recensione a cura di emma marinoni
Il protagonista di Backrooms, Clark (Chiwetel Eijofor), è il proprietario di un negozio di mobili sulla via della bancarotta. Dopo essere stato lasciato dalla moglie, inizia un percorso terapeutico con la dottoressa Mary Kline (Renate Reinsve), che viene bruscamente interrotto quando Clark una sera scopre accidentalmente nel seminterrato del suo negozio l’ingresso di uno spazio vuoto e labirintico, le cosiddette “backrooms”.

La maggior parte della promozione del film è stata legata a spiegare cosa sono le backrooms al pubblico più generalista – soprattutto in Italia, trattandosi di un fenomeno online prettamente americano. Mi rendo conto che spiegarlo di nuovo possa forse apparire ridondante, ma forse conoscere da dove vengono le backrooms è il modo migliore per comprenderne l’importanza e il ruolo che Kane Parsons ha avuto nella loro evoluzione. Nonostante molti degli elementi inquietanti presenti nelle backrooms siano presenti nelle narrazioni umane da secoli (come ad esempio la paura di perdersi in un labirinto o l’effetto “uncanny valley”), la loro comparsa ufficiale risale al 2019, in un thread della piattaforma 4chan dedicato a immagini inquietanti. La fotografia originale delle backrooms è accompagnata da un testo – entrambi pubblicati da utenti anonimi:
If you’re not careful and you noclip out of reality in the wrong areas, you’ll end up in the Backrooms, where it’s nothing but the stink of old moist carpet, the madness of mono-yellow, the endless background noise of fluorescent lights at maximum hum-buzz, and approximately six hundred million square miles of randomly segmented empty rooms to be trapped in. God save you if you hear something wandering around nearby, because it sure as hell has heard you.

“Noclip” è un termine derivante dalla cultura gaming che indica un “glitch”, o un’anomalia del sistema, spesso sfruttato da gamers per esplorare zone non giocabili degli spazi che stanno esplorando. A partire da questo post, la mitologia delle backrooms si è nettamente espansa diventando una narrazione collettiva online, una forma di folklore digitale a cui chiunque è libero di aggiungere qualcosa. Nel 2022, l’allora sedicenne Kane Parsons pubblica il corto Backrooms – Found Footage, creando una delle prime immagini non statiche delle backrooms. Successivamente, Parsons espanderà il suo cortometraggio in una webserie di 22 video, formati principalmente da immagini d’archivio e di sequenze animate su Blender.

L’immagine originale delle backrooms è solo il primo esempio di quanto realtà e finzione si influenzino reciprocamente in questo fenomeno: nonostante circolasse su Internet da decenni, la fonte originale dell’immagine non è stata trovata per moltissimo tempo, cosa che alimentava ancora di più la mitologia delle backrooms e suggeriva il fatto che fossero semplicemente “apparse”. Nel 2024, su X/Twitter, l’utente TJ. è riuscito a recuperare il sito originale su cui era stata caricata l’immagine nel 2002 e l’indirizzo del luogo in cui era stata scattata, ovvero un negozio di mobili e hobbistica, il cui font e aspetto esteriore ricordano proprio “Cap’n Clark’s Ottoman Empire”, il negozio gestito dal protagonista di Backrooms.

Molte altre immagini che sono diventate parte della mitologia delle backrooms sono luoghi realmente esistenti (tra cui il celebre cortile di un Holiday Inn dell’aeroporto di Heathrow). Tutto questo, invece che sottolinearne l’aspetto finzionale, contribuisce ad aumentare il senso di realtà delle backrooms: il nostro mondo viene così “integrato” nelle backrooms, le quali diventano un organismo onnipresente e che può celarsi dietro qualunque parete, contribuendo a creare un senso di terrore e inquietudine. Se da un lato Kane Parsons, con la sua webserie Backrooms – Found Footage, è uno degli artefici principali della mitologia e lore delle backrooms, dall’altro il fatto che si tratti di un fenomeno collettivo e quasi privo di autorialità lo rende inquietantemente indipendente. Dal momento che chiunque, in forma anonima o meno, può aggiungere elementi alla lore delle backrooms, queste sembrano quasi svilupparsi in forma organica e autonoma. Considerare questo aspetto collettivo è fondamentale anche per approcciarsi a Backrooms: non sarà Kane Parsons a darci una risposta definitiva su che cosa siano questi non-luoghi e da dove vengano fuori: non solo questa risposta non c’è e non ci sarà mai, ma trovarne una annullerebbe anche tutto quello che le rende spaventose.

La trama e l’interpretazione delle backrooms nel lungometraggio di Parsons da una parte si collegano al suo lavoro precedente, ma dall’altra sono concepite per essere comprensibili anche per un pubblico relativamente estraneo al fenomeno. Parsons e lo sceneggiatore Will Soonik scelgono di dare una forte impronta psicologica al film, partendo dalla dinamica tra Mary, terapeuta, e Clark, paziente, il cui profilo psicologico si rivela sempre più compromesso: le backrooms diventano metafora della mente umana – la loro riproduzione “sbagliata” degli spazi quotidiani è quindi la rappresentazione visiva del loro “ricordare”, gli esseri viventi che li popolano sono copie difettose degli originali nel mondo reale. L’esortazione in stile self-help da parte di Mary di “aprire la propria finestra interiore” e varcarne la soglia viene presa letteralmente da Clark, che trova nelle “backrooms” una fonte di consolazione e comprensione – anche se questa interpretazione talvolta risulta un po’ troppo letterale e riduce l’ambiguità così caratteristica dello spazio delle backrooms.

Il fatto che la parte narrativa sia la più debole del film è, in un certo senso, testimone della potentissima forza iconica ed estetica delle backrooms – dopotutto, tutta la comunità di ente si è sviluppata a partire da una singola immagine. A rendere notevole il film è per me soprattutto la regia di Parsons, che riesce a mantenere un’originalità di sguardo pur ricorrendo ad un immaginario collettivo. In diretta continuità con la webserie, i momenti più alti del film rimangono quelli in found footage – ma la forza della regia di Parsons si misura veramente nelle scene ambientate nel mondo reale, che appare alienante e inquietante quasi come quello che nasconde al suo interno, dietro una parete in un seminterrato buio.



