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intervista a cura di emma marinoni

Il 5 settembre è stato presentato alle Notti Veneziane Memoria del lampo, il secondo lungometraggio di Riccardo Giacconi. Nel film, Sibilla, una giornalista radiofonica, sta facendo ricerche sull’omicidio di una ragazza avvenuto in un paesino dell’Italia centrale negli anni Ottanta, con lo scopo di realizzare un documentario. In occasione della premiere, abbiamo scambiato due parole con Riccardo Giacconi e l’attrice protagonista (nonché co-sceneggiatrice) Sibilla Scinti Roger.

Memoria del lampo di Riccardo Giacconi
«Memoria del lampo» di Riccardo Giacconi (Crediti: Giornate degli Autori)

Da dove nasce questo progetto e la vostra collaborazione, visto che oltre che regista e interprete siete anche co-sceneggiatori?

Riccardo: Memoria del lampo ha al centro una persona che sta facendo una ricerca tramite il suono. L’idea era quella di un film che a sua volta includesse un documentario – in particolare, un documentario radiofonico. Ho avuto la fortuna di collaborare spesso con RAI Radio 3 per fare dei documentari radiofonici nel programma Tre soldi. In alcune di queste occasioni ho collaborato con Sibilla. Memoria del lampo tratta di un caso di violenza avvenuto nel passato, quarant’anni fa – quello che in America si chiamerebbe un cold case. Ciò che noi abbiamo fatto prende ispirazione da eventi realmente avvenuti, ma poi non li affronta come un reportage. Il film orbita attorno a una sorta di spazio vuoto: quegli eventi non vengono mai descritti fino in fondo. Ci siamo occupati, piuttosto, di come le persone si ricordano di un evento passato a partire dalle loro vite: dove erano, con chi erano, cosa stavano facendo, che periodo era della loro vita. L’espressione che poi è diventata il titolo del film viene in realtà da un errore, un glitch di Google Translate: in inglese questo fenomeno si chiama “flashbulb memory”. La traduzione, sbagliata, è poi diventata il nostro titolo, Memoria del lampo. Così è iniziato il film: registrando delle interviste con diverse persone e, in seguito, mettendo in atto con loro delle costruzioni narrative. Poi c’è stata tutta la seconda fase, a Boston, in cui abbiamo registrato quella che nel contesto dei podcast e della radio si chiama “narrazione”, ovvero il testo pronunciato per guidare chi ascolta.

Memoria del lampo di Riccardo Giacconi
«Memoria del lampo» di Riccardo Giacconi (Crediti: Giornate degli Autori)

Come già dicevi spiegando il significato del titolo, nel film c’è molta attenzione all’aspetto narrativo della memoria: certe volte anche i ricordi che ci sembrano più vividi non sono per forza veritieri. Anche quando raccontiamo una storia vera cambiamo dei particolari: senza voler passare dal luogo comune che “ogni documentario è un film di finzione”, come avete gestito il rapporto tra realtà, finzione e tutto quello che sta in mezzo?

R: Questo non è tanto un film su un evento passato, ma più sulla ricerca, sulle tracce che restano nella memoria personale e collettiva, continuamente sovrascritta. Da una parte c’è quell’aspetto che citavi, del ricordo “falso”, dall’altra c’è il processo di investigazione vero e proprio: quando vai in un posto che non conosci, cominci a parlare con le persone e poi inizi a mettere in discussione la tua stessa posizione. C’è un punto del film in cui il personaggio di Sibilla dice: “Mi sembra di non star arrivando da nessuna parte.” Inoltre, in una scena che alla fine non abbiamo inserito, una speaker radiofonica intervistava Sibilla sul suo arrivo al paese.

Sibilla: Tra l’altro quella è stata la prima scena che abbiamo registrato, se non ricordo male, e ci interessava che “Sibilla” fosse molto a disagio in quell’intervista. Diciamo che per tutto il film, sia per la preparazione che poi per le riprese, ho avuto a che fare con questo “groviglio”: dove inizia questa Sibilla e dove finisce Sibilla l’altra? In quella prima intervista si sono un po’ unite le ansie delle due Sibille.

R: A me piace molto il termine che ha usato Sibilla, “groviglio”, perché il film stesso è diventato un groviglio di elementi. Alcune erano costruzioni narrative; altre erano – in maniera più documentaristica – reazioni spontanee a ricordi di fatti passati. Alla fine le due modalità si sono talmente intrecciate che è difficile separarle.

Immagino, soprattutto anche nel tuo caso Sibilla, in cui il personaggio protagonista sei tu ma non sei tu.

S: Esatto, infatti poco fa stavo parlando con Riccardo anche della mia difficoltà nel ricordarmi quali sono le cose che sono successe organicamente e quali invece sono le cose che appunto sono state “costruite”. È tutto un groviglio.

Memoria del lampo di Riccardo Giacconi
«Memoria del lampo» di Riccardo Giacconi (Crediti: Giornate degli Autori)

Un progetto esclusivamente sonoro come quello di Sibilla è in apparenza “più etico” nella rappresentazione di avvenimenti come questo, rispetto ad uno visivo. È anche vero, come dicevate prima, che in questo film non ci sono descrizioni morbose dei fatti ma ciò che succede è abbastanza chiaro. Mi ha ricordato un libro che tra l’altro è citato nella bibliografia, Jane: A Murder di Maggie Nelson, in cui l’autrice racconta la vicenda dell’assassinio di sua zia, senza però mai ricorrere a descrizioni scandalistiche, e tuttavia riuscendo a far capire perfettamente ciò che è successo. Come avete trovato questo equilibrio?

R: Tra l’altro, a proposito di Maggie Nelson, c’è una parte del film in cui Sibilla narra l’incontro con una foto trovata in un vecchio giornale tramite un microfilm: la parte precedente alla descrizione dell’immagine (che però non vediamo) è proprio una citazione del libro di Nelson.

S: Riguardo l’eticità, per noi era importante che non si parlasse del fatto in sé, ma di che cosa avesse lasciato nelle persone che lo avevano vissuto. Questo è stato, per noi, un modo per evitare quella morbosità che, purtroppo, è ciò che cattura l’attenzione. Abbiamo cercato di evitarla sia per un motivo etico che per un motivo estetico, nel senso che i dettagli su cosa è successo avrebbero distolto l’attenzione da quello che veramente volevamo evocare. E, forse, quello che volevamo evocare era proprio il silenzio, e i dettagli in questo caso facevano davvero troppo rumore. Penso che ascoltare il silenzio possa essere un buon modo per dare rispetto a chi soffre. Questo in linea di massima è quello che sia Sibilla (io) e che “Sibilla” (l’altra) volevamo fare, ecco.

R: Sono totalmente d’accordo. C’è una scena del film a cui sono particolarmente affezionato, che credo sia figura di questo groviglio di etico ed estetico. Si tratta di un’intervista. Per sbaglio, Sibilla non aveva premuto il tasto per iniziare la registrazione sonora. C’è, quindi, solo l’immagine di una persona che parla; la sua voce non si sente. Dopo un po’, l’immagine viene accompagnata dalla voce di Sibilla, che inizia a bisbigliare delle parole. Queste parole vanno, a poco a poco, a coincidere con il labiale, diventando quindi una sorta di doppiaggio. Poi, però, la voce si interrompe, proprio quando ci si avvicina alla descrizione dell’atto di violenza al centro del film, quello che avevo chiamato lo “spazio vuoto” attorno a cui i vari elementi orbitano. L’immagine, allora, viene di nuovo lasciata sola, o meglio, accompagnata dal silenzio.

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