recensione a cura di costanza rossi
Camminando di notte per le strade della sua città, Dimitri sostiene di immaginare spesso la metà della Terra in quel momento avvolta dal buio e il vuoto che si estende davanti a lei nello spazio. Quest’immagine, pervasa dall’oscurità, diventa titolo e metafora del primo film documentario di Arnaud Alain, La Face cachée de la Terre (‘Il Volto celato della Terra’), presentato in anteprima alla Berlinale di quest’anno nella sezione Panorama Dokumente. Per un tempo indefinito, il regista Arnaud Alain ha seguito il fotografo Dimitri Jean mentre la cecità avvolgeva la sua vita come il buio la superficie della Terra. Il documentario nato da questo incontro si confronta con un senso di ingiustizia e un vuoto che non sarà temporaneo, come la notte, ma definitivo, come la morte. Il senso di ingiustizia diventa tanto più presente, tanti più scatti di Dimitri vengono mostrati, perché lo spettatore diventa consapevole della caducità della pratica artistica di questo soggetto, ma non fraintendetemi: questo film e il suo protagonista non si auto compatiscono.

Il documentario non si pone come obiettivo quello di capire (e carpire) la graduale perdita del suo protagonista, quanto piuttosto il modo in cui Dimitri fotografa e il mondo sensibile dei suoi scatti. Rubando una definizione a Susan Sontag, l’atto di creare un’immagine diventa per Dimitri ‘an affirmation of the subject’s thereness; its rightness (…); its quiddity – whatever qualities make it unique’[1] (Sontag 84). Seppur confuso dal futuro della sua pratica, Dimitri non si afferma in quanto ipovedente, ma in quanto fotografo con un’identità artistica precisa e un pratica costruita in anni e anni di lavoro. Questa affermazione, nella forma di film documentario, si fa duplice: anche il regista Arnaud Alain afferma se stesso come soggetto creatore in risposta alle conversazioni girate per il documentario. In questo senso, La Face cachée de la Terre si può leggere come un testo metacinematografico, per mezzo del dialogo (sia esplicito che implicito) tra il regista e il suo protagonista.

Dimitri espone le sue idee sulla fotografia e, intessuti nel montaggio, non troviamo solo i suoi scatti, ma anche dei filmati Super8 di Arnaud che mostrano soprattutto dettagli come prati, uccelli e piccoli corsi d’acqua, apparentemente fuori contesto. Questi filmati rappresentano uno degli apporti più originali dell’opera, che non si fa oggetto di contemplazione statica ma si propone come mezzo dinamico che sfuma i contorni tra un regista e il suo soggetto. Da un lato, questo dialogo ibrido di cui il documentario è il risultato, ci mostra luoghi (soprattutto emotivi) altrimenti inaccessibili, dall’altro esso si fa anche dibattito metacinematografico che dà modo al regista di non cedere a una rappresentazione scontata di una persona ipovedente appartenente alla comunità queer. Prorompente è, per esempio, la discussione inclusa nel finale in cui Dimitri si rifiuta di girare una sequenza propostagli da Arnaud al Pride di Parigi, considerandola riduttiva della sua esperienza di persona disabile all’interno della comunità LGBTQ+.

La Face cachée de la Terre non è un ritratto passivo, ma una collaborazione che mette quasi in discussione i ruoli dei due uomini. Potrei addirittura azzardarmi a scrivere che il lungometraggio sia un’indagine sul linguaggio, che raccoglie sì conversazioni ‘teoriche’ sulla fotografia, ma si concentra più che altro su sperimentazioni di forma, anche grazie al suo carattere metacinematografico. Alain firma un’opera prima che non scade in un mero voyeurismo del soggetto rappresentato, ma si lascia influenzare dalla sua visione della realtà e questa apertura è il suo punto di forza.
[1] Susan Sontag, On Photography, Penguin Books, 2019.



