Skip to main content

intervista a cura di virginia maciel da rocha

Principî Award è il concorso di Lago Film Festival che mostra in anteprima mondiale le opere di sette giovan3 regist3 provenient3 da tutto il mondo. Durante i giorni del Festival, l3 regist3 in concorso hanno presentato i loro cortometraggi, tenuto un talk con il pubblico e l’industria per il pitch dei loro prossimi progetti e, infine, chiacchierato con noi. Quest’anno la selezione è stata supervisionata dall3 programmator3 Emma Baruffaldi e Gerard Voltá, che ha organizzato una sorta di tavola rotonda tra noi e quest3 promising young directors.

«Spaces as Traces» di Teo Shi Yun (Credits: Lago Film Festival)

L3 regist3 coinvolt3 quest’anno nella sezione Principî Awards sono sette e una delle particolarità del concorso è che i film presentati devono essere in anteprima italiana e i filmmaker devono poterli presentare di persona a Lago. Elena Leblon con No Pussy — cortometraggio vincitore del concorso Ritmi Visivi 2025 — porta in scena una satira sull’approccio degli uomini eterosessuali alle relazioni affettive, in cui un gruppo di uomini adulti di mezza età si ritrova in una sorta di campus per raggiungere i propri obiettivi; Lilith Grasmuth, invece, con Some of you Fucked Eva racconta l’oppressione femminile dal punto di vista opposto, narrando la triste vicenda di una serie di studentesse cheerleader in una città degli Stati Uniti.

«No Pussy» di Elena Leblon (Credits: Lago Film Festival)

L’introspezione indagata attraverso il materiale d’archivio fa da filo rosso che collega i cortometraggi di Yasmina El Kamaly, The Mother and the Bear — che ha ricevuto la menzione d’onore — e di Tianhui Wu, The Land Where Ghosts Could Speak — cortometraggio vincitore dei Principî Awards 2025. Se il primo rappresenta l’intimo rapporto tra una madre e una figlia, il secondo si configura come un racconto personale della regista, che ricollegando il suo vissuto a quello della sua famiglia, prova a risalire all’origine del suo parlare nel sonno. Spaces as Traces di Teo Shi Yun è, invece, una disamina delle forme rituali e religiose di Singapore e di come quest’ultime siano approdate sui social network, creando un nuovo tempio, scollegato da tutto ed effimero, per poter esercitare le proprie funzioni e preghiere. Infine, Giacomo Tazzini mette in scena quella che lui stesso ha definito una «storia d’amore»: Tempi Morti è il racconto di un gesto d’affetto disinteressato e candido, nel bel mezzo di una provincia indifferente, in un meriggio statico e affaticato, che rende tutto ciò che circonda il protagonista – esseri umani e natura compresi – indifferenti alla vita.

«The Mother and the Bear» di Yasmina El Kamaly (Credits: Lago Film Festival)

Sull’esperienza del Lago Film Festival, Lilith commenta: «Dato che Lago è un festival relativamente piccolo, possiamo definirlo di taglia media, è molto più facile incontrarsi in un contesto del genere e non è semplice avere a che fare con altri autori, invece, in festival di grandi dimensioni, incentrati su un altro tipo di cinema. Ci sono moltissime attività e questo ci permette di entrare in contatto con molte realtà e persone in modo informale, che è una cosa più che positiva per i filmmakers. In altri festival vengono allestite situazioni che non sono molto incentrate sul cinema ma che, anzi, ruotano soprattutto attorno alla stampa e al mercato: tutto viene fatto di corsa e mantenere questa dimensione umana fa sì che il tutto non si risolva in un’esibizione narcisistica, ma che ci sia ancora il contatto umano, che è fondamentale in un lavoro del genere».

Lilith Grasmuth (© Alessandro Bisognani)

Yasmina, invece, aggiunge a riguardo: «Esatto, è una situazione in cui viene a mancare la gerarchia, in maniera super positiva, soprattutto durante i BID – Barefoot Industry Days, giornate dedicate a incontrare gli esperti del settore e realizzare pitch. È una situazione molto umile e ancorata alla realtà, mi è parso che tutti qui si siano sentiti a proprio agio e questa è una cosa che infonde tranquillità. Oltre alla bellezza geografica del luogo, ovviamente, il clima non era di pressione ma di tranquillità e di dialogo, di scambio reciproco».

Giacomo: «Questa è una connessione prima di tutto umana e mostra la strada in modo più trasparente possibile, non ci sono filtri e non devi rispondere a regole o esigenze performative. Alla fine ti fai amici che possono lavorare in diversi contesti anche nel mondo del cinema».

Tianhui Wu è della stessa opinione: «Tutti qui hanno modo di conoscersi bene, si connettono in un modo umano e questo beneficia le persone che organizzano tutto questo, l’interazione umana è importante — soprattutto con i pedalò! Anche se non parli esattamente di fare un film, alla fine ti ritrovi a parlare con una persona in un contesto nuovo e diverso e finisci per divertirti. Questa cosa mette a proprio agio e rilassa le persone; inoltre, i tempi di una giornata qui sono calcolati molto bene».

Tianhui Wu (© Alessandro Bisognani)

Se dovessimo riscontrare un filo rosso che collega tutti i cortometraggi in concorso, probabilmente un tema in comune sarebbe la messa in scena delle varie sfumature di fragilità, che comprendono non solo la voce dell3 regist3, ma anche il mondo circostante. Some of You Fucked Eva è un lucido resoconto sulla situazione in cui versano alcune ragazze adolescenti, sempre più incastrate nella pressione di dover perforare e rispondere ai canoni estetici della società contemporanea, mentre The Mother and the Bear è un’acuta osservazione personale della regista sulle pieghe e le forme che un amore materno può prendere. Quali sono, però, le difficoltà che un artista incontra nel tradurre la propria idea in materiale visivo?

Lilith: «Il cinema è, di fatto, un’arte ancora fragile e se diventa qualcosa di scomodo è una buona cosa. Spesso riscontro anche una componente pericolosa nel fare film, in quanto filmmaker ci ritroviamo a indossare panni di personaggi con cui non concordiamo. Ma è proprio questo suo aspetto di fragilità intrinseca ciò che lo rende bellissimo e, soprattutto, un’arte: se non ci fosse un minimo di rischio o di senso del pericolo nel mettersi in mostra, non sarebbe considerata neanche arte probabilmente. Non so se vale la pena realizzare un film se manca quella componente di assumersi un rischio».

Teo Shi Yun (© Alessandro Bisognani)

Fare un film oggi non è cosa da poco, soprattutto in Italia — e probabilmente ci siamo tutt3 stancat3 delle3 regist3 che ormai hanno raggiunto un certo livello di fama e di notorietà (oltre a essere inserit3 in contesti e circuiti di cinema mainstream) che vengono a raccontare durante incontri e masterclass quanto sia facile girare perchè, fondamentalmente, abbiamo i mezzi a disposizione. Quando, in realtà, diciamocelo: sono loro in primis a fare storie per girare con una Arri Alexa.

Giacomo: «È sicuramente così, è un periodo molto buio per girare, soprattutto per chi sta iniziando a realizzare film. Quando parlo delle persone che lavorano in questo settore, mi riferisco principalmente alle maestranze tecniche, non tanto ad attor3 che stanno in prima linea ma a chi sta nella retrovia. Ho amic3 che lavorano nel reparto luci e nel reparto camera e ti assicuro che non se la stanno passando per niente bene. Questo settore viene considerato dall’alto un hobby e non un lavoro, manca proprio il giusto approccio e la forma mentis da parte del governo italiano».

Yasmina: «Fare un film in Egitto è davvero complicato, ma la mia esperienza nel fare film, separatamente dalle difficoltà del Paese, ha in particolare a che fare con la censura. Non puoi girare nelle strade per girare, ad esempio, a meno che non tu abbia un permesso esplicito, non vengono concessi fondi governativi ai registi e non esiste alcun tipo di accesso a residenze artistiche. È molto complicato trovare soldi e se un film ha scene esplicite di sesso o qualcosa anche solo di vagamente politico è altamente probabile l’espulsione dal Paese. Non sono, però, completamente d’accordo con Lilith sul discorso della scomodità: il cinema può e deve essere confortante e, soprattutto, dovremmo essere in grado di vivere e sostenerci con questo lavoro». 

Yasmina El Kamaly (© Alessandro Bisognani)

C’è sempre una componente tormentata in tutti i cortometraggi del concorso Principî e i temi affrontati non sono dei più leggeri, sicuramente. Però, nonostante queste storie in apparenza travagliate, c’è sempre una spirale di ottimismo di fondo. Per quanto non ci sia sempre l’assoluto bisogno di andare al cinema per vedere del cinema contemplativo, è importante affrontare certe tematiche variando nel linguaggio, nella grammatica e nel tono narrativo — anche se la componente personale gioca un ruolo fondamentale in alcuni dei cortometraggi presenti.

Giacomo: «Ripensando a tutti questi film, mi rendo conto che è vero che si nota questa sorta di comunanza di temi, ma, per quanto non sia tutto peaches & cream («rose e fiori»), non sono film per niente cinici. Io, in primis, non lo sono, ma anche i finali dei cortometraggi dei film di Elena e Yasmina hanno una speranza molto forte. Sono film arrabbiati, ma mai cinici: c’è una scintilla di luce in ognuno dei nostri film e questo dice molto dei nostri lavori, stiamo documentando quello che si verifica intorno a noi e sono indubbiamente tempi bui, ma nessuno di noi si vuole arrendere, altrimenti non saremmo qui».

Giacomo Tazzini (© Alessandro Bisognani)

Tianhui Wu: «Il senso di vulnerabilità che mettiamo in scena permette di metterci nella posizione di empatizzare. Le persone, anche se non si trovano nello stesso posto del regista, comunque condividono gli stessi sentimenti: sentono la stessa paura, lo stesso amore. Il modo in cui riflettiamo i sentimenti nel cinema è molto impattante sia per chi lo realizza che per lo spettatore. Nel mio film, che si compone soprattutto di archivi familiari, ci sono vecchie foto e immagini del mio corpo registrate con una macchina analogica. Quando uso film d’archivio familiare mi riapproprio di articoli che raccontano la mia storia da un punto di vista diverso e finisco per interrogarmi che cosa ci sia di nascosto dietro l’archivio».

Elena: «Ho molta paura di realizzare film personali! L’ho fatto una volta, nel corso del mio percorso accademico, ma è stata un’esperienza così terrificante che ho preferito sempre mettere una certa distanza tra me e le storie che racconto. Questo certamente non significa che non parli di sentimenti che non ho, ma nel momento in cui mi trovo a fare un film, c’è sempre un filtro che mi consente di non finire completamente immersa nella storia che sto raccontando». 

Yasmina: «Sono d’accordo con Elena, è davvero molto difficile tracciare una linea di confine quando racconti storie personali. Finisci inevitabilmente risucchiato in questo procedimento: io mi sono ritrovata a registrare ore e ore di conversazione con mia madre e quasi non ne uscivo più. Raccontare una storia personale, però, non è un problema per me: nel momento in cui inizi a indagare e scavare dentro di te scopri un disegno molto più ampio e finisci per scoprire cose a cui, prima di iniziare a raccontare, non avevi neanche mai fatto caso». 

Elena Leblon (© Alessandro Bisognani)

La nostra chiacchierata con i giovan3 filmmakers dei Principî Award finisce qui, ma di certo non sono terminate le cose da dire: né per quanto riguarda noi, che fondamentalmente i film li guardiamo, né per quanto riguarda loro, che si trovano dall’altra parte della macchina da presa — se questo è il loro principio, promette davvero molto bene. Lago Film Fest offre questa opportunità e incontrarci è stata quasi una benedizione: tra festival commerciali e basati sulla presenza o meno dello star system e accademie di cinema (ahimè, pubbliche) i cui requisiti d’accesso si avvicinano in maniera pericolosamente spaventosa alle prove degli Hunger Games, sembrerebbe che non ci sia spazio per un cinema giovane in questo paese per vecchi (haha, funny). Per fortuna, ogni tanto recuperiamo contatto con una generazione (tra l’altro, esattamente la nostra) che ha ancora molto da fare, da raccontare, da dire: se i mezzi non ci sono, ce li inventiamo.

Leave a Reply