recensione a cura di alberto frosini
L’ultimo lungometraggio di Gore Verbinski, concluso a distanza di anni dalla sua ultima opera, si presenta come un ibrido di action apocalittico anti-AI, melodramma familiare e racconto di viaggi temporali. Con questo film, il regista statunitense ambirebbe a unire l’angoscia esistenziale dell’umanità davanti all’intelligenza artificiale con la spettacolarità fantascientifica del blockbuster. Purtroppo, invece, il risultato non regge l’equilibrio, incapace di far convivere intrattenimento e critica sociale.

In Good Luck, Have Fun, Don’t Die, Sam Rockwell interpreta un trasandato viaggiatore temporale, dedito a trovare, all’interno di un diner a Los Angeles, la combinazione umana giusta di estranei capace di fermare una minaccia tecnologica in grado di estinguere l’umanità. L’idea alla base è un chiaro richiamo a un certo tipo di immaginario sci-fi anni ’90, come L’Esercito delle Dodici Scimmie o Terminator 2 – Il giorno del giudizio, ma, a differenza di questi modelli, la narrazione si trascina e si dilunga ben oltre il punto in cui si sarebbe dovuta concludere. Infatti, tra ostacoli narrativi, regole interne alla trama inutilmente complicate e spiegazioni banali, il film si dimostra essere tedioso e inefficacemente contorto.
Inoltre, il costante tentativo di catturare l’attenzione dello spettatore, accumulando idee, sottotrame, flashback sopra le righe e svolte arbitrarie, produce l’effetto contrario, ammassando solo un insieme di suggestioni narrative inconcludenti, e alla lunga, irrilevanti. Infatti, dopo un primo atto relativamente compatto, la narrazione si piega sotto il suo stesso peso, perdendo direzione e compensando attraverso un’escalation di spiegazioni e dialoghi che indeboliscono ulteriormente una già fragile struttura narrativa.

Tutta l’ambientazione è calata in una realtà che vorrebbe essere ultra-moderna, una specie di “futuro prossimo”, ma che, in verità, finisce per somigliare, non volutamente, a un passato recente. Appunto, l’estetica, gli spazi e le tecnologie sembrano appartenere a quelle di una decina d’anni fa, piuttosto che a quelle di un domani credibile. Emerge così la sensazione di uno sguardo anacronistico da parte del regista, infastidito dal contemporaneo, che osserva l’attualità con un’aria di paternalistico disprezzo da “ai miei tempi”. Ad esempio, la rappresentazione dei social media e degli adolescenti “ipnotizzati” dagli smartphones e “zombieficati” da questi ultimi è particolarmente didascalica. Questa è una caricatura talmente grossolana da rendere respingenti persino le istanze più condivisibili, come la dipendenza tecnologica e l’accentramento del potere nelle AI. In questo modo, il discorso critico si appiattisce in una moralizzazione sterile e inadeguata.

Nonostante alcune scelte stilistiche particolari, gli effetti speciali sono, indiscutibilmente, straordinari. Verbinski così dimostra ancora una volta la propria maestria nell’integrare CGI e attori in carne ed ossa, risultando molto impattante alla visione. Tuttavia, spesso questa maestria può sembrare solo un mero esercizio di stile, e non un elemento organico al racconto, delle specie di virtuosismi che esibiscono il mestiere del regista, senza un vero filo logico alla base. Sam Rockwell resta il perno attoriale del film: nei momenti migliori riesce, insieme a pochi comprimari, a dare uno spessore umano a un film altrimenti bidimensionale. Nei momenti peggiori, però, il suo personaggio appare come una parodia di se stesso, risultando una bizzarra unione tra Deadpool, Jack Sparrow e i personaggi più caricaturali di Jim Carrey, in un eccesso performativo che rende la visione a tratti faticosa, se non addirittura sgradevole. L’impressione che affiora è che Gore Verbinski finisca per confondere la veemenza del messaggio, orgogliosamente anti-AI, con il valore cinematografico: una sorta di equivalente filmico della “clapter comedy”, dove applausi e schiamazzi nascono più dal consenso ideologico che da una reale efficacia artistica.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die è così un film che vorrebbe dire tutto sul nostro rapporto con il presente, ma che finisce per dire troppo inutilmente, svilendo l’importante messaggio della pellicola. Infatti, per quanto sia tecnicamente impressionante, sul piano emotivo è molto simile a un prodotto del “Marvel Cinematic Universe”, più interessato a dimostrare la propria rilevanza che a costruirla davvero.



