approfondimento a cura di teodoro di giorgio
«Occhio» di Giulia Falciani è uno dei cortometraggi presentati al Lago Film Fest, giunto quest’anno alla sua 21ª edizione, nella suggestiva cornice lacustre di Revine Lago. Festival internazionale e indipendente, Lago Film Fest guarda da sempre al cinema di ricerca e alle voci emergenti, con particolare attenzione al formato breve come spazio di sperimentazione e sguardo sul futuro del linguaggio cinematografico.
Questa raccolta riunisce cortometraggi provenienti da diverse sezioni del concorso, accomunati da un tema trasversale: un focus sull’animazione come strumento per raccontare il cambiamento. Attraverso momenti di cura, crescita, perdita e metamorfosi, questi lavori esplorano la trasformazione del corpo e la ridefinizione della percezione di sé.

Se in Mother’s Child il senso percettivo si manifesta come estensione del vissuto interiore, e in Larval funge da anticamera di un mondo chiuso — segnato da una tensione tra idealizzazione e distorsione emotiva — in Occhio, di Giulia Falciani (selezionato nella sezione PRINCÌPÎ Italiani in collaborazione con il Bellaria Film Festival, percorso di career-boost per giovan3 promesse del cinema italiano), il movimento è opposto: è un trauma esterno a generare uno spazio mentale, un altrove immaginifico che si attiva come risposta psichica, di intima difesa, alla frattura percettiva. L’occhio, da strumento di proiezione, diventa confine vulnerabile di interiorizzazione.
Come suggerisce il titolo, l’occhio — organo sensoriale per eccellenza — è non solo il centro narrativo, ma anche la metafora di un’esposizione: vittima di un’infezione, viene leso nella sua funzione primaria, restituendo un mondo ora sfocato, opaco, attraversato da visioni instabili. La realtà appare deformata e nebulosa, mentre voci fuori campo suggeriscono un contesto clinico, di cura. Tuttavia, ciò che percepiamo è la versione interiore di quel trauma: una realtà sensoriale e disturbata, in cui la luce — proiettata sulla retina — diventa elemento di distorsione e confine immaginativo. Lo spettatore stesso, a livello percettivo, è travolto e spaesato: la regia, attraverso inquadrature soggettive, attua un processo di personificazione che ci colloca sullo stesso piano del paziente, dentro una visione allucinatoria.

«Questo è il mio bell’occhio. Questo è il mal occhio.
Per colpa di una svista, ci ho fatto un bel pastrocchio.
Din, din. din, din, din.»
Il trauma viene così rielaborato secondo un registro magico, come se l’infezione fosse il risultato di uno sguardo stregato, un malocchio. Ma questa chiave esoterica, più suggerita che affermata, si mescola al tono giocoso della filastrocca, trasfigurando il dolore in una fiaba assurda e infantile. Un volto in penombra apre il racconto. Dall’occhio malato scivola una lacrima che, percorrendo il viso e disperdendosi nello spazio, segna un passaggio: una soglia liquida tra il piano reale e quello mentale. In quel momento prende forma un ecosistema semi-organico, uno spazio liminale popolato da oggetti simbolici, dispositivi medici animati e presenze ambigue — un mondo interiore generato come risposta psichica al trauma. L’intonazione infantile della filastrocca trasforma così la ferita in una dimensione grottesca ma al contempo innocente, dicotomia onnipresente nel corto. L’ironia del testo e delle immagini crea un cortocircuito costante, contrapponendo medicina e magia, dato oggettivo e credenza, mito e fede.

L’idea è quella di un microcosmo chiuso, dotato di vita propria, che richiama la tradizione dell’animazione stop motion, in particolare la scuola cecoslovacca e i suoi eredi più noti, i fratelli Quay. Come in Street of Crocodiles, si manifesta in microambienti pulsanti, abitati da oggetti ambigui e figure enigmatiche. Anche Inspiration (1949) di Karel Zeman, pioniere dell’ibridazione tra animazione e live action, condivide — seppur in chiave più lirica e poetica — un’intuizione simile: un artista, soffiatore di vetro, osserva una goccia d’acqua che racchiude un mondo in miniatura come dentro una crisalide, riflesso del suo immaginario in cerca di un guizzo creativo. In Occhio, allo stesso modo, è una lacrima, una goccia a segnare il passaggio tra realtà e allucinazione, tra trauma fisico e mondo interiore.
Lo spazio mentale che prende forma è una sorta di rete organica e semi-tecnologica: occhi in cura collegati da grovigli di cavi, materiali di recupero, LED colorati e dispositivi meccanici alimentano uno schermo CRT (a tubo catodico) che trasmette televendite improbabili, animate con uno stile infantile, vintage; quasi naïf. Le immagini — come un cactus rotante su sfondi stellati — compongono un universo surreale, colorato, a tratti ipnotico e irriverente, in cui il trauma viene trasfigurato in forma ludica e immaginativa.

In sottofondo, una filastrocca invoca la guarigione con voce infantile («Occhino mio, Occhino mio, non essere malato […]»). A rispondere è un orsacchiotto di peluche trasandato, dalla voce burbera, che ammonisce il paziente a guardare sempre la TV. Figura ambigua, a metà fra l’infanzia e la disillusione, incarna un archetipo del curante, pronto a pulire un bulbo oculare annebbiato. Con la frase che rompe la cantilena — «Non sei l’unico paziente qui, ok?» — il corto suggerisce che quello spazio interno non è solo universo soggettivo, ma dimensione condivisa. Probabilmente, un ambiente speculare alla sala operatoria, ma interiorizzato. L’infezione oculare diventa così metafora di una condizione collettiva: l’interiorità come rete fragile ma interconnessa, in cui le vulnerabilità individuali si rifrangono in una costellazione di dipendenze comuni.
In questo si può forse intravedere un’eco del pensiero dello psicologo e psicanalista Carl Gustav Jung, per cui la mente non è soltanto personale ma permeata da un inconscio collettivo, popolato da archetipi simbolici che aiutano a elaborare ferite e traumi. Questi simboli, lontani da ogni spiegazione razionale, si manifestano come chiavi per affrontare il dolore, tanto individuale quanto condiviso. Un processo che si apre forse indirettamente a una traiettoria più stratificata, fatta di incontro empatico, condivisione di emozioni forti e ansie legate alla perdita (in questo caso specifico parziale) della vista.



