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a cura di alessio vinciguerra

Di piccoli miracoli cinematografici, di fomo e di storie queer!

Giunto al termine della mia terza spedizione consecutiva in Croisette, ancora sprovvisto della tenacia spirituale necessaria a combattere l’astinenza dal surreale quantitativo di entusiasmo a cui sono stato sottoposto, non mi resta altro che ragionare sui titoli che hanno reso significativo questo tour de force cinematografico. In un’edizione dal concorso deludente — opinione strettamente personale che, tuttavia, ho riscontrato non essere fuori dal coro — è solamente grazie a una meticolosa esplorazione delle sezioni collaterali che torno a casa con un’opinione positiva dell’ultimo festival di Cannes. Non che ci fosse bisogno di conferme, dopotutto è un segreto di pulcinella che alcuni dei film più meritevoli non si prestino a varcare il tappeto rosso del Grand Theatre Lumiere, ma in una selezione che trabocca più che mai di nomi altisonanti, è piacevole riscontrare che a venire premiati sono sempre l’istinto di andare contro corrente e la curiosità di assecondare i passaparola più rumorosi. D’altronde, l’unico modo di combattere la fomo, la forza più potente e insidiosa dell’universo, è cavalcarne l’onda a proprio vantaggio: non c’è niente di più soddisfacente che leggere i commenti disperati di chi ha mancato di vedere La Gradiva, il cui successo era scritto tra le righe, nel disperato tentativo di incastrare tutti i mediocri titoli in concorso che godono già di distribuzione (Nemes, Kore-eda e Farhadi, sentitevi pure chiamati in causa).

«Histoires Paralleles» di Asghar Farhadi (Credits: Cannes Film Festival)

La 79º edizione di Cannes è stata quella degli oltre venti titoli in corsa per la queer palm, dell’arte come ultimo baluardo di resistenza in tempi di guerra, delle tensioni socio-politiche relegate a vividi fondali di storie in grado di stare in piedi da sole. Nel mio piccolo, non credo ci sia modo migliore di tratteggiare le impercettibili evoluzioni del panorama cinematografico internazionale messe in moto da questo evento, se non raccontandovi a braccio libero le storie che più mi sono rimaste impresse. 

Premessa: questo resoconto non prenderà (comprensibilmente) in considerazione la totalità dei film selezionati, ma rispecchia solamente la mia esperienza soggettiva. Eppure, nonostante io abbia dato la priorità alla salute e al dovere per la prima volta nella mia carriera festivaliera, cancellando ben nove biglietti per riposare o scrivere, non posso dire di aver particolari rimpianti. Qualche film da recuperare c’è sempre, ma considerato che il mio bagaglio cinematografico si è arricchito di ben 57 film — risultato reso possibile grazie anche agli screener di cortesia destinati alla stampa — direi che c’è abbastanza materiale di cui discutere!

«I’ll be Gone in June» di Katharina Rivilis (Un Certain Regard)

Partiamo da un titolo targato Un Certain Regard, il concorso secondario del festival dedicato a talenti emergenti, che si è rivelato essere una fonte prolifica di spunti apparentemente codificati in laboratorio per essere apprezzati dal sottoscritto. I’ll Be Gone in June, sbocciato dalle personali esperienze di vita della regista svizzera Katharina Rivilis, mi ha restituito le stesse sensazioni nostalgiche e rassicuranti che pensavo fossero accessibili solamente riascoltando i dischi delle mie band preferite delle superiori. Nello spazio liminale tra il desiderio di appartenere a qualcosa e la consapevolezza che ogni esperienza significativa sia inevitabilmente temporanea, questa storia di formazione costruisce i presupposti per uno stato di sospensione cinematografico, propedeutico alla trasformazione rigogliosa di un personaggio sballottato da arrivi e partenze. 

«I’ll be Gone in June» di Katharina Rivilis (Credits: Cannes Film Festival)

Me ne andrò a giugno”, dice Franny a Elliott, il ragazzo problematico di cui si è innamorata nonostante gli avvertimenti di tutori e amici. La nostra protagonista — sedicenne palesemente ispirata all’omonimo personaggio di Salinger — non sta vivendo bene il periodo di scambio scolastico in un paesino del New Mexico, lontano nella sua desolazione desertica dall’ideale di America inculcato dalla cultura pop. Perché non c’è niente di più difficile che crescere muovendosi tra dei paletti imposti dagli altri, soprattutto quando si è lontani da casa, e forse andare dietro al ragazzo che potrebbe spezzarti il cuore è un’ottima terapia d’urto per diventare adulti. Osserviamo questa trasformazione con una delicatezza rara: una camera fissa sulla spontaneità trasparente dello sguardo innamorato di Franny, piccoli guizzi registici che ostruiscono parzialmente la visuale per rendere un momento ancora più intimo e, soprattutto, il coraggio di tornare su quelle stesse immagini per mostrarne l’altra faccia della medaglia. La rottura. La fine dell’incanto. Se I’ll be Gone in June è in grado di insegnarci qualcosa, è che a volte bisogna strizzare lo sguardo e proiettarsi lontano: è Franny che l’ha insegnato a Elliot, in uno degli appuntamenti in cui si incontravano per fare tutto e niente allo stesso tempo, che nel deserto, durante le giornate ventose, se si strizzano gli occhi fissando l’orizzonte ci si sente al mare. 

Tutto molto bello, ma è solo quando I’ll be Gone in June si apre ad essere il ritratto di un’America messa emotivamente in ginocchio dall’attentato dell’11 settembre, che abbiamo il quadro completo delle sue virtù. Vi vedo già spaventati all’apprendimento di questa nozione, ma tranquilli: Katharina Rivilis è troppo scaltra per lasciare che il proprio film venga definito dal fondale storico che lo attraversa, e lo sfrutta semplicemente per costruire attorno a Franny un clima di paranoia e chiusura giustificato da un lutto collettivo che non le appartiene, in cui trova spazio solamente come un’estranea da cui diffidare. Insomma, se pensate che possa fare al caso vostro, probabilmente ci sono pochi dubbi sul fatto che lo amerete. Oh, vi ho già detto che è prodotto da Wim Wenders?

«Diary of a Chambermaid» di Radu Jude (Quinzaine des Cineastes)

Ladies and gentleman, welcome to the directors fortnight”.

A circa 15 minuti di camminata dalla zona principale del festival (che diventano facilmente 30 negli orari di punta), si trova il cinema Croisette, casa della Quinzaine des Cineastes. In questa sezione indipendente si rifugiano i grandi nomi che sentono la necessità di sperimentare lontani dai riflettori del concorso, restando però a portata di mano di chi sa perfettamente che non bisogna farsi scappare un loro film. Non è esattamente il caso di Radu Jude, che con questa rivisitazione dell’omonima novella di Octave Mirbeau è rimasto fedele alla sua poetica, ma è comprensibile che Thierry Fremaux sia ancora restio a proporre al suo pubblico un linguaggio cinematografico così irriverente e poco rifinito. O meglio, lo sarebbe se Journal d’une femme de chambre non fosse uno dei film più esilaranti e politicamente consapevoli dell’intero festival.

«Diary of a Chambermaid» di Radu Jude (Credits: Quinzaine des Cineastes)

La cameriera di Jude è più un ibrido tra una domestica e una tata: si chiama Gianina, e lavora giorno e notte per la ricca coppia francese composta da Vincent Macaigne (vi giuro, quanto l’ho amato in questo film) e Melanie Thierry. Gianina è incaricata di pulire la casa e occuparsi del loro figlio viziato, mentre l’unico contatto che ha con sua figlia, rimasta in Romania con la nonna, avviene tramite videochiamata. 

Se il connazionale Mungiu si è conquistato una seconda Palma d’Oro attraverso un dramma familiare complesso, che tuttavia non arriva mai a esplodere davvero, gli impulsi di Jude hanno sempre bisogno di trovare una valvola di sfogo nella narrazione. Ecco che Diary of a Chambermaid si rivela essere un duplice adattamento: lo spettacolo teatrale che porta lo stesso nome del film, per cui Gianina sta facendo le prove in qualità di protagonista, e il film vero e proprio, la cui natura è più affine a Kontinental ‘25 all’interno della filmografia di Jude. Due compartimenti stagni in cui Jude è in grado di veicolare tutti i suoi impulsi più rumorosi e intrusivi — grazie agli spezzoni teatrali sopra le righe e funzionalmente volgari — mantenendo quanto più immacolata possibile la sua tesi sulle contraddizioni della sensibilità borghese.

«Diary of a Chambermaid» di Radu Jude (Credits: Quinzaine des Cineastes)

Nonostante la moltitudine di tematiche che affiorano fugacemente in superficie, il risultato è infatti una narrazione più strutturata e focalizzata, che non si lascia sopraffare dagli istinti goliardici di un regista che non ha paura di assistere all’implosione dei suoi progetti, se è in quel baratro che conduce la sua creatività. Si, sto pensando al suo Dracula: una tesi di tre ore sull’intelligenza artificiale che, pur esprimendosi tramite un costante umorismo becero assolutamente in linea con quello che solitamente mi piega in due dal ridere, mi ha suscitato a malapena un sorriso. E invece qui vi garantisco che si ride, e persino tanto. Una di quelle esperienze che beneficia della collettività della sala cinematografica, soprattutto se la platea in questione è incentivata ad applaudire a scena aperta fin dai loghi che anticipano l’inizio del film. Ogni tanto è odio, ogni tanto è amore, ma non posso fare altro che essere grado dell’esistenza di un regista come Radu Jude.

«Diary of a Chambermaid» di Radu Jude (Credits: Quinzaine des Cineastes)

«Club Kid» di Jordan Firstman (Un Certain Regard)

Lo ammetto, Club Kid non compariva nella mia prima bozza di programmazione ideale, inevitabilmente soggetta a variazioni a seconda di biglietti e prime recensioni. Immaginando che A24 avrebbe acquisito i diritti di distribuzioni — siamo in molti ad averci visto lungo basandoci solamente su una sensazione — non sentivo l’urgenza di vedere in anticipo un film statunitense che dopo qualche mese avrei (probabilmente) trovato facilmente in streaming. Certo, la storia è intrigante, ma non esattamente conforme agli sguardi autoriali più criptici che uno associa al marchio registrato dell’esperienza festivaliera europea, e in cui si rischia di non avere più occasione di imbattersi per diverso tempo. Un organizzatore di feste dalla reputazione in declino scopre di avere un figlio di 8 anni, e come se non bastasse è il suo turno di crescerlo. Per rendere l’idea del suo stupore, stiamo parlando di un uomo gay che (per quanto ne sa) non ha mai avuto rapporti con una donna. Abituato al caos delle discoteche e agli effetti degli stupefacenti, dovrà assumersi responsabilità che non sapeva di poter gestire per diventare una persona migliore. Lo farà nell’unico modo che conosce: appoggiandosi alla comunità queer che anima la vita notturna di New York. 

Cannes Film Festival
«Club Kid» di Jordan Firstman (Credits: Adam Newport Berra)

Ma ecco che è prontamente intervenuta una delle energie più potenti dell’universo a costringermi a stravolgere i miei piani per includere Club Kid: sempre lei, la FOMO. E, come purtroppo sappiamo tutti, non si sfugge alla fomo, soprattutto per un film che è stato acquisito per 17 milioni di dollari da una delle case di distribuzioni più influenti del momento. In ogni caso, si è rivelata essere la scelta giusta. Assieme al film di Radu Jude, che è stato si esilarante, ma mancava di coinvolgimento emotivo da parte del pubblico, il debutto di Jordan Firstman è stato a mani basse l’evento con il più alto tasso di lacrime e risate versate simultaneamente, una miscela dalle proprietà catartiche che purtroppo scarseggiava quest’anno sulla Croisette. Questo per dire: ritengo Club Kid un film pressoché perfetto nelle sue intenzioni, in cui non riesco a immaginare cosa potesse essere strutturato meglio, ma non penso che lo avrei apprezzato così tanto sul divano di casa. Ma quindi, chi non è andato a Cannes, come deve procedere ? Primo passo: attendere con ansia l’annuncio dell’uscita ufficiale nelle nostre sale. Secondo passo: tirare in mezzo un gruppo di amici abbastanza giovani dentro da cogliere gli svariati riferimenti alla cultura pop inseriti nella sceneggiatura. Terzo passo: essere persi nella vita per favorire la massima immersione. Il risultato è assicurato!

«La Gradiva» di Marine Atlan (Semaine de la Critique)

Totalmente diversa è la storia di come sono finito a vedere La Gradiva, il film vincitore della Semaine de la Critique. Ricordo distintamente la mia conversazione con Virginia davanti a una crêpes il primo giorno di festival, traboccanti di aspettative (e lamentele per i biglietti mancati): entrambi fiduciosi che il film di Marine Atlan si sarebbe rivelato il nuovo Aftersun, ovvero la piccola gemma nascosta nei meandri di quella che nemmeno può vantare di essere la sezione indipendente più prestigiosa dell’ecosistema di Cannes, ma che è destinato a consolidarsi come uno dei meglio recensiti di tutto il festival. L’entusiasmo della nostra capo redattrice penso fosse addirittura più acceso del mio, ma infine credo proprio di essere stato quello che ha apprezzato di più La Gradiva (scusa Virginia!), perlomeno all’interno del nostro numeroso gruppo di avventurieri che si è apprestato a compiere il pellegrinaggio all’Hotel Miramar delle 8 del mattino. Già dai titoli di testa sono entrato in uno stato di composta fibrillazione interiore. In quel primo viaggio in treno, direzione Napoli, ho subito percepito una dolorosa spaccatura tra la fotografia sognante e soleggiata e gli attriti sotterranei appena percepibili nelle interazioni dei giovani protagonisti. Era presto per dire se lo avrei amato, ma sicuramente ero pronto ad arrendermi al film per tutti i suoi 145 minuti.

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«La Gradiva» di Marine Atlan (Credits: Semaine de la Critique)

La Gradiva segue una classe di liceali francesi nella gita scolastica a Pompei che segna la fine del loro percorso scolastico. L’insegnante di latino, impaziente di introdurli alle meraviglie delle rovine e dei corpi pietrificati dal Vesuvio, aprirà involontariamente un vaso di Pandora traboccante di desideri e fragilità destinati ad esplodere con inaspettata intensità in questo pittoresco e paziente racconto di formazione collettivo. Un film di suggestioni e tragedie pre-annunciate, che studia meticolosamente le dinamiche di un gruppo di adolescenti sotto la diretta influenza di un passato congelato nel tempo, ma che non ha mai smesso di fare da monito relativamente alle sofferenze dei nostri antenati — per chi non si sofferma troppo a romanticizzare la storia, si intende. La Gradiva racconta di una giovinezza sfacciata, che spesso nasconde le sue ferite e che di conseguenza è più facile biasimare che compatire, soprattutto all’interno di un sistema scolastico che è strutturato per essere più severo che materno. Una struggente lezione che quello che si vede in superficie non è mai la storia completa.

«Everytime» di Sandra Wollner (Un Certain Regard)

Se La Gradiva è il successore spirituale di Aftersun — se non altro per soddisfare una mia necessità intrinseca di creare collegamenti — Everytime, il film che si è conquistato per merito il primo premio nella sezione Un Certain Regard, è invece direttamente imparentato con il debutto di Charlotte Wells. I due film sono stati infatti supervisionati dallo stesso direttore della fotografia, Gregory Oke, che diventa di diritto la lente più esperta nel catturare delicate dinamiche che ruotano attorno al lutto nei resort sul mediterraneo.

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«Everytime» di Sandra Wollner (Credits: Cannes Film Festival)

In questo omaggio metafisico al Raggio verde di Eric Rohmer, la regista Sandra Wollner espone la sua personale tesi sul lutto: una perdita che non coincide con il momento della tragedia, ma con il proseguimento di una fragile quotidianità che nasconde un desiderio impossibile, ovvero fare ritorno a qualunque luogo conservi ancora traccia di chi è venuto a mancare. Jessie è scomparsa poco prima di una vacanza a Tenerife, lasciando il ragazzo Lux, la madre Ella e la sorellina Nelli. I tre indugiano in vecchie fotografie e messaggi e stringendo tra di loro un rapporto quasi simbiotico, alimentato dal bisogno comune di mantenere in vita il fantasma della persona che nessuno al mondo ha amato più di loro tre. Per esorcizzare i dolorosi ricordi, ma soprattutto nel tentativo di scrollarsi di dosso la silenziosa consapevolezza che Lux sia ritenuto responsabile in qualche modo della tragedia, non resta che partire tutti assieme alla volta di Tenerife, la destinazione mai raggiunta da Jessie, per chiudere un ciclo e creare nuovi ricordi.

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«Everytime» di Sandra Wollner (Credits: Cannes Film Festival)

La mia coscienza non mi permetterebbe normalmente di addentrarmi in territori definibili “spoiler”, ma pur volendo entrare nel merito. Nell’ultima parte di film, Wollner chiarisce come per lei la perdita sia anche una questione metafisica, non soggetta alla verità del reale. La dimensione parallela in cui ci conduce Everytime è confortante tanto quanto è indecifrabile, frutto di una visione registica rinvigorente capace di aprire uno scorcio sulla natura della sofferenza umana e sul senso stesso dell’esistenza. Ma soprattutto, e qui è dove si conquisterà il cuore di molti, è uno dei rari film in grado di prendere in contropiede qualsiasi veterano della settima arte, dai formalisti incalliti ai cinefili più navigati. 

A fronte di ogni equivoco, specifico che attualmente Everytime è il mio film preferito dell’anno, e che lo considero semplicemente il meglio che Cannes79 abbia avuto da offrire. Ironicamente, questo “meglio” coincide con una narrazione che si intreccia a dei gameplay di Minecraft, e che sfrutta l’immaginario del videogioco per regalarci uno dei frame più ispirati, poetici e potenti nella sua ambiguità della recente memoria. Non nascondo che ci sia un po’ di amarezza per la sua mancata inclusione nel concorso principale, ma se non è esattamente questo l’esempio di cui hanno bisogno i cineasti del futuro, che guardano con ammirazione ai progetti selezionati in Un Certain Regard, allora non ho proprio idea della direzione che dovrebbe prendere il cinema.  

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