recensione a cura di cesare nucci
Tienimi presente è il titolo del lungometraggio d’esordio di Alberto Palmiero, classe 1997, che a ventotto anni riesce a confezionare un’opera onesta e coinvolgente. Tienimi presente, però, è anche il sentimento che avvolge Alberto, nella doppia veste di regista e attore, intento a farsi produrre i suoi film attraverso i cosiddetti pitch dove il cinema, in teoria, si realizza (dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia alla Festa del Cinema di Roma). Si scontrerà ben presto non solo con rifiuti e false promesse, ma anche con la noncuranza e il distacco di chi il cinema lo gestisce e lo promuove. Dopo una piccola comparsa nella nuova serie Portobello diretta da Marco Bellocchio (qui in veste di co-produttore con Gianluca Arcopinto), Alberto vede allontanarsi sempre più il sogno dell’esordio alla regia. Così decide di tornare a casa ad Aversa, prima per le vacanze di Pasqua, poi per ricominciare una nuova vita, un nuovo lavoro. La casa, i genitori, gli amici e la fidanzata: tutti insieme concorrono ad assistere e sostenere Alberto in questo momento di difficoltà. Sarà però un ex compagno di università, del corso di informatica a far luce sui dubbi e perplessità di Alberto in maniera efficace: «Non è importante che tu sia bravo, l’importante è che ti faccia sentire vivo». La frase lo colpisce e la sera, tornato a casa, riprende con il cellulare i genitori in un finto litigio familiare. La passione non si è spenta, si era solo persa.

Il lungometraggio d’esordio di Alberto Palmiero, è un’opera molto interessante sotto diversi punti di vista. Per quanto siano evidenti alcuni rimandi alla tradizione dei comici malinconici o nostalgici di Massimo Troisi, Nanni Moretti e Carlo Verdone, il regista riesce a distaccarsene abilmente cercando, invece, un approfondimento tematico ma anche stilistico di tutto ciò che era già presente nei suoi cortometraggi precedenti da Il pesce toro a Saddaffà. La vicinanza con il proprio ambiente familiare, con gli amici e l’esplorazione di luoghi cari al regista, rimangono e vengono messi in scena con una nuova luce, forse più necessaria, più urgente. Il film, girato per la maggior parte da Palmiero insieme all’aiuto regia Vincenzo Pezone, è il frutto di un lavoro condiviso tra i due: «Solo attraverso un lavoro curato e orientato a mettere a loro agio tutti i familiari siamo riusciti a tirar fuori le battute e le scene che cercavo», ha spiegato il regista il 26 febbraio scorso al Cinema La Compagnia di Firenze, durante l’incontro moderato da Pierfrancesco Bigazzi (Sentiero Film Factory).

Il film si contraddistingue per una sincerità e un’onestà che emergono in ogni scena, evitando un’eccessiva vittimizzazione, forse solo «un po’ di pena, ma in senso positivo» come uno degli amici (Francesco di Grazia, co-autore con il regista delle musiche originali del film) gli confessa. Palmiero si mette a nudo in un’opera che mantiene un buon ritmo nell’arco dei suoi quasi novanta minuti, bilanciando perfettamente l’approccio documentaristico (l’idea iniziale era, infatti, di farne un documentario) e un approccio più narrativo, più drammatizzato della propria vita. L’accostamento al cinema di Troisi e Moretti viene quasi spontaneo, ma viene fortemente superato: Palmiero evita l’utilizzo dell’autoironia per scopi puramente ideologici e si affida alla necessità di raccontare semplicemente una storia personale nel migliore dei modi. Del resto, è proprio Martin Scorsese (con il quale si misura in “altezza”) che consiglia sempre ai giovani di ricercare e raccontare quanto più di personale, dato che si tratterà sempre della materia più creativa con cui avere a che fare.
Chi si aspetta una classica narrazione fatta di eroi e conflitti resterà deluso. Forse è meglio così, perché rimarrà sorpreso per la forza e il coraggio con cui racconta una storia (sì, la sua, ma anche di tanti altri registi o aspiranti) che nasceva da un’urgenza non rimandabile e per questo necessaria. Colpisce anche la straordinaria, e non per niente scontata, capacità di dirigere e riprendere amici e familiari nella loro vita quotidiana, cercando di cogliere l’essenza di quella prossimità che serve al regista per mettere in scena le sue ansie, preoccupazioni ma anche perle di saggezza espresse proprio da amici o parenti. Non bisogna aspettarsi espedienti stilistici spettacolari o virtuosismi formali. Al regista non interessa minimamente mostrare le sue “capacità registiche” con movimenti di macchina, riprese manieristiche o stupefacenti tipiche di molti film d’esordio che quasi si sentono in dovere di dimostrarle: Tienimi presente è un’opera sincera anche sotto questo aspetto. Si dispiega in quasi novanta minuti attraverso scelte di montaggio efficaci e l’utilizzo di materiale di repertorio dello stesso regista. Come da lui indicato a fine proiezione, «molte scene sono state scritte partendo da altre scene presenti nei miei cortometraggi», e per questo il collegamento e il percorso di maturazione sembra trovare una sua compiutezza.

Al termine della proiezione, Palmiero si è reso disponibile a rispondere ad alcune domande dal pubblico. Dopo un paragone delicato e prevedibile con il cinema di Troisi, è Vincenzo Pezone a prendere la parola per spiegare il processo produttivo del film: «Il novanta percento delle riprese sono state fatte da me e Alberto, eravamo solo noi due e questo ci consentiva di entrare in confidenza con i suoi familiari e amici». Prosegue, nel dettaglio, raccontando il particolare metodo di lavorazione che ha caratterizzato la scena di Pulcinella: «Sì, se non lo avete riconosciuto Pulcinella era Vincenzo […] È stato molto strano perché io riprendevo Vincenzo, poi io e lui abbiamo dovuto girare inquadrature in cui guardavamo nel vuoto». In conclusione il regista ha confessato di non voler pensare al secondo film né alla linea che seguirà: «Voglio cercare di godermi Tienimi presente perché rappresenta per me una tappa importante della mia vita; pensare al prossimo vorrebbe dire non essere orgoglioso e riconoscente di tutti gli sforzi fatti per produrre e portare in giro questo film oggi».
E ha ragione Alberto: in uno scenario sempre più difficile per il cinema italiano, un esordio così, anche se piccolo e personale, ha bisogno di compiere un viaggio lungo, capace di raggiungere un pubblico sempre più ampio. A fine proiezione, avvicinandomi timidamente al regista gli ho confessato: «Sei riuscito a farmi perdere e riacquisire la voglia di fare cinema in novanta minuti» e lui, sorridendo: «No, madò, veramente?».



