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recensione a cura di massimo iannetti

Presentato nella sezione Panorama della Berlinale, London di Sebastian Brameshuber è un film che attraversa l’Europa contemporanea seguendo una traiettoria apparentemente semplice e in realtà profondamente stratificata. Bobby, 72 anni, guida senza sosta lungo l’autostrada Westautobahn che collega Vienna a Salisburgo, offrendo passaggi a sconosciuti per dividere le spese della benzina. Questo gesto, pratico e quasi banale, diventa però il dispositivo narrativo attraverso cui il film accumula frammenti di vite, confessioni e domande irrisolte, e permette a Bobby di confrontarsi con la propria esistenza.

Il film si inserisce in una recente costellazione di opere che fanno della conversazione in auto il proprio centro gravitazionale, da Drive My Car (2021) di Ryusuke Hamaguchi a The Plains (2022) di David Easteal, fino a In the Rearview (2023) di Maciek Hamela, per citarne alcuni. L’abitacolo diventa qui uno spazio di ascolto e di intimità laterale, protettivo rispetto a un mondo esterno percepito come instabile e minaccioso. Seduti fianco a fianco, senza guardarsi negli occhi, passeggeri e guidatore trovano una distanza emotiva che paradossalmente facilita l’apertura, creando una bolla sospesa in cui ci si affida alla sola voce, che accompagna il viaggio come una colonna sonora discreta e autentica.

«London» di Sebastian Brameshuber
«London» di Sebastian Brameshuber (Credits: Berlinale)

La nuova opera di Brameshuber non è né un documentario né un’opera di pura finzione, ma un delicato ritratto politico e umano che esplora la condizione dell’Europa contemporanea, un’Europa divisa tra storia e presente, tra pubblico e privato, come lo spazio ristretto in cui il racconto prende forma. Le conversazioni tra Bobby e i suoi passeggeri – un soldato che riflette sul senso della guerra, un accademico che analizza la storia dell’autostrada, una ragazza in procinto di sposarsi – si intrecciano con il paesaggio che scorre fuori dal finestrino, suggerendo che, pur nella loro solitudine, questi individui si confrontano con forze più grandi di loro.

Bobby ascolta, ma a poco a poco si racconta anche lui. Il passato nell’esercito, il rapporto difficile con il padre, gli anni trascorsi a Londra, l’attrazione per una giovinezza ribelle e mai davvero afferrata. Soprattutto, emerge la ragione intima di questo movimento continuo: Arthur, l’amico di una vita, perso di vista per oltre quarant’anni, ora in coma in un ospedale di Salisburgo. Bobby è sempre in movimento, ma emotivamente sospeso, mentre Arthur è immobile, e attorno a lui il mondo continua a scorrere. Un paradosso che attraversa l’intero film.

London è un film fatto di silenzi, in cui le parole risultano allo stesso tempo vuote e cariche di senso, più interessato al contesto, a ciò che resta fuori campo, disegnando un ritratto sommesso e inquieto dell’Europa di oggi, osservata dai suoi spazi intermedi, da chi è sempre di passaggio, da chi non arriva mai davvero alla destinazione, e di un grande interrogativo, aperto, che ne fissa il percorso: “Cosa hai fatto con la tua libertà?”, chiede una passeggera a Bobby. 

«London» di Sebastian Brameshuber
«London» di Sebastian Brameshuber (Credits: Berlinale)

Formalmente, Brameshuber lavora per accumulo e ripetizione. Le conversazioni sembrano non condurre da nessuna parte e, come spettatori, siamo chiamati a ricomporre un puzzle incompleto, scoprendo Bobby in modo frammentario, esattamente come accade a lui con le vite che incrocia. C’è una distanza costante dai personaggi, incluso Bobby. Nonostante la quantità di confessioni e dettagli, l’empatia resta trattenuta, mai completamente concessa. Una distanza che rispecchia forse il cuore stesso del film. E una scelta che può rappresentare una barriera d’ingresso non immediata. Il montaggio è calibrato e meditativo, la macchina da presa si muove con fluidità senza mai sottrarre spazio alle parole, mentre il passaggio dall’interno all’esterno dell’abitacolo accentua una sensazione di dilatazione, spaziale e temporale. Il film chiede di abitare questa sospensione, di accettare che non esista una vera via d’uscita, che il percorso sia un’autostrada senza arrivo né partenza, e questa è insieme la sua forza e la sua fragilità.

In linea con lo spirito della sezione Panorama, London è un’opera rigorosa e priva di compromessi, che affascina per la sua introspezione e per l’approccio minimalista. Non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di riflessione su ciò che resta quando tutto il resto è in movimento. In cambio però, chiede allo spettatore un pedaggio costante in termini di attenzione e presenza. Che forse non tutti avranno voglia di pagare.

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