intervista a cura di marco morelli
Uno degli eventi di punta per gli amanti del cinema contemplativo è arrivato a fine festival, con la première dell’ultimo lavoro di Lav Diaz Makikiraan po (Let us through, dear ancestors). Un altro ipnotico ritratto del colonialismo occidentale nelle Filippine, il film segna il ritorno al bianco e nero per l’autore dopo aver usato il colore in Magellan. Tra lotte intestine, la presenza fantasmatica e il contrasto tra il dominio spagnolo e quello britannico, Let us through, dear ancestors racconta nuovamente, con gli stilemi tanto cari al maestro, di un mondo dilaniato dal conflitto per l’appropriazione indebita di risorse che assomiglia sinistramente al contemporaneo. Abbiamo avuto occasione di prendere parte alla mini-press organizzata prima dell’anteprima di ieri sera in Sala Giardino; di seguito, riportiamo alcuni estratti delle domande poste dai giornalisti presenti.

Prima di tutto, complimenti per il film. Volevo chiederle una cosa sul titolo: lei usa la parola “ancestors” (antenati), e mi chiedevo, in termini di colonialismo, cosa intendesse esattamente con questo termine.
Lav Diaz: È una pratica antichissima, che viene ancora utilizzata: quando attraversi un luogo, o quando senti qualcosa, può diventare una sorta di incantesimo, una preghiera, un tributo ai nostri antenati e alla resistenza del nostro popolo. La utilizziamo ancora oggi. Nonostante tanti aspetti delle nostre vite siano stati puniti e cancellati dalla colonizzazione, alcune di queste cose sono sopravvissute: è una forma di rivendicazione, un atto di resistenza e di sovversione nei confronti di ciò che è stato imposto alla nostra cultura e al nostro popolo. È una richiesta di aiuto e di conservazione; ha così tante forme di lettura[la parola “antenati”, ndr], così tanti livelli. Ed è per questo che esiste ancora oggi: è una delle cose che abbiamo mantenuto, una forma di resistenza.
La mia domanda riguarda un momento preciso del film: quando la donna imprigionata [Isabel Sandoval come Babayeng Indimatandog, ndr] ci guarda, sorride. Cosa intende con quello sguardo?
Lav Diaz: Sì, sembra una martire: è un’immagine di cui abbiamo parlato, io e Isabel. Entrambi veniamo dalla stessa zona del Paese, dalla parte meridionale delle Filippine. Il suo sguardo è un dialogo continuo con noi: parla della nostra lotta per conservare le nostre anime. Nonostante tutto, nonostante la sottomissione, l’imposizione e tutte le cose oppressive che ci sono state fatte, abbiamo ancora la nostra anima. È ancora una volta una forma di resistenza, nonostante tutte le cose che ci sono state imposte, conserviamo ancora la nostra anima. È stata un’immagine deliberatamente costruita. Durante la ripresa le ho semplicemente detto: “Guarda la macchina da presa e sorridi”.
A questo proposito, com’è stato lavorare con la brillante Isabel Sandoval, qui in veste di attrice e non di regista?
Lav Diaz: Quando abbiamo mostrato Magellan al New York Film Festival, era presente a una piccola festa che abbiamo organizzato con dei produttori di cibo filippino. È venuta da me e mi ha detto se potesse fare la comparsa nel mio prossimo film: le ho risposto che se fosse venuta sul set mentre stavamo girando, avrei potuto darle un ruolo importante. Il suo personaggio è molto importante nella storia: le Baba sono donne guaritrici e sono figure intoccabili nella nostra cultura, una delle poche pratiche animiste esistenti che sono sopravvissute. Abbiamo ancora queste donne guaritrici oggi, soprattutto nella parte meridionale delle Filippine: è quindi un’immagine di resistenza molto importante. È stato anche fantastico avere Isabel nel ruolo per la questione di genere; è una buona rappresentazione della sovversione, non soltanto della riappropriazione del passato, ma anche del mantenimento di un’immagine importante della nostra cultura.

Il film crea molti collegamenti con i suoi lavori precedenti: in questo senso, volevo chiederle se ci sono somiglianze tra il personaggio di Baribari e il personaggio di Lapulapu visto in Magellan, in quanto fantasmi del passato che forse non vediamo mai di persona nel film.
Lav Diaz: Baribari [ndr] è un’estensione delle presenze misteriose che abbiamo. È qualcosa di molto legato alla nostra cultura, dove esistono anche diverse versioni di esseri mitologici. Nel caso di Lapulapu, sulla base delle mie ricerche, penso che non sia mai esistito: è stato inventato. Se ci pensi, Magellano voleva rimanere lì e, per poterlo fare, si arrivò a creare quella figura: è una sorta di mythmaking: creare qualcosa di mistico, creare una presenza, forse una sorta di persona. È anche un meccanismo di difesa e, allo stesso tempo, un prodotto del tentativo di comprendere ciò che accade intorno a noi: queste cose vengono create dall’immaginazione. La figura del bari può assumere molte forme e può manifestarsi in molti modi: in alcune parti del Paese è una sorta di fantasma, mentre in altre è una specie di essere elementale che proviene dalla terra.
Questo è il suo secondo period piece consecutivo. È stata una scelta dettata dal suo interesse per i postumi del colonialismo nelle Filippine? Perché, in questo momento della sua carriera, hai scelto di dirigere due film consecutivi sulle origini di questo male?
Lav Diaz: È un dialogo continuo con il mio popolo: dobbiamo tornare indietro e riesaminare una parte della nostra storia, nello specifico quella raccontata in questo film: dal 1565 fino all’inizio del XVII secolo, con l’introduzione del sistema delle encomiendas.L’ordine arrivava naturalmente dal re Filippo II: venne introdotto il sistema delle encomiendas, con amministratori assegnati alle diverse regioni e isole, che riscuotevano i tributi. La popolazione di quei luoghi veniva convertita e organizzata in una nuova forma di società e venivano persino cambiati i loro nomi. La parte più dura è che le antiche alleanze delle popolazioni indigene furono improvvisamente sottoposte al controllo degli encomenderos, e gli abitanti divennero lavoratori nelle proprie terre: iniziarono a costruire chiese, strade, ponti, fortezze, ville, piantagioni e aree minerarie. In fondo, si trattava principalmente di saccheggio da parte dei colonizzatori.
Nel film vi è una lotta interna tra una gran parte della popolazione che si allea con Padre Enciso contro due anziani che fanno resistenza e allo stesso figlio di Enciso che ha rifiutato i suoi privilegi. Quando ha fatto il film, ha pensato al presente? Ci vedo molte connessioni.
Lav Diaz: È proprio per questo che il film è così legato al presente: il sistema feudale che viviamo ancora oggi, le vecchie famiglie che possiedono enormi quantità di ricchezza e potere, gli encomenderos: esistono ancora. L’oligarchia è iniziata durante quel periodo: è tutto così collegato, così attuale, è soltanto che il muro che separa il nostro popolo da questa consapevolezza è molto grande. Non capiscono che tutto questo è iniziato cinquecento anni fa: tutto questo sistema, tutte le disfunzioni della nostra società, tutte le fratture e i traumi che stiamo vivendo oggi sono profondamente collegati a ciò che è accaduto cinquecento anni fa. Il passato è ancora molto presente, come se fosse un fantasma.

Perché ha scelto di girare questo film in bianco e nero come tanti suoi lavori precedenti invece che a colore, come fatto per Magellan?
Lav Diaz: Ho deciso istintivamente: nel caso di Magellan, inizialmente doveva essere una sorta di film in bianco e nero. Poi, durante il montaggio, non amavo i colori degli esterni, ma il direttore della fotografia [Artur Tort, ndr] mi disse che avrei dovuto considerare il colore, perché era così bello e sarebbe stato un peccato perderlo. Abbiamo discusso della questione a lungo, continuavo a montare e a pensarci: quando monti devi essere molto spietato, ma allo stesso tempo devi essere molto aperto. Alla fine la scelta del colore mi ha convinto e mi sono deciso abbastanza istintivamente. È la stessa cosa che è successa con questo nuovo film, solo al contrario: quando ho iniziato le riprese avevo già deciso che sarebbe stato in bianco e nero. A volte è una decisione molto casuale. Non è necessariamente qualcosa che pianifico: è successa la stessa cosa con Norte. Quando abbiamo visto la location, era così bella, da tutti i punti di vista, e mi trasmetteva qualcosa. Una settimana prima delle riprese ho deciso che sarebbe stato a colori; naturalmente, le persone della crew hanno insistito per il bianco e nero. Il problema è che, con queste decisioni, bisogna anche cambiare tutto, compresi i costumi.
Penso che un personaggio interessante in questo suo nuovo film sia l’architetto, perché lavora per gli spagnoli ma è britannico. Penso che ci dica molto su questa frattura e su questo dislocamento, una sorta di sradicamento, che riguarda anche i filippini, pr la frattura tra la cultura indigena e la cultura coloniale. Vorreste approfondire la questione?
Lav Diaz: I personaggi sono basati su fatti reali: durante quel periodo gli inglesi avevano già un interesse per le Filippine poiché avevano preso il controllo della Malesia, sostituendo i portoghesi. Gli olandesi erano in Indonesia e gli spagnoli erano già nelle Filippine. Ma tra i colonizzatori c’erano anche conflitti interni: volevano i possedimenti degli altri, i cosiddetti possedimenti nella regione. Gli inglesi riuscirono, infatti, a conquistare Manila per due anni: quella parte del film è quindi molto reale, c’erano anche molte spie in giro. Durante quel periodo era già in corso la ribellione dei sepoy in India contro gli inglesi, e alcuni indiani furono mandati nelle Filippine per combattere con gli inglesi. Vedi tutti questi strati di fratture sparsi per la terra. Gli indigeni si chiedevano: “Cosa sta succedendo? Stanno combattendo per noi. Perché stanno combattendo per la nostra terra?”. Non riuscivano a comprenderlo.

Cosa pensa del nostro problema nella società con la lentezza? Quando guardiamo fuori, tutto adesso sembra muoversi molto velocemente. Cosa pensa di questo problema della società?
Lav Diaz: Sì, dobbiamo assolutamente rallentare e riscoprire la capacità di rilassarci. La situazione è pericolosa: oggi il mondo si è rimpicciolito, le persone sono totalmente intrappolate in questa dinamica, chiunque ne è coinvolto. Vivono scollegate dalla realtà, incapaci di guardare il mondo per quello che è. Queste piccole distrazioni ci stanno distruggendo. In particolare le giovani generazioni vedono le proprie esistenze limitate da piattaforme come TikTok e da un flusso ininterrotto di informazioni rapide, prive di qualsiasi filtro critico o verifica dei fatti. È un fenomeno estremamente pericoloso, soprattutto oggi con l’avvento dell’intelligenza artificiale. L’invito, dunque, è a respirare e a fermarsi: provate a osservare chi vi sta accanto, a guardare gli alberi intorno a noi, la scena reale che abbiamo di fronte. C’è molta più bellezza e verità qui che dentro questo rettangolo luminoso [lo schermo dello smartphone, ndr]. Non guardiamo più la vita. Questo isolamento non riguarda soltanto i giovani, ma attraversa trasversalmente la società, inclusi i professionisti con cui lavoro. Spesso, durante i sopralluoghi per i film, mi guardo intorno e li vedo costantemente fissi sui telefoni; quando annuncio che gireremo in un determinato luogo, mi chiedono disorientati: “Che posto è?”, semplicemente perché non hanno osservato nulla. Io stesso rifiuto di possedere un cellulare, e questo rifiuto si riflette anche nel mio cinema. Voglio continuare a fare esperienza della vita nello stesso modo in cui la vivevamo prima dell’arrivo di questa tecnologia, che consideriamo una minaccia insidiosa. È una tecnologia che finisce per risucchiarti, rappresentando a tutti gli effetti una nuova forma di soggiogamento: un sistema di schemi chiusi che non solo non restituisce informazioni veritiere, ma finisce per divorarti l’anima. Ed è estremamente pericoloso
La chiusa di Lav Diaz è lampante: per godersi meglio il presente e pensare ai conflitti contemporanei, occorrono anche i tempi rallentati e dilatati dello slow cinema. Let us through, dear ancestors ne è un ottimo esempio: recuperatelo.



