (o piangere), ci sentiamo tutti un po’ club kid.


Il debutto di Jordan Firstman arriva nelle sale italiane il 3 dicembre, distribuito da I Wonder.

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