recensione a cura di marco meneghin
Ci sono film che, pur possedendo tutte le caratteristiche di un certo tipo di narrazione, appaiono freschi e stimolanti proprio grazie alla forza della visione estetica che li accompagna. È certamente il caso di The Color of the Sun, lungometraggio d’esordio del regista canadese – ma residente in Giappone – Xavier Tera, una storia di formazione ed elaborazione del lutto ambientata nell’arcipelago di Okinawa.
Vi si ritrovano tutti i cliché del dramma adolescenziale: dinamiche familiari complesse, un protagonista che sembra bloccato in una sorta di dolore irrisolto, un amico che spunta da un luogo inaspettato aiutandolo ad affrontare i propri problemi, sesso, alcol, pornografia e il desiderio di essere altrove. Eppure, tutti questi elementi sono presentati in modo tale – sia a livello di trama che di estetica – da apparire sotto una luce nuova, offrendo allo spettatore una narrazione splendida e capace di far riflettere.

Kamei (Naoto Shimajiri) conduce una vita complicata in un territorio conteso. Da un lato, la sua famiglia è stata sconvolta dalla recente morte del padre; dall’altro, la sua comunità deve fare i conti con le conseguenze di decenni di colonialismo giapponese e con l’attuale occupazione del territorio da parte di diverse basi militari statunitensi. Tutte queste problematiche investono Kamei contemporaneamente durante la pausa estiva che precede l’ultimo anno di liceo; è un’estate inondata di sole in cui le sue convinzioni, le sue lealtà e il suo posto nel mondo vengono messi in discussione. Tera riesce a mantenere sempre intrecciati questi fili – quello politico e quello personale – senza mai dimenticare che l’uno non può essere compreso appieno senza l’altro. Così, il rapporto di Kamei con la madre e il nonno è segnato dall’ombra del padre, la cui ossessione per il mare e per ciò che si cela nei suoi abissi lo ha condotto a una morte prematura. La madre reagisce alla perdita del marito aggrappandosi al figlio, consapevole che questi potrebbe somigliare troppo al padre; tuttavia, le sue preoccupazioni non fanno che accrescere il dolore di Kamei, allontanandolo da lei. Il nonno appare troppo assorbito dal suo attivismo politico – volto a contrastare le basi USA e l’impunità dei soldati americani responsabili di gravi crimini sessuali contro la popolazione locale – per prendersi adeguatamente cura del nipote in lutto;probabilmente, anche suo figlio fu vittima di questa stessa trascuratezza.

Non mancano, inoltre, conflitti nelle sue amicizie. Sayaka (Yuma Taira), la ragazza con cui ha una relazione altalenante, è al contempo accessibile ed enigmatica. È sicura dei propri obiettivi e della propria sessualità, ma appare misteriosa e sfuggente nel rapporto con Kamei. In un contesto in cui le donne sono costantemente minacciate di violenza sessuale da parte delle forze di occupazione, sono costrette a maturare più in fretta dei loro coetanei maschi; di conseguenza, finiscono per spiazzarli, spingendoli però al contempo verso una crescita e una maggiore consapevolezza. C’è poi Colin (West Mulholland), un ragazzo della base americana il cui spirito libero cela il proprio dolore personale e un profondo disagio nei confronti della società interna alla base. In un certo senso, Colin rappresenta un muro contro cui Kamei può mettere alla prova i confini del proprio dolore e della propria identità, emulando la sete di emozioni forti dell’americano e il suo stretto legame con la cerchia di amici giapponesi che frequenta.

Colin incarna per Kamei uno stile di vita alternativo, libero dai traumi sociali e personali, finché una comprensione più profonda dell’amico straniero non diventerà un’occasione di crescita per entrambi. Le relazioni nel film sono molteplici e multidirezionali, ma Tera riesce a unificarle grazie a uno stile visivo unico ed eclettico e a un ritmo narrativo che gioca su ellissi e silenzi, lasciando che le immagini – e il loro accumularsi – permettano alla carica emotiva della storia di sublimarsi. Il formato 4:3 rende le immagini a tratti intime e a tratti opprimenti, oscillando in sintonia con i mutevoli stati d’animo dei protagonisti. La scelta di girare in pellicola esalta la materialità delle superfici: sembra quasi di percepire l’umidità opprimente del clima tropicale di Okinawa in ogni goccia di sudore sulla pelle arsa dal sole, di sentire la granulosità della sabbia e la consistenza della vegetazione rigogliosa; i colori sono saturi tanto quanto le emozioni. Inoltre, l’ampia varietà di inquadrature – dai primi piani alle panoramiche, dalle rotture della quarta parete alle sequenze oniriche – riflette i tormenti interiori di Kamei. È come se il film, con le sue variazioni estetiche e l’intensità delle sue immagini, cercasse di trovare la propria identità parallelamente al percorso di scoperta di Kamei.

Ci sono momenti, tuttavia, in cui il virtuosismo stilistico e la complessità della trama lasciano alcune questioni leggermente inesplorate, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti più politici della narrazione. Il tema della colonizzazione giapponese di Okinawa è sviluppato e inserito nella storia di Kamei in modo più efficace rispetto alle problematiche legate all’attuale occupazione militare statunitense. Forse perché l’occupazione giapponese appartiene ormai al passato e non ha, sulla vita contemporanea di Okinawa, lo stesso impatto delle basi militari straniere. Le preoccupazioni della popolazione locale sono palpabili per tutto il film, ma l’amicizia tra Kamei e Colin non affronta mai questo argomento; di conseguenza, il conflitto tra i due personaggi rimane puramente personale e può essere risolto “facilmente”. Cosa accadrebbe se Kamei e Colin non si limitassero a mettere in discussione le loro diverse personalità e culture, ma anche il proprio ruolo sociale come membri di società in conflitto – l’una occupante e l’altra occupata? Questo è l’unico aspetto che avrebbe richiesto un maggiore approfondimento in una storia altrimenti potente e bellissima. The Color of the Sun è un film diretto e narrato con audacia. Il fatto che si tratti dell’opera prima di Xavier Tera è ancora più sorprendente, e rivela un talento già pienamente maturo e consapevole delle proprie capacità.



