approfondimento a cura di emma marinoni
Il sette settembre, sulla riva di Corinto, Isola Edipo ha ospitato la quinta edizione del panel Frame Her Vision, fondato dall’attrice e attivista Magaajyia Silberfeld. Il panel si propone di ospitare negli spazi dei grandi festival delle conversazioni tra donne del settore cinematografico. Ogni edizione è dedicata a una donna della storia del cinema: per quella del 2026 è stata scelta Dorothy Dandridge, attrice attiva nella Hollywood degli anni Trenta-Sessanta nonché prima persona afroamericana ad avere ricevuto una nomination per un Academy Award. La moderatrice Rahmatou Keïta ha sottolineato come questo tipo di eventi esista sì per generare una riflessione sulle condizioni delle donne nell’industria cinematografica, ma soprattutto che creare spazi dove le protagoniste possono parlare delle proprie esperienze e conoscere altre filmmaker che le condividono.

Il panel si è aperto con un riferimento all’ormai nota dichiarazione di Alberto Barbera riguardante la presenza di una sola donna regista nel concorso ufficiale della Mostra del Cinema: «Se mettessi in gara film non all’altezza della competizione solo perché realizzati da donne, verrebbero distrutti. L’unico criterio rigido che seguiamo è la qualità». Se da un lato l’assenza di registe in concorso è sintomatica di un problema più grande, ovvero la difficoltà di affermarsi per le donne in generale nell’ambiente cinematografico, dall’altro Rahmatou Keïta ha sottolineato come la Biennale di Venezia (insieme al Festival di Cannes) abbia firmato ad agosto 2018 un accordo per la parità e inclusione, di cui i risultati sono ben lontani dall’essere evidenti. Le partecipanti al panel di quest’anno erano Catherine Hardwicke, regista di Thirteen e Twilight, presente a Venezia come giurata di Reply AI Festival; Geraldine Mangenot, montatrice di 15/18 di Cédric Kahn (in concorso quest’anno, ma anche di L’evenement di Audrey Diwan, Leone d’Oro nel 2023); Mona Fastvold, regista di The Testament of Ann Lee nonché co-sceneggiatrice e co-produttrice di The Brutalist; Leonie Simaga, attrice in Un Peu Avant Minuit (in concorso); Sadaf Asgari, attrice in A Bit of Light (in concorso) e Sophie Fiennes, regista e produttrice di The Pervert’s Guide to Utopias (fuori concorso).

Nel commentare la posizione di Barbera, Sophie Fiennes ha rimarcato come il concentrarsi sulla sua risposta in realtà distolga l’attenzione da tutti gli altri titoli realizzati da donne comunque presenti all’interno della Mostra del Cinema (ad esempio, la Settimana Internazionale della Critica quest’anno ha presentato a SIC@SIC solamente cortometraggi di autrici). La discussione si è poi spostata sul rapporto tra potere e femminilità: Sophie Fiennes ha parlato di come ancora oggi il “potere femminile” sia ancora ridotto soltanto all’estetica, esemplificato dal red carpet, e ha ammesso di non pensarsi proprio come donna, complice anche l’appartenenza a una generazione diversa. Mona Fastvold ha invece rivendicato il potere di esprimere la propria femminilità, non solo attraverso il proprio aspetto ma anche attraverso la propria opera. Sadaf Asgari si è aggiunta al coro, parlando di come nel suo caso, in quanto donna iraniana, anche una passeggiata sul red carpet senza hijab abbia un forte valore politico. Sempre in risposta a Barbera, Geraldine Mangenot ha rimarcato come ci sia anche una grande componente aleatoria nella programmazione di festival: nonostante l’assenza di registe sia un problema costante, «ci sono state annate migliori e annate peggiori». Su invito della moderatrice, le partecipanti hanno poi condiviso alcune loro esperienze di marginalizzazione: in particolare, Asgari e Simaga hanno parlato l’intersezione di diverse forme di oppressione. La prima ha raccontato le difficoltà incontrate dopo aver scelto di presentarsi al festival di Cannes senza hijab: «Quando sono tornata in Iran il governo mi ha ritirato il passaporto e mi ha imposto il divieto di lasciare il paese per un anno. Ero senza soldi e avevo molta paura ad espormi politicamente». Simaga ha invece parlato di come, sebbene la sua esperienza non sia per niente paragonabile a quella di Asgari, in Francia ci sia molta insofferenza nei confronti della differenza: «La politica è sempre quella di dire che siamo tutti uguali, il che invece che rappresentare una vera eguaglianza piuttosto diventa una forma di invisibilizzazione della differenza. Le tue esperienze di razzismo vengono automaticamente sminuite.»

Mona Fastvold ha condiviso la sua esperienza radicalmente diversa, essendo lei nata nel contesto norvegese: «La possibilità di essere discriminata in quanto donna non mi ha neanche sfiorato finché non ho iniziato a lavorare negli Stati Uniti. Anzi, ho sempre pensato che il lavoro di regia fosse meglio rappresentato da un archetipo femminile: devi avere empatia, avere grandi capacità organizzative e di multi-tasking, ma è anche un lavoro molto pratico e concreto. Per me non è così distante da essere una madre. Mi arrabbio molto quando il mio essere donna sovrasta il mio lavoro: durante la promozione di Ann Lee, un giornalista ha chiesto a me e ad Amanda Seyfried se non ci sentivamo dei ‘cattivi modelli’ per le giovani donne perché avevamo scelto di fare un film su una donna celibe. Non credo che a Paul Thomas Anderson e a Leonardo di Caprio facciano queste domande. Essere un buon esempio non è il mio lavoro, il mio lavoro è raccontare bene una storia». Sempre parlando del contesto statunitense, Catherine Hardwicke ha raccontato la genesi di Twilight: «Nessuna casa di produzione voleva fare questo film, perché erano convinti che non avrebbe avuto successo. Continuavano a paragonarlo a Quattro amiche e un paio di jeans, visto che era l’unico esempio simile di “girls movie” e che comunque non aveva fatto miracoli al box office. Se l’avessero considerato un progetto di successo non avrebbero scelto una donna per dirigerlo». Geraldine Mangenot ha invece parlato di come il mondo del montaggio sia meno discriminatorio in quanto storicamente più femminile: «Nessuno ha mai svalutato il mio lavoro in quanto donna, ma molto spesso dei produttori mi chiamano per propormi film “femminili”, o perché gli serve uno sguardo più “sensibile” su dei film “maschili”». Riguardo a quest’ultimo argomento in particolare, nessuna delle partecipanti a questa tavola rotonda ha sostenuto che ci fosse una sostanziale differenza tra film diretti da uomini o da donne. Leonie Simaga ha ribadito: «Non è una questione di genere, è una questione di talento, empatia e gentilezza».

La tavola rotonda si è conclusa con una riflessione specifica sui diversi contesti da cui provenivano le partecipanti. Sophie Fiennes, parlando del Regno Unito, ha espresso la sua preoccupazione nei confronti delle giovani registe: «Nonostante le istituzioni britanniche siano molto “politically correct”, è ancora molto difficile fare film. Il budget del mio ultimo film è ancora in deficit non tanto perché è fatto da una donna, ma perché è un film politico. Quando mi capita di insegnare a giovani registe, mi sembra che si affaccino su un mondo in cui il percorso per fare questo mestiere è diventato molto meno semplice e netto rispetto a quello che ho vissuto io». Fastvold ha parlato di come le strutture economiche di sostegno siano fondamentali e di come molto spesso influenzino anche la sfera creativa: «Cerco sempre di creare dei set in cui c’è un sistema di supporto per le donne che vi partecipano, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei figli. Essere a capo di un set è un grande privilegio ed è importante usarlo per creare un ambiente sostenibile». Mangenot e Simaga hanno invece descritto la situazione francese usando l’espressione leaky pipeline: le donne paradossalmente costituiscono la maggior parte delle persone diplomate dalle accademie di cinema, ma sempre meno continuano la carriera nell’industria, e iniziative come Frame Her Vision possono aiutare a dare visibilità a problematiche come queste.



