recensione a cura di marco morelli
L’imponente documentario di Mariano Llinás su Jorge Luis Borges si apre, nella Parte 1, con la definizione di libri come territori e di lettori come nazione [1], in un ribaltamento tra libro e mondo che richiama la struttura della Biblioteca di Babele borgesiana [2]. Poco dopo, il regista dichiara come l’opera abbia preso spunto dall’oggettistica di Borges conservata a Ginevra, città dove lo scrittore visse in infanzia. È qui che parte un’esplorazione dei luoghi reali e immaginari della vita dell’autore, in uno scarto sempre più risicato tra realtà e finzione: su quanto lo scrittore argentino abbia influenzato Llinás già in La Flor aveva scritto Nicolò Vigna per Specchio Scuro.
Biografía de Jorge Luis Borges è il risultato di questa ennesima ricerca da detective, un’ispezione folle e ossessionata su una figura che è stata fondamentale nell’esplorazione e dilatazione di tempi e spazi. Personaggio controverso quanto influente per la letteratura argentina e mondiale, per l’autore Borges viene ingiustamente definito come cervellotico e lontano: il documentario, comunque ben distante da risvolti agiografici per la notevole ambiguità mostrata anche nei confronti del contemporaneo[3], può essere visto come tentativo di sconfessare quest’idea, ma si rivela decisamente altro allo spettatore.

L’opera rivela subito, come La Flor, una struttura a labirinto, in cui troupe e spettatore finiscono per perdersi e ritrovarsi senza un’apparente via di uscita. Le riprese, iniziate a Ginevra per documentare i primi anni di vita dell’autore, terminano a Montevideo nel letto in cui lo scrittore è stato concepito; parimenti, non sono rare altre dilatazioni di tempo, come la postilla del ’47 pubblicata in un’edizione del ’40 o la divertente scena in cui Llinás, quasi scocciato, riproduce un messaggio vocale su WhatsApp a velocità 2x. L’arguta giocosità nello straniamento è una costante del cinema di Pampero [4] e viene resa perfettamente dalle digressioni tanto care a Borges: impossibile comprendere la prosa dello scrittore senza le labirintiche note a piè di pagina, impensabile concepire il cinema di Llinás senza la metà-testualità.
L’ipertestualità è il motore pulsante di questa detective story: il tentativo di ricomporre una biografia di Borges meno infamante rispetto a quanto scrisse di Giovanni attraverso le lettere, i personaggi dei racconti e l’oggettistica risulta spesso sconnesso e frammentario, come la macchina peronista mostrato nella sua sceneggiatura di Invasión di Hugo Santiago. L’attenta e quasi ossessiva esaminazione di tutti i reperti su cui Llinás e lo storiografo Ernesto Montequín riescono a mettere le mani causa sempre maggior smarrimento, tanto che nella Parte 3 gli autori si domandano effettivamente dove possano aver sbagliato strada non appena si rendono conto di aver compiuto un giro a vuoto in auto alla ricerca dell’ennesimo luogo disabitato e fantasmatico, come la Biblioteca Nazionale Argentina di cui Borges fu direttore.

Per questo motivo, anche il tentativo promosso a metà Parte 1 di trovare un degno finale risulta superfluo: non c’è un oggetto che possa rappresentare idealmente l’uscita dal labirinto, nemmeno l’ultima foto scattata a Borges che compare nel poster dell’opera e che sembra, però, un po’ forzata. Gli autori si trovano quindi a dover completare le riprese in una rotonda, prima di scoprire l’esistenza di una citazione Llinás-Borges all’interno di un’edizione del Libro degli esseri immaginari [5]: è qui che il parallelismo tra i maestri dell’ipertestualità e del rapporto tra Mondo e Rappresentazione si suggella, al termine di una ricerca infinita all’interno di un labirinto dove è un privilegio perdersi per lo spettatore.
[1] Fin dall’incipit emerge chiaramente un focus sul rapporto tra storytelling e spazio, già percorso in altri lavori di El Pampero Cine come La Flor e Trenque Lauquen.
[2] Borges, J. L. (2003). Finzioni (A. Melis, A.). Milano: Adelphi.
[3] Si pensi ai parallelismi fatti tra la dittatura militare e Milei, in un contesto produttivo argentino sempre più precario e meno sovvenzionato dallo Stato, come ha sottolineato nel Q&A la produttrice Laura Citarella.
[4] Non è un caso che nel Q&A Llinás abbia indicato Fellini come un’ispirazione costante per il suo cinema.
[5] Borges, J. L., & Guerrero, M. (2006). Il libro degli esseri immaginari (I. Carmignani & T. Scarano, Trad.). Milano: Adelphi.



