approfondimento a cura di marco morelli
Il concorso principale di Lago Film Fest, festival indipendente di cinema a Revine Lago (TV), presenta sette gruppi tematici. Tra questi, quello denominato Un altro altro è così descritto dagli organizzatori: «Decolonizzare l’etnografia con la poesia. Questo programma costruisce nuove direzioni per l’interazione tra habitat, comunità, tradizioni ed eredità, suggerendo cosmogonie pagane e laiche insieme. Chi è l’altrə e cosa lo distingue da me? Insieme siamo un altro altro?». Il blocco è formato dalle opere di registi nati tra il ‘93 e il ‘95: Memories of an Unborn Sun di Marcel Mrejen, Crocodile Nest di Jazmin Rojas Forero e What humans see as blood, jaguars see as chicha di Luciana Decker Orozco. I tre lavori si caratterizzano per un linguaggio evocativo, atmosfere slow e riferimenti al colonialismo passato e presente.

«memories of an unborn sun» di marcel mrejen (2024)
Il regista franco-algerino Marcel Mrejen confeziona un corto suggestivo sul neocolonialismo cinese in Algeria. I rapporti tra i due stati sono solidi fin dalla guerra d’Algeria, in cui il governo cinese riconobbe e sostenne il Front de Libération Nation (FLN), aiutando il paese a ottenere l’indipendenza dal dominio coloniale francese. Negli anni, la relazione è proseguita e la Cina ha investito pesantemente nel settore energetico algerino, costruendo il reattore nucleare di Es-Salam. Il neo-colonialismo cinese in Africa sotto forma di investimenti, prestiti e speculazioni non dovrebbe più essere un mistero: con circa 4 miliardi investiti nel solo 2023 è tangibile l’influenza del paese guidato da Xi Jinping sul continente, sebbene alcuni economisti credano che il fenomeno sia sopravvalutato e sottolineano come, di recente, gli Emirati Arabi Uniti stiano investendo ancora maggiormente.

Ad ogni modo, Mrejen si concentra sui reattori presenti nel nord algerino, in cui lavorano in massa operai cinesi in condizioni critiche: sfruttati e costretti a vivere in bunker in mezzo al deserto, spesso le loro morti accidentali non vengono nemmeno segnalate e i cadaveri nemmeno riportati in patria. Il regista, per sottolineare lo sfruttamento degli operai e del territorio, delinea un linguaggio evocativo tramite cui fa emergere una distopia capitalista: i drone shots sul deserto portano alla creazione di un nuovo sole artificiale, accompagnato dai versi di un poeta tuareg che potrebbe alludere alla presenza fantasmatica degli operai morti e di tutto il popolo del deserto. Sebbene queste immagini lascino lo spettatore di stucco, l’impressione è che non sempre si sposino perfettamente con l’idea più politica, che sembra solo accennata in superficie e non troppo sviluppata. Per quanto il corto sia gradevole, resta il retrogusto dell’occasione parzialmente mancata.

«crocodile nest» (2024) di jazmin rojas forero
Disclaimer: adoro i coccodrilli. Sono tra i miei 2-3 animali preferiti da quando sono bambino, li trovo estremamente affascinanti e ho avuto la fortuna di vederli (e tenere in mano un cucciolo!) nei miei viaggi in Africa. Non è un caso che il mio film preferito dello scorso decennio sia Tabu di Miguel Gomes, da cui possiamo partire per discutere l’ultima opera della regista colombiana Jazmin Rojas Forero. Anche Crocodile Nest, infatti, è pervaso da un alone di nostalgia alla stregua del film di Gomes: se in quest’ultimo, però, emerge una consapevole estetizzazione esotica del Mozambico da parte dei coloni portoghesi e il coccodrillo rappresenta un pericolo incombente, il corto in concorso a Lago presenta un diverso punto di vista.

Dopo un primo focus su un nido di uova di coccodrilli, la cinepresa si muove all’interno del rettilario dello Zoo di Dusseldorf e la voce narrante racconta dei suoi incontri con il guardiano della sezione, colombiano come lei. Jazmin Rojas Forero sottolinea l’affetto che l’uomo nutre per i rettili attraverso le sue storie e i suoi tatuaggi; inoltre, emerge un ricordo personale della protagonista su un incontro ravvicinato con questi animali da bambina in un lago in Colombia; a fine corto, emerge una figura fantasmatica (finalmente!) dagli occhi di ghiaccio che si contrappone alle immagini del presente. Queste ultime risultano artificiose e ovattate: non potrebbe essere altrimenti in un rettilario in cui gli animali hanno bisogno di umidità e luce quasi mai presenti nel clima continentale, ma la regista rende bene l’idea di una natura reclusa e snaturata anche a causa del bisogno di soddisfazione dell’occhio dei colonizzatori (un po’, questo sì, come in Tabu).

A sottolineare questa sostituzione artificiale contribuisce la sovrapposizione, come spesso accade, di animali che non occuperebbero lo stesso areale, come nel caso delle tartarughe presenti a metà corto. Incuriosisce la scelta dei crocodylia inquadrati: non avendo sufficienti elementi a disposizione, sembra comunque che Jazmin Rojas Forero sia riuscita a mostrare alcune specie oggi presenti in Colombia. Ad esempio, è plausibile che il coccodrillo più vecchio dello zoo possa essere un Orinoco (Crocodylus intermedius) a causa del muso allungato ma meno stretto di un gaviale o falso gaviale; tuttavia, la coppia inquadrata un paio di volte a pelo d’acqua non ricorda tanto i caimani nani di Schneider (Paleosuchus trigonatus) endemici del Sudamerica ma, piuttosto, i coccodrilli nani africani (Osteolaemus tetraspis). In ogni caso, Crocodile Nest è un sentito omaggio alla Colombia e a una natura che sta sempre più diventando artificiale e depredata.

«what humans see as blood, jaguars see as chicha» (2023) di luciana decker orozco
Il cinema boliviano tende, purtroppo, a essere sottovalutato tra le filmografie latinoamericane: tuttavia, può vantare un regista rivoluzionario come Jorge Sanjinés e interessanti opere recenti come Utama, uscito in Italia per Officine UBU. Tra questi possiamo annoverare anche What humans see as blood, jaguars see as chicha, ultimo lavoro di Luciana Decker Orozco presente al Lago. Come in Utama, anche qui primeggiano le Ande boliviane, in particolare nella regione di Kalaque: nel corto si susseguono immagini relative a tradizioni popolari, animali ed elementi naturali come il suolo, le montagne e le sponde del lago Titicaca. Gli animali formano una parte consistente delle riprese: li vediamo vivi (i bovini all’inizio), morti (i polli spennati dalle donne) o solamente rappresentati (il manufatto Inca che simboleggia un’oca). È un peccato che non siano rappresentati i giaguari del titolo, una frase latinoamericana usata nella ricerca archeologica e antropologica che parla della percezione non umana e suggerisce la coesistenza di punti di vista diversi (la chicha è un alcolico tipico del Sudamerica a base di mais e altri cereali).

Questo sembra essere il focus del film, che, come detto, cerca di far coesistere tradizioni umane, presenza di animali e la potenza visiva di una natura sconfinata e ancora piuttosto incontaminata: non è un caso che la Bolivia sia una meta turistica emergente per viaggiatori alternativi, interessati a trekking naturalistici ed esperienze non banali. Tuttavia, sebbene questo intento risulti abbastanza lampante, non sempre il linguaggio aiuta a immergersi nella cultura boliviana: le immagini frammentate e fotoniche e un montaggio sonoro disorientante non alimentano particolarmente la trascendenza e cozzano un po’ con l’idea di naturalezza alla base del corto. Un lavoro nel complesso interessante, ma che sarebbe potuto essere ancor più evocativo con qualche accorgimento in più.



