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approfondimento a cura di costanza rossi

La mattina di giovedì 16 aprile il cinema Tibur ha ospitato la prima visione di Reveries, un gruppo molto coeso di Frequenze Medie del festival Ru-mòre. Frequenze Medie è una sezione non competitiva del festival, che si propone di presentare un cinema la cui potenza narrativa non si esaurisca in venti minuti (minutaggio medio dei lavori selezionati), ma aleggi in sala ben oltre la proiezione. Reveries è una delle tre sottosezioni di Frequenze Medie, insieme a Immaginare l’Irreale (presentata mercoledì 15, di cui ha parlato Marco) e Working Class Hero (presentata venerdì 17).

Reveries
«The best unsaid» di Lorenzo Bianchi (Credits: Lorenzo Bianchi)

Essendo ‘sogni’ la traduzione di ‘reveries’ in italiano, non poteva esserci miglior lavoro di The best unsaid (Lorenzo Bianchi, 2025) per aprire la selezione. Ambientato in Francia in una zona rurale indefinita, The best unsaid intreccia i sogni di una madre e un figlio per mezzo della ripetizione di certi dettagli narrativi, come a suggerire che il loro sia un inconscio sdoppiato e condiviso. Dormendo, i due protagonisti vagano in luoghi concreti della loro vita, traslati dall’inconscio in realtà parallele pregne di simbolismo. Attraverso la narrazione reciproca che madre e figlio compiono al risveglio, la condivisione si confonde con l’esperienza e sfuma i margini di ciò che appartiene alla rielaborazione dell’uno e dell’altra e ciò che esiste al di là della notte. Con una fotografia estremamente curata e una recitazione di altissimo livello, The best unsaid è uno dei migliori lavori presentati al festival quest’anno.

Se dovessi proporre un titolo alternativo a Reveries, i primi due lavori del gruppo mi suggerirebbero qualcosa come ‘sogni familiari’, nella duplice eccezione che l’aggettivo suggerisce. Paradise Heights (K. Kai e R. Mentov, 2025), infatti, segue anch’esso la connesione tra una madre e sua figlia per mezzo di esperienze oniriche. In questo caso, la protagonista è una bimba di sette anni affetta da narcolessia, che attraverso il sogno è capace di esperienze regressive che la portano nella giungla birmana, luogo d’origine della sua famiglia, dove sua madre ha perso la vita. Il fiume Moei si fa elemento cardine delle sue visioni, insieme a un cimelio di famiglia che la nonna le consegna quando vanno a vivere a Toronto. La bambina comincia a recarsi al fiume e conoscerlo grazie alla madre, che incontra in sogno, e le sue visioni intrecciano passato e presente confondendo ricordi e realtà tra le acque del fiume che scorre intorno a loro ostinato e placido.

la protagonista di 'paradise heights' abbraccia sua madre in mezzo al fiume Moei
«Paradise Heights» di K. Kai e R. Mentov (Credits: K. Kai e R. Mentov)

Il terzo lavoro di Reveries, Lengua Muerta (José Jiménez, 2025), è ambientato in Cile ed è una sorta di riproposizione cinematografica della testimonianza in tribunale di Ricardo Rifo, persona che lavorò come addestratore di cani per Ingrid Olderock, la donna più potente della polizia segreta durante la dittatura cilena. Attraverso una fotografia in bianco e nero, con molta grana, e un voiceover di Rifo in tribunale, simile a una radiocomunicazione, il lavoro di Jiménez acquisisce un tono spettrale, costruendo per il pubblico un posto indefinito e macabro. Il sound design del progetto fa sicuramente la differenza, marcando in particolare un passaggio in cui il voiceover sembra descrivere un sogno, spingendo lo spettatore a mettere in discussione ciò che ha sentito fino a quel momento.

Se i primi due lavori di Reveries sono accumunati dal carattere onirico delle relazioni familiari dei loro protagonisti, gli altri due risultano simili nel rivoltare le immagini contro lo spettatore e creare visioni spettrali che interrogano la sua percezione di cosa sia reale e cosa non lo sia. Girato in 16 mm, Paraflu (Michela de Mattei e Invernomuto, 2025) comincia con immagini di montagne e greggi di pecore con una colonna sonora misteriosa ed evocativa. Gradualmente, alternando un voiceover maschile a uno femminile, il lavoro comincia a interrogare lo spettatore su ciò di cui sta fruendo: sta vedendo quello che davvero crede o quello che i suoi creatori vogliono che veda? La ripetizione di alcune immagini si fa specchio dell’inganno svelato, dove però è la finzione del medium a essere messa a nudo, piuttosto che il ‘vero’ significato delle immagini. Nel suo carattere metacinematografico, Paraflu decostruisce il medium dall’interno e ne mostra orgoglioso le viscere. Si tratta di un lavoro che ha una narrazione principale, ovvero il ritorno dei lupi nel Nord Italia, ma sacrifica in parte la sua centralità per puntare il dito sul carattere familiare della rappresentazione tradizionale all’interno del medium. In questo modo, il lavoro di Michela de Mattei e Invernomuto scardina la sua coerenza narrativa e lascia un’unica certezza al suo pubblico: l’inganno nella sua tradizionale fruizione del medium cinematografico.

Reveries
«Lengua Muerta» di José Jiménez (Credits: José Jiménez)

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