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recensione (sproloquio) a cura di virginia maciel da rocha

Sono andata a vedere Disclosure Day con lo stesso spirito e animo con cui studiavo Tommaso d’Aquino al liceo: perchè dovevo farlo, visto che facevo il classico, e arrivata a studiare la Commedia di Dante Alighieri sarebbe stato molto difficile capire metà delle cose che il carissimo ha scritto senza sapere qualcosa della scolastica. Disclosure Day è l’ultima fatica di Steven Spielberg e con una laurea magistrale in Cinema, televisione e produzione multimediale mi trovo costretta a vedere questo film – nonostante le basse aspettative dopo Il ponte delle spie e, vi dirò, anche Fabelmans. Vabbè, nel mezzo c’è stato The Post, mi dico, che comunque malissimo non era; in più, grazie alle discutibili manovre messe in atto dal governo che ci ritroviamo in questo Paese, il film mi costa tre euro e cinquanta. Non è tanto la FOMO ad avermi spinta ad andare al cinema, quanto, piuttosto, una strano desiderio di rivalsa nel caso mi fossi ritrovata ad avere una conversazione sul tema con qualche maschio particolarmente infervorato con Spielberg. Non voglio generalizzare, ma fatico a ricordare una mia amica, una persona socializzata come donna, una qualunque persona che non fosse un uomo etero essere così fan di Steven Spielberg (smentitemi, però).

«Disclosure Day» di Steven Spielberg (Credits: Universal)

Insomma, vado con Alberto (che salutiamo) al cinema di provincia, a circa tre chilometri da casa mia. L’ultima volta che ho messo piede in questa sala credo sia stato per Percy Jackson e il mare dei mostri, poi no, mi viene in mente che nella sala al piano superiore ci avevo visto Ave, Cesare! dei Fratelli Coen, quindi, insomma, più di dieci anni fa. Pago questi fantomatici tre euro e cinquanta e contrariamente alle aspettative ministeriali, la sala non è affatto piena: il pubblico si compone di coppie in crisi di mezza età, amici di coppie in crisi di mezza età (a loro volta in crisi, e di mezza età), qualche adolescente che ha esagerato con un profumo al muschio nero, qualche signore più anziano (habitué del cinema, mi immagino). Fuori fanno centoquindici gradi, dentro si gela: le premesse non sono delle migliori. Lo schermo della sala grande del cinema (che, però, mi viene più da definirla aula magna) è posto a qualcosa come a quattro metri da terra: è piccolissimo e altissimo, non capisco l’architettura, sono spiazzata e disorientata da questa scelta e, neanche a dirlo, dalle sedie alzare la testa è scomodissimo.

«Disclosure Day» di Steven Spielberg (Credits: Universal)

Ho omesso un particolare importante e inevitabile riguardo il film: è doppiato. Al cinema di provincia esiste un solo spettacolo in lingua originale, di martedì, una volta al mese. Per pagare tre euro e cinquanta il film di Spielberg mi sono dovuta accollare il doppiaggio in italiano (io, che pur di vedermi in lingua originale Il Diavolo Veste Prada 2 mi sono fatta tre caselli di autostrada – non che ne valesse alla pena, alla fine). Il film è una grande uscita, attesa da molto, un kolossal avrebbe detto il voice over di Rete Quattro quando annunciava la messa in onda degli Ammutinati del Bounty, potranno mai aver realizzato un brutto e sgradevole doppiaggio? Sì, ci sono riusciti. Devo riconoscere, comunque, a questo doppiaggio fuori sincrono (ma pure fuori tempo massimo, diciamocelo) un momento proustiano, dato che ha avuto per me proprio la stessa funzione della famosa madeleine. Quando, alla veneranda età di quattordici anni, insoddisfatta sia dei palinsesti televisivi pubblici, sia della pay per view, mi ritrovavo a cercare film con protagonista (quasi solo ed esclusivamente) Louis Garrel, mi sono imbattuta nel favoloso mondo di VKontakte. Non starò raccontando niente di nuovo a chi ha dovuto faticare per scovare film negli anni duemila, ma il social network russo VK offriva (e offre, credo) un ampio database di film, caricati forse non troppo legalmente, visibili gratuitamente. Alcune di queste pellicole, però, presentavano l’audio principale in russo: il doppiaggio avveniva fuori sincro con le voci originali in sottofondo (!), una specie di voice over in tempo reale. Ecco, il doppiaggio di Disclosure Day mi ha riportato a quei giorni felici, quando dovevo navigare ore prima di trovare Les Amants Réguliers online e scoprire che il francese dei personaggi era pure sovrastato da una voce monotono russa maschile.

«Disclosure Day» di Steven Spielberg (Credits: Universal)

Insomma, il film scorre e io chiaramente sto pensando ai fatti miei – a VKontakte, appunto. Josh O’Connor è tranquillamente la persona meno indicata a svolgere il ruolo di un hacker buono, anarchico, che ha scontato un anno e diciannove mesi in una prigione federale. Il doppiaggio (scusate, ma è terribile) rende ancora più insicuro e fragile quello che dovrebbe essere un personaggio coraggiosissimo e sfacciatissimo. Colin Firth, per quanto mi riguarda, potrebbe non aver mai fatto male a una formica in vita sua, figurarsi pilotare un’azienda non governativa dai loschi intenti, con tanto di esercito personale. Emily Blunt contrae la faccia in modo abbastanza inquietante per tutta la durata del film: difficile capire che cosa pensi il personaggio, perchè sembra davvero non riuscire a formulare un pensiero proprio. Non so se è chiaro che ho visto il film doppiato, ma durante la visione non ho potuto fare a meno di chiedermi perchè siano stati assunti tre attori britannici per interpretare i protagonisti di uno sci-fi statunitensissimo. Davvero non c’era nessuno, in tutta la vasta Land of Freedom, in grado di prendere il posto di questi tre? Che poi, mi dispiace, sono bravi attori, ma qui davvero ho sentito tutta la fatica che hanno fatto.

«Disclosure Day» di Steven Spielberg
«Disclosure Day» di Steven Spielberg (Credits: Universal)

Il film scorre difficilmente, mi sto annoiando molto e a completare il tutto si susseguono una serie di momenti abbastanza cringe (se ancora si può usare questa parola). Non è per il vento che spettina i capelli di Emily Blunt nella sua cucina, e nemmeno per il fatto che Josh O’Connor riesca a rubare una Tesla o una Porsche ai super cattivoni per scappare. È l’assurda somiglianza con l’orrido Tre Piani di Nanni Moretti, a spaventarmi più di ogni altra cosa: Blunt vede comparire nella sua cucina un cardellino fatto con la peggiore CGI immaginabile nell’anno del Signore 2026, proprio come Alba Rohrwacher osservava un uccello (non mi ricordo quale, scusate) posarsi nel suo salotto. A seguire, Josh O’Connor entra letteralmente dentro una casa con la propria automobile, esattamente come faceva il buon Riccardo Scamarcio nell’incipit del film di Moretti! Il pensiero mi devasta, mi affatica e, soprattutto, mi distrae molto dalla visione delle scene successive.

«Disclosure Day» di Steven Spielberg
«Disclosure Day» di Steven Spielberg (Credits: Universal)

A proposito di fatica, non posso evitare di commentare quanto sforzo il film richieda al pubblico. Hai voglia a mettere in atto e praticare la “temporanea sospensione dell’incredulità” ma qui la richiesta è ai limiti del fantascientifico, proprio come la materia proposta dal lungometraggio stesso. Qualcuno mi spiega come sia possibile che Josh O’Connor, in un campo aperto (su cui, ovviamente, vengono disegnati dei cerchi da una forza soprannaturale: ed è subito Mistero in onda su Italia1), riesca a nascondersi dietro una staccionata da un letterale gregge di scagnozzi brutti e cattivi, armati non solo di mitra (!) ma pure di Porsche?! Che poi, non mi sono soffermata abbastanza sugli antagonisti e sulla caratterizzazione dei seguaci del personaggio interpretato da Firth, ma sembrano davvero la squadra di polizia della Casa de Papel: stesso livello di disorientamento e di frasi fatte («Non li lascerai mica andar via così?!», eh, Pierluigi, che ti devo dire). Ma parliamo, invece, di un’altra magistrale caratterizzazione dei personaggi: gli alieni. Gli alieni, ragazzi, sono proprio alieni: sono l’emoji dell’alieno, sono l’alieno che ti aspetti quando pensi a un alieno, sono gli alieni dei film d’animazione, sono gli alieni che uno si immagina essere alieni. Io, da uno che ha inventato gli alieni tanto quanto uncle yanco ha inventato Guitarricadelafuente, mi aspetto qualcosa di meglio, se devo essere sincera. Dulcis in fundo: il cameo vagamente evocativo di E.T.: lo avevo preannunciato a meme, scherzando, ridendo, fondamentalmente annoiandomi come poche volte mi era successo prima in sala, e poi alla fine è comparso davvero.

«Disclosure Day» di Steven Spielberg
«Disclosure Day» di Steven Spielberg (Credits: Universal)

Purtroppo non ho molto spazio a disposizione per addentrarmi su tutte le metafore religiose, cristiano-cattoliche, estremamente cristologiche che questo film ha deciso di metterci davanti – giusto per tornare, appunto, al grande Tommaso d’Aquino. Sarebbe anche interessante poter approfondire come mai, Spielberg, che comunque possiamo dire abbia raggiunto uno status abbastanza intoccabile nel cinema statunitense e mondiale, non abbia sviluppato ulteriormente una bella componente di critica sociale e ai poteri forti, ma si sia limitato a ricostruire un non-ce-lo-dicono-cinematic-universe alla Shyamalan (che trovo decisamente più onesto nei suoi intenti). Il film si prende esageratamente sul serio e finisce per non avere presa sullo spettatore: forse perchè, ora che sentiamo la fine del mondo effettivamente vicina, non riusciamo a percepirne la componente fantascientifica. Oppure perchè, di grandi spiegoni lasciati a metà ci saremmo anche stancati. Poche volte mi sono sentita tenuta in ostaggio e, ancor di più, insultata da un film: mi dispiace che questo sentimento me lo abbia provocato il maestro Spielberg e forse, a questo punto, mi accollo anche di perdere il badge da cinefila – ma almeno ho resistito fino alla fine.

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