Skip to main content

intervista a cura di marco morelli

Oggi c’era tanta attesa per Nǚhái (Girl), esordio alla regia per Shu Qi. La star taiwanese, già in Laguna nel 2023 da giurata e nel 2007 come attrice per Blood Brothers, firma un coming-of-age intimo e toccante nella Taiwan degli anni ‘80. Abbiamo avuto il privilegio di partecipare a una mini-press organizzata da I Wonder Pictures, distributore dell’opera, prima della conferenza stampa al Palazzo del Casinò; di seguito, riportiamo alcuni estratti delle domande poste dai giornalisti presenti.

«Girl» di Shu Qi (Credits: I Wonder / Biennale)

Da cosa deriva la scelta di fare un film sulla famiglia e sulla condizione di una donna maltrattata dal marito?

Shu Qi: «Ho scelto questo tema nella mia opera prima perché ero sicura di poter raccontare una storia personale, molto simile alla mia infanzia: nel farlo, mi ha incoraggiata molto Hou Hsiao-Hsien. Inoltre, volevo guardare a dei temi sociali: ho assistito a fin troppi episodi di violenza familiare in cui erano coinvolti anche i bambini. Quindi, mi auguro che le famiglie possano vedere questo film e possano ravvedersi per spaccare il circolo di violenza sistemica di generazione in generazione e avere più cura e amore per i figli».

Come ha scelto le piccole attrici protagoniste?

Shu Qi: «L’attrice che interpreta Li-li, Audrey Lin, ha vinto il Golden Horse [principale premio cinematografico taiwanese, ndr] come miglior attrice nel 2023. È stato facile anche scegliere Yu-Fei per interpretare la sorella minore, più allegra e solare, poiché aveva già recitato in ruoli simili. Per la protagonista Hsiao-lee, invece, ho fatto provini a tutte le attrici disponibili dagli 8 ai 16 anni: era difficilissimo scegliere perché il ruolo è importantissimo. Alla fine ho scelto Bai Xiao-Ying perché ha le occhiaie: credo che questa sia una caratteristica che si lega moltissimo al personaggio».

C’è il tunnel all’inizio che rimanda all’iconico incipit di Millennium Mambo: quella scena è un omaggio a Hou Hsiao-Hsien?

Shu Qi: «Non è proprio un omaggio, ma è stato un momento magico. Avevo bisogno di una location dove far correre le due bambine e, per caso, mi sono imbattuta nello stesso cavalcavia di Millennium Mambo: è stato come un segnale. Quando ho valutato quel luogo insieme al direttore della fotografia ho notato come adesso, per le modifiche architettoniche, appaia più chiuso rispetto al passato, come se facesse più fatica a sopportare le avversità del mondo. È stato anche affascinante poter contrapporre questo inizio alla prima scena ambientata nel presente, in cui le due amiche giocano a tennis in uno spazio verde completamente aperto».

Il lapidario dialogo finale riassume l’incomunicabilità del film, un tema presente oggi nelle generazioni di tutto il mondo. Qual è la chiave secondo lei per risolvere questo scontro?

Shu Qi: «Nelle prove di screening tanti hanno pensato che il finale suggerisse una conciliazione tra madre e figlia: per me non è proprio così. La figlia è sì tornata, ma vuole solamente ripartire e capire perché sia stata mandata via dalla madre. Le famiglie possono ancora oggi rimanere incastrate in situazioni di violenza domestica, specialmente le donne: per me Hsiao-lee non ha perdonato la madre, che tuttavia le suggerisce di non pensare al passato dato che sta vivendo un presente sereno. Fatico a vedere questa come una riconciliazione».

Shu Qi
Shu Qi

Il titolo inglese dell’opera “Girl” può essere riferito sia alle bambine che alle loro madri. Come crede che possa essere universale questa storia di sofferenza femminile, a Taiwan come in tutto il mondo?

Shu Qi: «Lo dice il titolo stesso: tutte le donne sono state ragazze (“girls”) e già questo supera qualsiasi differenza culturale. Inoltre, il linguaggio del cinema è potente, perché anche il padre non è solo un mero esercitatore di violenza: gli è stato insegnato a comportarsi in quel modo e anche lui, in passato, ne è stato vittima. Credo che questa storia si possa connettere a ogni angolo del mondo e che chiunque ci si possa rivedere».

Come considera il personaggio della sorella minore, che sembra assimilare meglio la situazione di violenza domestica?

Shu Qi: «Ho cercato di caratterizzare le due bambine in modo diverso: la piccola viene viziata a differenza della grande. Forse anche per questo, la piccola sa riconoscere il pericolo e riesce a compiacere i genitori a differenza di Hsiao-lee. Per scrivere i personaggi mi sono ispirata a una mia amica che ha tre figli e tratta l’ultimogenita peggio degli altri: quando le ho chiesto il motivo non ha saputo rispondermi. Questa risposta mi ha sconcertato: pertanto ho scelto, al contrario, di mostrare nel film come la più piccola possa essere l’unica capace di domare il padre, mentre la madre e la sorella maggiore sono le principali vittime della sua violenza. Ho voluto lasciare un po’ di spazio all’amore e alla speranza per le figlie più piccole».

Che differenza c’è a livello emotivo tra fare l’attrice e la regista?

Shu Qi: «Da attrice era tutto così semplice: l’esperienza era bella, andavo ai red carpet e mi godevo ogni singolo momento. Non pensavo che fare la regista fosse così ansiogeno: oggi [per la première, ndr] sono emozionata e ho una fortissima pressione, è diversissimo! [appare visibilmente emozionata, ndr]».

Shu Qi a nostro avviso non ha da temere: Girl è un’opera sentita sull’universalità della violenza intergenerazionale che non può lasciare indifferenti. Ringraziamo sentitamente I Wonder Pictures per l’opportunità e consigliamo a tutti la visione del film quando uscirà nelle sale italiane.

Leave a Reply