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recensione a cura di marco morelli

Pochi autori viventi sono rispettati e venerati come Tsai Ming-liang. Il regista malese naturalizzato taiwanese è in Laguna da mercoledì 3, quando è apparso a sorpresa alla proiezione del restauro del Leone d’oro 1994 Vive l’amour (di cui abbiamo parlato lo scorso anno). Ha poi presieduto una masterclass non prima di aver assistito alla proiezione pubblica del suo ultimo lavoro Hui Jia (Back Home in inglese). Per Tsai si tratta contemporaneamente di un ritorno sia a Venezia che al documentario: sempre nel 2018 aveva infatti presentato Your Face, un’asciutta proposizione di primi piani al termine della quale si scopriva il volto del suo alter ego Lee Kang-sheng. Il suo attore feticcio compare nei crediti conclusivi di Back Home come produttore esecutivo; tuttavia, al centro della vicenda stavolta vi è Anong Houngheuangsy, co-protagonista (insieme a Kang-sheng) dell’ultimo lungometraggio dell’autore malese Days

Tsai Ming-liang
«Hui Jia (Back Home)» di Tsai Ming-liang (Credits: Biennale)

Back Home tratta il ritorno di Anong al suo villaggio in Laos. Vediamo l’attore nella scena iniziale mentre è addormentato su un pullman poco prima che la telecamera indugi su un Luna Park: giusto lo scorso anno a Cannes il contemplativo Miguel Gomes ha scelto lo stesso setting per l’incipit di Grand Tour. Come nel miglior slow cinema la riflessione sull’immagine ha la prevalenza sulla narrazione: nelle 106 inquadrature (rigorosamente senza sottotitoli, anche nei rari dialoghi) si susseguono prevalentemente edifici, animali e mezzi di trasporto, ma anche gustosi riferimenti meta come le angurie di The Wayward Cloud. Per alcuni studiosi [1] l’attenzione che Tsai ha sempre posto nei confronti dello spazio urbano è una ripercussione dell’assenza, elemento che cerca sempre di mostrare nel suo cinema. In Back Home l’assenza è resa attraverso il contrasto tra una realtà più rurale e il progresso tecnologico che emerge in alcuni edifici e all’inizio del film. Questa scelta sembra rappresentare la situazione attuale del Laos, uno dei paesi più poveri del Sud-est asiatico la cui economia sta crescendo grazie al turismo (un altro possibile collegamento con Grand Tour di Gomes) e ricorda le critiche al consumismo di alcuni suoi lavori precedenti [2].

Alcune sequenze sono dedicate alla costruzione di statue raffiguranti Buddha, la cui figura contemplativa è stata studiata da Tsai nell’ultima sua serie Walker presentata tre anni fa al Centre Pompidou. È assodato che ormai l’autore malese non sia più interessato alla narrazione e si senta più a suo agio come autore da installazione: non è un caso che già nel 2018 l’eminenza dello slow cinema Paul Schrader gli facesse già oltrepassare il famigerato Tarkovsky ring dedicato agli autori più da museo che da cinema commerciale.

La tendenza di Tsai ad annichilire il cinema di narrazione era già viva negli ultimi, splendidi lungometraggi fiction Stray Dogs e Days: proprio l’ultimo si chiudeva con un incontro in albergo tra Houngheuangsy e Kang-sheng, setting riproposto nella scena conclusiva di Back Home. Tra questa camera spoglia e le tante abitazioni mostrate, Tsai Ming-liang sembra interrogarci su cosa possa essere casa per uno straniero: è questa la sensazione percepita da buona parte degli spettatori tra ieri e oggi, non a proprio agio di fronte a un cinema così radicale specialmente negli ultimi giorni di festival. Per chi, tuttavia, ne ha sempre ammirato lo stile contemplativo, l’ultima fatica del maestro Tsai Ming-liang rappresenta un graditissimo ritorno a casa.


[1] Lisiak, A. A. (2015). Making sense of absence: Tsai Ming-liang’s cinematic portrayals of cities. City19 (6), 837–856.

[2] Neri, Corrado. “Tsai Ming-liang and the Lost Emotions of the Flesh.” positions: east asia cultures critique 16.2 (2008): 389-407.

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