approfondimento a cura di marco morelli
Immaginare l’irreale è una sezione del programma Frequenze medie di Ru-Mòre dedicato ai mediometraggi più significativi della scorsa annata cinematografica. Nella sezione, programmata nella mattinata di mercoledì 15 aprile al Cinema Tibur, sono presentate tre opere in cui immaginazione e realtà si intrecciano.
Loynes di Dorian Jespers (2025)
Presentato all’ultima Quinzaine des Cinéastes a Cannes, Loynes si apre con la telecamera che accelera violentemente contro una montagna, per poi mostrare la discesa di un sudario apparentemente vuoto che, nella sequenza successiva, prende le forme di un cadavere riesumato da un gruppo di scouser e portato a processo. Se Il Buco di Michelangelo Frammartino utilizzava il parallelismo tra la discesa nell’Abisso del Bifurto e la salita del Pirellone per accentuare un paesaggio naturale maggiormente immersivo [1] e, quindi, de-storicizzare il cineocchio di Vertov, Dorian Jespers riprende questo moto verticale con ben altre finalità.

Qui, il movimento alto-basso serve a spiazzare lo spettatore e a intensificare il caos generato dall’assurdità della burocrazia e delle istituzioni. Il processo al presunto cadavere diventa così un’estremizzazione kafkiana dove, a differenza del Josef K. del romanzo, il corpo non solo non è consapevole del proprio crimine ma non possiede nemmeno un nome, finendo per essere sostituito non appena scompare. Mentre gli uomini del passato dibattono in un clima di totale incomunicabilità (resa da un digitale pittorico e da schiamazzi in inglese e francese) il cadavere sprofonda nuovamente negli abissi per riapparire in un hotel cinese contemporaneo, incarnandosi, infine, in un uomo in abiti ottocenteschi che continua a cadere verso il basso. Anche nel finale, più che un trattato sulla giustizia o sul dualismo tra corpo e anima, Loynes si configura come un bizzarro divertissement piuttosto fine a se stesso.
Boa di Alexandre Dostie (2025)
Dalla body culture ottocentesca, che riteneva la valorizzazione ed estetizzazione del corpo una profanità, siamo passati agli studi contemporanei che interpretano il bodybuilding come un tentativo di trascendere le carenze del corpo attraverso un allenamento rigoroso, l’ascetismo e l’estetizzazione. Se il trascendente nel cinema è da sempre un argomento florido (basti pensare agli studi di Paul Schrader), Boa di Alexandre Dostie, presentato all’ultimo Concorso Internazionale di Locarno, ne declina il tema mostrando l’avvicinamento di un giovane monaco verso gruppo di culturisti per aiutare i suoi confratelli al raggiungimento dell’immanenza.

Il giovane riconosce nelle privazioni degli atleti una forma di disciplina familiare e inizia a lavorare sul proprio fisico: la regia accompagna questa metamorfosi con close-up sul corpo del crocifisso che richiamano l’asciuttezza di opere care a care a Schrader come Winter Light di Bergman, arrivando a mostrarne l’utilizzo quasi blasfemo come manubrio. Il percorso del protagonista è caratterizzato dallo scontro con gli altri monaci, scettici di fronte ai suoi cambiamenti fisici, e con il superiore, che il giovane sogna di stritolare immaginandosi un boa. Animale peccaminoso per eccellenza nella simbologia cristiana, il serpente qui simboleggia sia logo del gruppo di culturisti che una possibile allusione omoerotica all’interno della comunità. Suggellato da un sorprendente voice reveal, Boa riflette sulla spiritualità del corpo e illustra un nuovo modo per raggiungere la trascendenza in un mondo in cui la tentazione è sempre più imminente.
Comment ça va di Caroline Poggi, Jonathan Vinel (2025)
A Berlino è stato invece presentato Comment ça va?, ultimo lavoro della prolifica coppia francese Caroline Poggi e Jonathan Vinel. Nel 2024 i due cineasti erano alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes con Eat the Night, lungometraggio in competizione per la Queer Palm che presentava numerose scene ambientate in un fittizio MMORPG. Non sorprende, considerando anche il precedente Bébé Colère, che il duo sia tornato all’animazione, con un’opera su un gruppo di animali che tenta di sfuggire alle difficoltà contemporanee su un’isola.

Sebbene Comment ça va? risulti omonimo di uno dei tanti film-essay prodotti da Jean-Luc Godard e Anne-Marie Miéville negli anni ’70, il titolo qui riprende una delle frasi tipiche con cui si aprono i podcast, rappresentati come un sintomo del male del mondo odierno. Sebbene non presenti espliciti riferimenti marxisti come l’altra recente opera su un naufragio Triangle of Sadness, l’opera risulta abbastanza palese nella critica al contemporaneo. Sull’isola vivono diversi animali, tutte femmine, caratterizzate quasi come archetipi della società: il pinguino anarchico (curiosamente pochi mesi dopo il meme virale di Herzog), l’elefante intellettuale poliedrico [3], il leone narcisista e infantile o il maiale pianista malinconico. Con divertenti jab riservati anche ai colossi dell’animazione occidentali, all’intellettualismo da salotto e al greenwashing (campeggia su una tenda il logo di The North Face), Comment ça va? risulta un gradevole, per quanto leggermente bobo, ritratto sul male di vivere odierno; purtroppo, la finestra temporale per la riabilitazione potrebbe essersi già chiusa da tempo.
[1] De Gaetano, R. (2021). L’ontologia monista di Michelangelo Frammartino. FATA MORGANA, 45, 213-219. [2] Scheller, J. (2016). TRAINSCENDENCE. BODYBUILDING AS POST-OR META-SPORT AND POST-RELIGION. Acta Academiae Artium Vilnensis, 23-24. [3] Hart, B. L., Hart, L. A., & Pinter-Wollman, N. (2008). Large brains and cognition: where do elephants fit in?. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 32(1), 86-98.
Ru-mòre è il festival di cinema dedicato alla sperimentazione audiovisiva e si svolgerà dal 14 al 18 aprile al Cinema Tibur. Scopri qui il programma dettagliato del concorso e delle sezioni parallele e scegli l’accredito che fa per te – ci vediamo al cinema!



