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di emma

Dal 10 al 14 maggio si è svolta la 41esima edizione del festival di Bellaria: il suo concorso principale è il premio Casa Rossa per il miglior lungometraggio indipendente italiano, a cui partecipano solamente opere prime e seconde. A vincere quest’anno è stato La timidezza delle chiome di Valentina Bertani, contro Princess di Roberto de PaolisMarcel! di Jasmine TrincaDisco Boy di Giacomo AbruzzeseMargini di Niccolò Falsetti.

“La timidezza delle chiome” di Valentina Bertani (Credits: iWonder Pictures)

La timidezza delle chiome è il risultato di una produzione incredibilmente curata. Il film si presenta come documentario ma incorpora in sé anche molti elementi della finzione: la sceneggiatura è stata pensata e riscritta più volte nel corso della produzione in modo da mantenere un ritmo quasi simile a quello di una narrazione fittizia. Inevitabili autori della sceneggiatura sono anche i due protagonisti del film, i gemelli omozigoti Joshua e Benjamin Israel, due adolescenti con una disabilità intellettiva che affrontano l’incerto periodo dopo la maturità. La loro forte presenza scenica guida l’azione e costringe non solo lo spettatore, ma anche la regista e tutta la crew, a seguirli. 

La timidezza delle chiome
“La timidezza delle chiome” di Valentina Bertani (Credits: iWonder Pictures)

Un altro elemento evocante il cinema di finzione è la relazione tra soggetto osservato e soggetto osservante all’interno del film: i gemelli non si mostrano quasi consapevoli della camera che li sta riprendendo, persino quando le scene rappresentano contenuti sensibili o vulnerabili – spesso tramite una grande vicinanza della macchina da presa. Nonostante ciò, questa vicinanza non viene mai interpretata o percepita come una diretta intrusione di campo da parte di chi osserva, risultato che sarebbe stato impossibile senza un rapporto di fiducia reciproca: difatti, la regista e alcuni membri della crew hanno frequentato Joshua e Benjamin per cinque anni, abituandoli alla presenza della camera e rendendoli liberi di relazionarsi tra loro e con gli altri nel modo più naturale possibile. La vicinanza della macchina da presa è ulteriormente valorizzata da un montaggio particolarmente fluido, che integra non solo diversi punti di vista, ma anche una grande quantità di materiale video nei formati più disparati, senza mai per questo risultare artificioso. Per raccontare la realtà dei gemelli, Bertani non esclude i formati in 9:16, tipici del mondo dei social, alternati a improvvisi restringimenti o allargamenti di campo e vere e proprie “intrusioni” di materiali d’archivio – composte dai filmini della famiglia Israel ma anche estratti di cartoni animati. 

La timidezza delle chiome
“La timidezza delle chiome” di Valentina Bertani (Credits: iWonder Pictures)

Il lavoro dietro le quinte di Bertani risulta quasi più significativo del prodotto finale ottenuto: se il pretesto che muove il film è anche quello di riempire o almeno far notare un’assenza nella rappresentazione di persone viventi ai margini di una realtà abilista, il suo merito sta nell’averlo fatto rendendo i gemelli completamente liberi di raccontare sé stessi e di avergli costruito intorno un sistema tale da essere in grado di esprimersi liberamente, senza essere ostacolati dalla presenza della macchina da presa. Questo sistema di supporto è chiaramente percepibile nel montato finale – ma soprattutto lo è la sua grande assenza all’interno del terzo atto. La parte finale del film è stata girata in Israele: ciò ha ovviamente comportato una grande quantità di restrizioni e divieti nei confronti della produzione, oltre che a inserire i gemelli in un contesto a loro decisamente meno familiare e tra individui non sempre disposti ad accogliere la loro diversità – e quindi riportando la narrazione ad un modello più strettamente documentaristico.

La timidezza delle chiome
“La timidezza delle chiome” di Valentina Bertani (Credits: iWonder Pictures)

L’essere dotato di una struttura narrativa accattivante, abbinata a due personalità dirompenti come quelle dei gemelli e ad alcune scelte stilistiche (tra cui un’estetica memore del passato da regista di videoclip e fashion film avuto da Bertani) rende La timidezza delle chiome un facile crowd-pleaser. Infatti, dopo la sua presentazione alle Notti Veneziane, sezione collaterale delle Giornate degli Autori del Festival di Venezia, il film ha affrontato una distribuzione relativamente fortunata (anche grazie ad iWonder Pictures, distributore di successo nell’ultimo anno) e ha ricevuto una candidatura ai David di Donatello 2023 come miglior documentario. 

La timidezza delle chiome
“La timidezza delle chiome” di Valentina Bertani (Credits: iWonder Pictures)

Tuttavia, l’enfasi su determinati dettagli, che indubbiamente costituiscono anche i punti di forza del film, può instillare qualche dubbio. È difficile non interpretare alcune scelte della produzione come tentativi volti ad ampliare il suo target di riferimento e a risultare attraente anche alla stessa tipologia di pubblico che contribuisce a costruire e perpetrare le strutture abiliste con cui Joshua e Benjamin si scontrano. Di conseguenza, la portata critica dei contenuti che vengono rappresentati talvolta risulta alleggerita: La timidezza delle chiome gioca quindi non solo sul confine tra realtà e finzione ma anche su questo compromesso. 

“La timidezza delle chiome” di Valentina Bertani (Credits: iWonder Pictures)

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