Skip to main content

approfondimento a cura di alberto frosini

Ci sono luoghi che si rivelano solo se ispezionati con la giusta lente: un quartiere di Bilbao, un fiume, un’isola dimenticata, una serie di case sorvegliate. E ciò che è nascosto si mostrerà, sezione di LAGO25, il concorso ufficiale della ventunesima edizione del Lago Film Fest raccoglie quattro corti che, attraverso una ricerca etno-sociale, usano la geografia come strumento per inquadrare meglio luoghi e comunità tra loro molto lontani. Ogni corto offre uno sguardo poetico su realtà quotidiane, ma anche marginali, che riaffiorano nel pensiero dello spettatore.

«A Little Story About the Ariguanabo River» di Jacopo Hurle (Credits: Lago Film Festival)

«love, your neighbour» (2024) di jethro westraad

Una satira feroce e dal taglio documentaristico sul Sudafrica contemporaneo, sempre più attraversato dalle paranoie del cosiddetto “white genocide”, Love, your neighbour mette in scena l’odio, la paura e l’ossessione per la sicurezza che pervadono i quartieri blindati della medio alta borghesia bianca post- apartheid. Il corto punta lo sguardo su più elementi che si scontrano: un cielo turchese abbagliante tagliato dalle telecamere di sorveglianza, muri sormontati da filo spinato, cancelli altissimi e cartelli minacciosi “Beware of the dogs” che coprono le mura delle villette di questi comuni cittadini.

«Love, Your Neighbour» di Jethro Westraad (Credits: Lago Film Festival)

Gli abitanti del quartiere accettano di farsi intervistare solo attraverso i citofoni evitando ogni confronto diretto per timore di esporsi. Il volto umano è praticamente assente: tutto è delegato a una comunicazione isterica, difensiva, intrisa di razzismo latente e pulsione di controllo. La scelta di non mostrare mai i proprietari delle case, ma solo le loro parole, vere e assurde, spinge sull’effetto straniante e coinvolge lo spettatore in questa realtà tragicomica. La paura, qui, è un bene di lusso: blindata, militarizzata, paranoica. Eppure, nonostante la distanza tra chi parla e chi ascolta, il corto riesce a far emergere una verità disturbante e profondamente umana: nessuna barricata è mai davvero impermeabile. Il lavoro di Westraad colpisce per la sua essenzialità: pochi elementi visivi, una costruzione sonora efficace e tagliente e una regia consapevolmente diretta.

«Love, Your Neighbour» di Jethro Westraad (Credits: Lago Film Festival)

«todos los barrios posibles» (2024) di matteo giampetruzzi

In parte adottando la tecnica dello screenlife, che ambienta l’azione sullo schermo di un dispositivo digitale, Giampetruzzi firma una lettera d’amore al quartiere San Francisco di Bilbao, definito in un articolo online “el Bronx bilbaíno”. Un archivio digitale che si trasforma in diario dove poesie, video di scarsissima qualità segnati dal tempo e che sembrano trovati grazie alla funzione “before:year” di YouTube, filmati porno queer e riprese di manifestazioni si alternano nel racconto di una comunità vibrante e marginale.

Lago Film Festival
«Todos los barrios posibles» di Matteo Giampetruzzi (Credits: Lago Film Festival)

È una ricerca che si addentra nel tempo, nella notte e nei luoghi dove politica e corpo convivono senza filtri. La narrazione è frammentaria, stratificata, come se l’autore stesse cercando di ricordare un sogno. È come il dolore di chi, incapace di rinunciare alla speranza che una persona cara sia ancora viva, deve però raccogliere il coraggio per andare alla veglia Un cortometraggio potente, senza filtri e sicuramente mi ha trasportato in una realtà a me sconosciuta, lasciandomela godere a pieno in meno di dieci minuti.

Lago Film Festival
«Todos los barrios posibles» di Matteo Giampetruzzi (Credits: Lago Film Festival)

«a little story about the ariguanabo river» (2025) di jacopo hurle

Più che un racconto, A Little Story about the Ariguanabo River è una preghiera. Non ci sono spiegazioni, né narrazioni esplicite, solo immagini e suoni che scorrono lentamente, come un mantra. Hurle costruisce un poema visivo fatto di dettagli: le mani screpolate dal lavoro, i cappellini da pesca slavati dal sole, le reti sulle rive. Ogni particolare suggerisce una sincresi profonda tra gli abitanti e la loro natura, come se ogni gesto quotidiano fosse parte di un rito antico.

Lago Film Festival
«A Little Story About the Ariguanabo River» di Jacopo Hurle (Credits: Lago Film Festival)

Il rio Ariguanabo, a Cuba, diventa il vero protagonista: presenza viva, incessante, imperturbabile. Il look fotografico, che richiama i toni sbiaditi di vecchie cartoline, ci trasporta in un tempo sospeso, in un certo senso anacronistico per la vita moderna. Nessuna colonna sonora filtra l’esperienza: solo i suoni naturali costruiscono una dimensione immersiva e magica. La forza del corto risiede nel rifiuto dell’approccio didascalico- documentaristico. Infatti Hurle lascia che sia lo spettatore a sentire, senza parole, senza spiegazioni, ma con una potenza evocativa indiscutibile.

Lago Film Festival
«A Little Story About the Ariguanabo River» di Jacopo Hurle (Credits: Lago Film Festival)

«things hidden since the foundation of the world» (2025) di kevin walker e irene zahariadis

Girato sull’isola greca di Nisyros, dove vivono solo, circa, nove abitanti, il corto si muove tra ethnofiction e realismo magico. La quotidianità si intreccia con rituali di lutto, gesti familiari e silenzi condivisi. Ogni posto e oggetto sembra, più o meno esplicitamente, abitato da una presenza. Infatti l’isola e il suo promontorio, dove sorge il cimitero, appaiono immobili, ma vivi, mentre accompagnano i loro abitanti nella vita e nella morte.

Lago Film Festival
«Things Hidden Since the Foundation of the World» di Kevin Walker e Irene Zahariadis (Credits: Lago Film Festival)

La regia osserva senza invadere eccessivamente la privacy di queste persone, focalizzandosi sui primi piani per mettere a fuoco i volti segnati dal tempo o le mani piccole e nodose di una coppia di vecchi innamoratissimi. È così ritratta una comunità che sembra cristallizzata in un passato di circa quarant’anni, capace di resistere al tempo, dove l’umano e il paesaggio si fondono in un’unico corpo, fragile, ma allo stesso tempo inflessibile.

Leave a Reply