intervista a cura di emma marinoni
In occasione dell’appuntamento dedicato a Nouvelle Bug della rassegna Indocili, organizzato da Tafano Cinema e programmato per martedì 17 marzo al Cinema Beltrade, abbiamo fatto alcune chiacchiere con Maria Bernardi, regista di “ROOM174”.

Ho conosciuto Maria Bernardi a gennaio, dopo la proiezione del suo cortometraggio ROOM174 al London Short Film Festival. Lo slot si chiamava “WTF?” e ospitava al suo interno una serie di cortometraggi tendenti all’assurdo, tra cui anche Someone to Steal Horses With di Dylan Pailes-Friedman, un altro dei film che verranno proiettati la sera del 17 marzo. Poco più di un mese dopo, le ho fatto alcune domande per comprendere meglio il processo creativo dietro a ROOM174, un film che coniuga la concretezza dell’avere un corpo fisico con la sua interpretazione digitale da parte dell’intelligenza artificiale.
Da dove nasce il film e come l’hai realizzato?
Maria: «Ho trovato sul mio computer questo archivio enorme di registrazioni fatte con la mia webcam, che ho prima cercato di catalogare in scene e da cui poi successivamente ho selezionato dei frame. Tutto il procedimento di realizzazione del film si basa sul primo e ultimo frame di ogni sequenza, che provengono dal mio archivio personale, mentre tutto quello che c’è in mezzo è stato generato dall’IA. Durante il workshop abbiamo lavorato con diversi modelli di intelligenza artificiale: per questo progetto io ho scelto di utilizzare Kling, non solo perché era gratis (ora non lo è più, tra l’altro) ma anche perché aveva questa estetica un po’ deformata, molto diversa da quella dell’IA di adesso. Tutto il film è un insieme di sequenze di dieci secondi, generati di volta in volta a partire da due singoli frame. L’ordine delle sequenze è vincolato dalla scelta dei frame: l’ultimo di una sequenza diventava il primo di quella successiva e così via. Ho giocato sulla ripetizione dei gesti presenti negli archivi e ho cercato di raccontare che cosa stesse succedendo da una prospettiva più complessa. Dal punto di vista sonoro ho voluto da una parte mantenere il suono originale dei video (ad esempio, in alcune scene si sente in sottofondo un programma televisivo, visto che all’epoca guardavo molto RealTime), dall’altra ho generato della musica con l’IA—processo che è stato molto più difficile di quanto pensassi, dal momento che l’IA tende spesso a generare musica più pop o upbeat, molto diversa dalla musica concreta che volevo io. Alla fine sono riuscita ad ottenere un risultato che mi piacesse e che coincidesse in qualche modo con il senso dell’immagine.»

Da dove viene questo archivio di preciso e come hai fatto a recuperarlo? Io in primis faccio moltissimo digital hoarding e ignoro che cosa sia sepolto nelle cartelle del mio computer.
Maria: «I video sono di due o tre anni fa. Una parte recondita del mio cervello sapeva della loro esistenza: per un anno della mia vita io mi sono consapevolmente filmata, anche se non sapevo perché. Il primo video che ho filmato è tra l’altro il primo video che si vede nel film, quello in cui cerco di spogliarmi. Li ho trovati perché stavo cercando del materiale sul corpo, in particolare il corpo in quanto prova della mia esistenza e quindi anche prova del mio disagio (dal momento che gli altri mi percepiscono tramite il mio corpo). Stavo girando tra il mio computer e ad un certo punto ho trovato un video, mi sono detta “ma che cos’è sta cosa” e mi si è aperto un mondo. È stato terapeutico guardare tutto l’archivio e rivedere “a distanza” com’ero, cosa facevo e cosa dicevo. Questo osservarmi da fuori è stato molto interessante, visto che con una camera, a differenza di uno specchio, riesci a vederti da tutti i lati: ha un effetto molto più “naturale”, soprattutto se ti dimentichi che qualcuno o qualcosa ti sta filmando.»
Nouvelle Bug è ad oggi una residenza molto prolifica e riconosciuta in Italia (e all’estero). Com’è stato sviluppare un progetto all’interno di una residenza, in cui ci sono più vincoli creativi e temporali rispetto a quelli che potrebbe avere un progetto nato più “organicamente”?
Maria: «Sono arrivata a Nouvelle Bug tramite Giulia Cosentino (ndr: che salutiamo), che mi ha consigliato di partecipare dopo aver visto un mio film precedente realizzato con i videogiochi. Facendo il Centro Sperimentale di Documentario, sono all’interno di un percorso in cui faccio almeno un film all’anno, e trovarsi a farne uno anche d’estate è stato abbastanza provante. È stata però un’esperienza molto positiva, in cui ho conosciuto persone che fanno cinema al di fuori degli ambienti più “scolastici” da cui provengo e ho scoperto nuove modalità di fare cinema, che partono dallo sperimentare proprio come metodo. All’inizio mi sono detta che non ce l’avrei mai fatta a fare un film in dieci giorni, che mi sarebbe uscita una cosa bruttissima: poi invece alla fine un film mi è uscito, secondo me perché sono riuscita a trovare qualcosa che fosse proprio mio. Tutti gli ultimi film che ho fatto da questo punto di vista sono stati molto terapeutici.»

Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è stata sempre più una fonte di grande paranoia non solo in generale ma anche in un contesto più creativo e cinematografico. Nouvelle Bug ha cambiato la tua percezione dell’IA?
Maria: «Diciamo che prima del workshop conoscevo in generale l’intelligenza artificiale, poi ho iniziato a studiarla e approfondirla di più: adesso ha iniziato anche a far parte del mio lavoro in altri ambiti (come ad esempio il mondo del teatro). Mi è anche capitato di fare formazione sull’intelligenza artificiale all’interno di alcune scuole medie, cosa che è stata molto interessante.
Sebbene l’aspetto “creativo” dell’intelligenza artificiale stia un po’ spopolando adesso in realtà è un concetto che esiste addirittura dagli anni ’50. Dal punto di vista creativo, nella mia esperienza ci sono due tipi di persone: quellǝ che dicono che il mondo finirà e che saremo tuttǝ sostituitǝ dall’intelligenza artificiale e quelli che invece la utilizzano come uno strumento. Come strumento c’è chi lo utilizza solo perché è conveniente (è più economico e più veloce) e chi invece lo utilizza proprio come una modalità di sperimentazione sul mezzo, che è quello che interessa a me. Ad esempio, nel mio film ho utilizzato materiale mio, privato, che l’IA non avrebbe potuto raccogliere da nessun’altra parte, e gliel’ho fatto rielaborare, cercando una sorta di commistione tra le due cose. Quando vado nelle scuole mi accorgo sempre che c’è un po’ di paura di questa entità, e molto spesso ad avere più paura sono gli adulti e non i ragazzi, che la percepiscono già più come parte della loro vita. L’esercizio costante di capire che cosa è reale e cosa no fa parte di un ragionamento che non faccio neanche più, dal momento che io ancora prima passo il tempo a chiedermi se sono reale io.
Per me è essenziale innanzitutto studiare l’IA, perché nel momento in cui tu sai come funziona smetti di averne paura, visto che non ti può più manipolare, e puoi iniziare ad utilizzarla in maniera più consapevole. Questa cosa è per me fondamentale soprattutto adesso che c’è un boom, l’intelligenza artificiale è veramente dappertutto e tutti la possono utilizzare. Secondo me è anche molto importante capire che è una macchina che simula il nostro ragionamento, e tutto quello che fa lo fa non perché sia posseduta da un’entità suprema ma perché l’ha imparata da un essere umano. Un esercizio classico da questo punto di vista è chiedere all’IA di generarti l’immagine di una famiglia: chiaramente non ti genererà mai una famiglia in cui lǝ genitorǝ sono due donne, ma piuttosto una famiglia “tradizionale” (aka eteronormativa).»

Io personalmente trovo super interessante il gender bias dell’IA, che è presente tra l’altro anche nel tuo film: in alcune scene tu hai i capelli corti e l’intelligenza artificiale ti interpreta (e quindi rappresenta fisicamente) come un uomo. Da un lato questo meccanismo rende chiaramente ancora più evidente il binarismo di genere della nostra società, ma dall’altro crea anche situazioni in cui tu passi da un estremo all’altro o che ti trasformi in qualcosa che sta in mezzo.
Maria: «Infatti, nonostante io sia partita da un materiale “reale”, l’IA l’ha modificato rendendolo meno reale, con una modalità molto plastica che tra l’altro rappresenta molto il rapporto che io ho con il mio corpo e con il mio genere. L’intelligenza artificiale ha chiaramente un sacco di elementi problematici, però per le persone come noi, che non sono in grado di programmarle e non ne sono a capo, l’unico modo è imparare come funziona questa macchina, per conoscerla e capire anche da dove vengono i suoi errori.
Riguardo alla difficoltà delle persone di differenziare tra ciò che è fatto da un essere umano e ciò che è fatto dall’IA parlavo con un filosofo e programmer, Giuseppe Torre, che ha evidenziato come questo meccanismo metta in crisi l’autorialità, cosa che è in realtà positiva dal momento che ti porta a chiederti perché e come stai facendo quello che stai facendo. Adesso siamo in un momento veramente di crisi: un po’, diceva lui, come quello dell’avvento della fotografia, in cui i pittori iper-realistici si sono trovati di fronte ad uno strumento che in minuti faceva quello che loro facevano in mesi. Chiaramente il contesto è diverso, ma la messa in crisi è molto simile.»

Un altro fenomeno interessante che ho notato nei film realizzati con l’intelligenza artificiale degli ultimi anni è legato alla loro texture, ovvero che ogni modello o ogni periodo di intelligenza artificiale ha una patina specifica, che tende quasi a sparire completamente nell’aggiornamento o nel modello successivo, e che però rende quasi possibile datare in modo super preciso tantissime immagini.
Maria: «Sono già passati un paio di anni da quando ho fatto questo film e mi sono accorta che è già una sorta di documentazione della storia dell’IA, visto che adesso questa estetica non esiste praticamente più. Chiaramente mentre lo stavo facendo non ero consapevole di questa cosa, però è interessante anche chiedersi perché alcuni aspetti visivi vengano preferiti rispetto ad altri. Banalmente all’epoca l’IA faceva più errori, e per me questo creava un risultato visivo molto più interessante.»
Cosa ti aspetta dopo ROOM174? Quali sono i tuoi progetti futuri?
Maria: «Adesso sto finendo il mio film di diploma, che è un po’ un’evoluzione di ROOM174, dal momento che è sempre sul tema del corpo e dello sguardo. Sto già lavorando nel mondo del teatro e più legato alle installazioni però mi piacerebbe continuare la mia formazione dopo il CSC specializzandomi in alcune tecniche come quella del videomapping– insomma, cose più immersive. Presentando ROOM174 ai festival sono spesso finita a parlare di grandi temi, di cinema ed intelligenza artificiale, ma in realtà io penso al mio percorso come una cosa molto personale, in cui egoisticamente i film che faccio servono di più a me, come un processo del mio pensiero. Mentre faccio i film la mia priorità è quella di sperimentare, di scoprire e seguire un po’ quello che mi incuriosisce e che mi diverte, poi tutto il resto viene strada facendo. Intanto finisco questo film, poi si vedrà.»



