approfondimento a cura di lorenzo santini
Il film-manifesto di Satoshi Kon arriva finalmente nei cinema italiani.
Ci sono film che esistono da decenni e che nel nostro Paese, dal grande schermo, non sono mai davvero passati. Millenium Actress di Satoshi Kon è uno di questi: uscito in Giappone nel 2001, approdato in Italia soltanto in DVD nel 2008 — con qualche raro passaggio televisivo da lì in poi — è rimasto per lo più inaccessibile al grande pubblico, e soprattutto lontano dal luogo per cui era stato concepito. Grazie a una riedizione in 4K curata da Anime Factory, abbiamo oggi l’occasione straordinaria di celebrarlo dall’11 al 13 maggio, in una rete di sale selezionate, restituendogli finalmente la sua destinazione originale.

Un evento, nel senso più proprio del termine. Perché Satoshi Kon non era semplicemente un animatore di straordinaria bravura tecnica: era probabilmente uno dei registi — di cinema tout court, senza asterischi — più influenti dell’ultimo trentennio, capace di lasciare tracce dichiarate nelle filmografie di nomi quali Christopher Nolan e Darren Aronofsky. Millenium Actress è, tra le sue opere, quella che a mio avviso meglio lo rappresenta con maggiore accessibilità — specialmente a confronto con Paprika, titolo assai più chiacchierato ma anche decisamente più criptico — condensando in una forma limpida e commovente la sua ossessività per il confine poroso tra realtà e rappresentazione, per la memoria come materia instabile, per l’identità come racconto sempre in corso di revisione.

Il film si apre con un’immagine della Terra vista dallo spazio. Una donna decolla a bordo di un missile che, alzandosi in volo, genera un’onda d’urto. Stacco: siamo di fronte a un monitor che preannuncia subito una natura “meta”, siamo di fronte alla scena di un film di fantascienza — un film nel film, uno schermo nello schermo — in una stanza improvvisamente scossa da uno dei terremoti con cui il Giappone ha da sempre imparato a convivere. Da lì prende avvio il viaggio di una micro-troupe composta da regista e operatore, sulle tracce di Chiyoko Fujiwara: famosa attrice ormai anziana, da tempo lontana dalle scene. Un racconto dai toni ambrati che è, nella sua ossatura, una storia d’amore interpretabile a più livelli — dove si intrecciano la memoria storica del Paese del Sol Levante (in cui a fine della Seconda Guerra Mondiale provare a “fare bei film era l’unica cosa che faceva andare avanti”), la storia del suo cinema (con evidenti riferimenti a maestri come Ozu), il suo folklore, la sua coscienza politica — tutto mescolato con il ricordo personale e attraversato, con una fluidità magistrale, su tre distinti piani narrativi che Kon tiene simultaneamente insieme, in tensione, senza mai perdere il controllo dell’affresco.

Kon non si limita a raccontare la vita di Chiyoko: la abita dall’interno, trascinando lo spettatore in un flusso narrativo dove ogni ricordo può diventare scena cinematografica e ogni scena può retrocedere a memoria intima. Il regista documentarista e il suo operatore non sono osservatori esterni: vengono letteralmente risucchiati dentro l’immaginario dei film che Chiyoko ha interpretato nel corso della sua carriera, travalicando epoche e generi — dal Giappone feudale ai Kaiju — lungo un filo conduttore che ha la forma concreta di una piccola chiave. Un oggetto lasciato da un rivoluzionario fuggitivo, consegnato alla giovane attrice prima di sparire nel nulla. Un MacGuffin all’apparenza anche esile, che si rivela invece capace di reggere il peso di un’esistenza intera.

È in questo meccanismo — semplice quanto vertiginoso — che Millenium Actress rivela la sua natura di opera fuori dal tempo. Lo spettatore non sa mai con certezza assoluta dove si trova, e questo disorientamento si eleva da potenziale difetto a tesi centrale della pellicola. Il film non concede appigli, non segnala transizioni, non rassicura: lascia che i piani si sovrappongano e si confondano, come accade nella memoria vera — quella che non archivia per date ma per emozioni, per odori, per oggetti. Eleggendo l’arte come prosecuzione del desiderio, e il cinema come spazio in cui la vita può essere custodita come in una specie di diorama, reinventata e inseguita ancora una volta, il film anticipa e cristallizza tutti quegli elementi visivi e narrativi che Kon avrebbe continuato a esplorare lungo il resto della sua filmografia — pur avendo comunque già dimostrato, con Perfect Blue, un film diametralmente opposto, oscuro, perturbante e altrettanto splendido, di essere capace di stravolgere il medium basandosi su materiale altrui.

Millenium Actress è il primo film originale del regista: un’opera di rara poesia, a fuoco dall’inizio alla fine, sorprendentemente matura, con personaggi — secondari e terziari compresi — che sfuggono tutti alla bidimensionalità. Un manifesto totale per il cinema d’animazione e un punto d’origine nel percorso autoriale di Kon, anche a livello sonoro, in quanto le musiche — in bilico costante tra epicità e malinconia con la stessa naturalezza con cui il film stesso attraversa i decenni — sono affidate a Susumu Hirasawa, che da qui sarebbe diventato un suo collaboratore fisso. Il miglior punto d’ingresso nell’universo di una mente alquanto brillante purtroppo prematuramente scomparsa, non perché sia il più spericolato o il più complesso tra i suoi lavori, ma perché è il più pieno — il più capace di contenere, con equilibrio, l’espressione compiuta di ciò che questo artista ricercava.

Tre giorni non sono poi una finestra molto ampia per raggiungere un cinema. Ma possono bastare, se il film in questione ha le premesse di essere uno di quelli che in qualche modo ci si porta dietro per sempre. Consiglio di provare ad approfittarne — sperando possiate avvertire la stessa meraviglia che ho provato io alla prima visione — e personalmente non vedo l’ora di godermelo finalmente in sala.
Per gli amici e le amiche toscane: martedì 12 maggio alle ore 21:15 presso il cinema Excelsior di Empoli (FI), ci sarà l’occasione di vederlo e di dibatterne insieme, in una serata organizzata dal collettivo Il Covo del Cocomero in collaborazione con il cineclub Il Culturale e l’associazione di promozione sociale Ludicomix. Vi aspetto.



